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IL GIARDINO DI DON PEDRO: UN’OPERA MUTILATA

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Un’occasione persa non solo per Mola. Da troppi anni, il progetto dell’artista molese giace incompiuto e abbandonato. Ora, si riparla di recupero e completamento, con la partecipazione comunale ad un bando pubblico. Sarà la volta buona? Dopo il libro di Valeria Nardulli (“Il giardino di Don Pedro – Un progetto rimasto incompiuto”), ecco la memoria e le considerazioni di Piero Fabris, artista e scrittore, che conobbe e fu vicino a Don Pedro.

Il giardino ideato da Don Pedro è un’occasiona persa non solo per i molesi, un’opera unica nel suo genere che sarebbe stata il polo d’attrazione per quanti si fanno pellegrini e attraversano la Puglia, terra e specchio di città volte a nidi di pace autentica; un porto che abbraccia, ponte trasparente per cavalieri mistici e sinceri dello spirito!  

Don Pedro rimase piacevolmente sorpreso quando l’allora sindaco e poi senatore della Repubblica gli affidò l’incarico di realizzare un giardino pubblico attrezzato, sulla via che da Mola di Bari porta a Rutigliano.

Lo concepì come un’enciclopedia per la coscienza profonda dell’essere umano e, andando oltre la concezione comune (che l’intende come area verde con qualche fontanella dove portare i bimbi a giocare), pensò di farne uno scrigno per la conoscenza!

Pietro Digiorgio (in arte Don Pedro), prima di mettersi all’opera andò sul luogo dove avrebbe realizzato il “Giardino pubblico attrezzato” e si mise a meditare.

A quanti gli erano accanto esplicitava il suo concetto di meditazione, intesa come luogo interiore in sintonia con le dinamiche dell’ambiente.

Diceva: “bisogna farsi fulcro invisibile, essere parte di un’azione, cioè il PUNTO MEDIO tra due braccia spalancate pronte ad accogliere l’energia che abita uno spazio”.

Si mise allora a contemplare e per lui la contemplazione non era astrazione, ma ricercare il “SEGNO” D’ACCORDO per realizzare un’opera che fosse vibrante, accogliente, che cambiasse colore e profumi in ogni stagione, dove la musica dell’acqua si unisse alla voce dei bimbi in un girotondo di culture tra pietre ben incastonate per contribuire alla rigenerazione di chi guarda in alto.

Si posizionò sul muretto a secco con i palmi sulle ginocchia e la spina dorsale diritta proprio come un faraone. Ispirò ed espirò lentamente e lasciò che le sue palpebre schiuse su quel lembo di terra navigassero gradualmente tra le fasce dorate di erba cullata dal vento, le macchie verdi e argentate degli ulivi, fino a perdersi tra le onde del mare che come una fettuccia azzurra si legava al cielo.

Non sappiamo quanto tempo passò in quella posizione, immaginando cosa potesse diventare quel posto. Sappiamo che prima di fare il progetto tornò e ritornò con i suoi strumenti per compiere rilievi e soprattutto per rispondere a se stesso: “Cosa è un giardino?” Pensò a quelli pensili di Babilonia, pensò all’Egitto, pensò alla Grecia e poi a Roma e alla cultura nordica, pensò all’Africa, all’India, all’Australia, alle Americhe, a quel tutto, come fosse un pianeta in unità armonica, immerso in oceano di onde che sa ben travolgere, abbassare e innalzare nella danza della continua trasformazione, mostrandoci ciclicamente lo splendido alternarsi dei baci del sole, i riflessi della luna e i pianeti.

Nella sua mente fluivano palazzi magnifici, castelli, piramidi incorniciati da parchi, segno e simbolo di potenza cosmica, maschere e totem come pilastri di congiunzione. Il giardino per lui doveva essere sintesi e trasmissione del sapere d’oriente e d’occidente e farne luogo dell’incontro e della festa.

Pensò, pensò all’emisfero australe e a quello boreale, ma prima di annotare sui fogli, di fare schizzi si soffermò sull’etimologia della parola GIARDINO e cioè: recinto. Doveva essere un recinto privilegiato!

Visualizzò quell’area come il teatro della memoria a tutto vantaggio della consapevolezza. Don Pedro pensava a un’opera d’Arte come a un dono didattico per il suo paese, ma il suo sogno visionario non fu mai completato.

Invano raccogliemmo firme per sensibilizzare l’opinione pubblica, organizzammo visite al giardino, ci fu un servizio RAI dedicato e, per qualche tempo ci illudemmo che l’opera avrebbe trovato vie di compimento, invece quel terzo del progetto “realizzato” fu inglobato in un altro sicuramente meno costoso, ma non efficace.

In quell’opera d’Arte Don Pedro vi aveva messo tutto se stesso, dimentico che non si danno perle ai porci né si prepara un letto di petali per un asino. Fino all’ultimo continuava a illustrarlo e in troppi l’ascoltavano come si ascolta un folle. Senza dimenticare quanti videro nel suo lavoro una fonte per la loro creazioni.

Tante volte ho provato pena per chi sorrideva beffardo e per quel funzionario del comune che semplificò tutto il monumento allo scibile in un menhir come se fosse un pene eretto accanto a una pietra piatta, il pube. E certo, la potenza sessuale non era esclusa, ma in certe dimensioni è intesa come energia costruttiva e infatti ci vogliono gli attributi quadrati! Ma sono in tanti a usarli per istinto, degni figli di certa miopia culturale che poco coglie della grandezza, attenta come è ad apparire.

Il Giardino nutrito da Don Pedro è un’opera mutilata, un’opera che alcuni videro con sospetto, per tutti i simboli e i riferimenti alle religioni.

Nonostante siano passati più di trenta anni da quando una cantante lirica fece dei vocalizzi e unì le sue note a quelli dell’acqua che scorreva cristallina, le sensazioni e le emozioni sono ancore vive, indelebili, anzi si rinnovano al sol pensiero di quel gioiello dove nulla era affidato al caso, ma frutto e visione, preludio per spiegarsi in cieli immensi.  

Pietro Di Giorgio, in arte Don Pedro

(le foto delle opere sono di Mimmo Varrese)

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