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TEATROFORMA: 57 GIORNI DA CAPACI A VIA D’AMELIO. FALCONE E BORSELLINO EROI SENZA SAPERLO

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Giovedì 2 maggio 2024 alle ore 20.30, presso il Teatro van Westerhout, si è svolta la quarta iniziativa culturale ideata, realizzata e organizzata da Teatroforma dal titolo “57 GIORNI DA CAPACI A VIA D’AMELIO. Falcone e Borsellino due eroi senza saperlo”, appuntamento inserito nel Cartellone Unico Primaverile dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Mola di Bari.

a cura di Teatroforma

La serata si è aperta con la proiezione del coinvolgente video del regista Giuseppe Alberto Aversa dedicato a Falcone e Borsellino, dal titolo “INFINITI SILENZI”.

Hanno introdotto la trattazione del tema della serata le letture di Annalisa Boni che  ha egregiamente interpretato alcune pagine tratte dal libro di Giovanni Falcone “Cose di Cosa Nostra” e  quelle di Mina Albanese che ha letto con sentita espressività alcuni passi del libro di Pietro Grasso ”Paolo Borsellino parla ai ragazzi”.

L’appuntamento è stato condotto dal giornalista Vito Mirizzi che attraverso un video ed i suoi ricordi personali della strage di Capaci del 23 maggio 1993 ha introdotto il ricordo di Rocco Dicillo, agente della scorta di Giovanni Falcone, originario di Triggiano, morto nella strage. Il dott. Michele Dicillo, fratello di Rocco è intervenuto tramite un video  per condividere col pubblico la triste esperienza del giorno della strage e ricordare la figura del fratello e il suo esempio di uomo fortemente attaccato  alla vita e dall’incondizionato senso del dovere che lo portò ad essere presente nella scorta del giudice Falcone, in seguito ad un cambio di turno, proprio nel giorno dell’attentato di Capaci.

Vito Mirizzi, poi è passato a presentare gli interventi dell’avvocato Raffaele Sansonetti su “Falcone e Borsellino eroi senza saperlo” e della prof.ssa Luciana Canale su “Scrittura e Legalità “.

L’avvocato Sansonetti ha parlato di Falcone e Borsellino come uomini di Stato, combattenti, uomini senza paura, oggi diventati simbolo della lotta alla mafia e in generale della lotta alla criminalità organizzata, definendoli due eroi senza saperlo, che hanno sacrificato le loro vite e quelle degli uomini della scorta, dando inizio a una nuova stagione, quella della lotta contro la mafia. 

Si è sottolineato che Falcone e Borsellino hanno svolto le loro indagini, la lotta alla mafia, con discrezione, lontano dalla luce dei riflettori mediatici e se ci sono finiti non è stato per loro scelta. Serietà, discrezione, competenza, abnegazione al lavoro, senso di legalità, rispetto verso lo Stato sono state le loro caratteristiche come uomini, prima di tutto, e come magistrati, grazie a loro, e non solo, al loro impegno e alle loro lotte è stato conosciuto il problema mafia che è divenuto da un fenomeno criminoso di cu non si parlava o si preferiva non parlarne a un fenomeno da combattere.

Si è continuato parlando del fenomeno mafioso e di come si è evoluto nel tempo. “Cosa Nostra” si è propagata in modo sotterraneo, diventando una piaga che affligge tutto il territorio siciliano e non solo, secondo analisi moderne, la mafia è un sistema di potere che si basa sul consenso della popolazione, sulla collaborazione con le istituzioni dello Stato, i politici e i funzionari pubblici, cioè, la sua esistenza si consolida grazie al tacito consenso di gran parte della popolazione e della politica sottoposte al sistema mafioso. Il potere intimidatorio esercitato da questa organizzazione criminale conduce infatti al silenzio, all’omertà. All’interno di questo sistema si rovesciano i valori: l’individuo omertoso diventa un uomo d’onore!

Grande merito che hanno avuto i nostri “due eroi per caso” nel rompere il muro dell’omertà e a mettere in luce gli intrecci e il coinvolgimento con il modo della politica.

Borsellino era stato lungimirante in tal senso e aveva detto: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo».

L’avvocato rileva che la mafia di oggi è ancora più sommersa, tanto da sembrare invisibile, ma risulta ancora più pericolosa. Il suo intento non è più l’azione di controllo sul territorio siciliano, ma quello dell’intero Paese. Ci troviamo dinanzi a una mafia imprenditrice i cui obiettivi sono il denaro e il riciclaggio e che si è perfettamente adeguata alla nuova realtà politico-economico-sociale.

Ed ecco, quindi, la nuova mafia, protagonista di reati finanziari e che coinvolge i funzionari dello Stato. Il sistema di corruzione esercitato coinvolge politici, imprenditori, funzionari amministrativi.

È evidente che risulti quindi ancora più difficile da combattere, in quanto profondamente radicata nel nostro sistema.

Sansonetti ribadisce che l’unico modo per debellarla resta l’educazione alla legalità. Se la mafia si fonda sul lucro illegale, fondato sulla droga, il gioco d’azzardo, la prostituzione, il traffico di armi e di clandestini, possiamo allontanarci da tutto ciò che ci rende complici di questi reati, impedendo che si arricchiscano le casse della mafia, scegliendo di denunciare soprusi e intimidazioni e di uscire dall’omertà.

In conclusione afferma con le parole di Paolo Borsellino che: “La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Dopo l’intervento dell’avvocato Sansonetti, il conduttore invita la prof.ssa Luciana Canale a parlare.

La prof.ssa evidenzia che la sua riflessione è incentrata sugli uomini Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e sull’esempio che hanno costruito attraverso le loro parole e la loro vita. Continua dicendo di aver analizzato alcuni brani del Libro di Giovanni Falcone “Cose di Cosa Nostra” e del libro di Pietro Grasso “Paolo Borsellino parla ai ragazzi” per comprendere le strategie comunicative adottate da questi giudici nel loro approccio ai pentiti di mafia

Si sottolinea che le parole scelte da Falcone e Borsellino possono essere definite  “parole potenti”, parole positive e costruttive, che costruiscono discorsi autorevoli. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno fondato sulla parola e sulla, a lei connessa, capacità di ascolto e conoscenza tutta la loro vita di uomini e di giudici.

Nei suoi discorsi Falcone ebbe a dire che: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.

In quanto fatto umano la mafia andava capita e questo il giudice Falcone lo aveva compreso quando diceva che nei suoi rapporti con i mafiosi aveva sempre evitato complicità e autoritarismi, aveva capito la necessità di avere riguardo per la persona che aveva davanti, ma anche l’importanza di avere domande precise da porre. L’uomo d’onore nel suo codice usa i gesti ed offre risposte solo in alcuni casi, soprattutto quando ritiene di poter dare la sua risposta. Per rompere il silenzio impenetrabile di un mafioso Falcone, dunque, sceglie ben definite parole per porre le sue domande, affinchè “cosa nostra” non rimanga, cosa propria del mafioso, ma divenga “cosa” compresa e svelata nei suoi meccanismi.

Così le parole di Falcone, e di tutti quelli che lo affiancavano esprimevano la potenza della felicità quando, in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli disse: “La gente fa il tifo per noi”. 

Si racconta che Paolo Borsellino quando doveva iniziare l’interrogatorio di uno dei tanti criminali mafiosi che aveva contribuito ad arrestare, si sedesse davanti a lui e gli facesse una domanda: “Lei da bambino cosa faceva? Chi erano i suoi compagni? Come giocava? Perché ogni mafioso prima di diventare un criminale è stato un bambino. Per spingere qualcuno sulla strada della mafia devono accadere determinati eventi capaci di portare sulla strada della violenza, della morte, della paura.

Paolo Borsellino lo sapeva bene ed usava la parola per indagare ed entrare nell’animo umano. Tutta la sua vita, fin dall’infanzia è stata caratterizzata dalle parole autorevoli che hanno formato il suo carattere e il suo temperamento. Era un uomo intelligente che amava la vita e della vita sapeva viverne ogni aspetto sdrammatizzando anche con parole ironiche, scherzose e argute gli eventi più difficili e sofferti. Una semplice e diretta parola autorevole lo ha segnato fin dall’infanzia è la parola “no” pronunciata da suo nonno materno che negli anni trenta nella città di Belmonte dove viveva, rifiutò di salutare il boss del luogo per il quale non provava alcun rispetto, a questo affronto ricevette un sonoro schiaffo, ma a questa umiliazione non abbassò lo sguardo e a testa alta e con voce ferma ribadì il suo deciso “No!”

Ecco, dunque, degli esempi di parole potenti con cui è cresciuto Borsellino ed è vissuto Falcone e che li hanno portato a capire che la mafia non è una questione di pochi ma una questione di tutti e che va combattuta in Sicilia come in tutta l’Italia.

La prof.ssa ricorda poi, un episodio avvenuto la mattina del 19 luglio 1992, giorno della strage di via d’Amelio. Paolo Borsellino si era alzato molto presto, per la prima volta dopo tre mesi si era imposto di non lavorare, prima di uscire di casa aveva scritto la risposta a una lettera ricevuta mesi prima da un liceo di Padova in cui i ragazzi lo rimproveravano di non aver presenziato a un convegno sulla mafia e gli ponevano alcune domande sul suo lavoro e sulla criminalità organizzata.

Il giudice racconta loro il momento difficile che sta vivendo dopo aver perso nella strage di Capaci non solo un collega, ma anche il suo amico con grande consapevolezza e trasparenza, offre loro il suo esempio di vita con le parole di un uomo che vive, amando la vita e per difenderla dalla mafia; ci dimostra di essere un uomo e non un eroe, come di solito siamo portati a catalogare chi ha combattuto la mafia. i ragazzi di quel liceo e tanti altri ragazzi che non hanno potuto conoscere Falcone e Borsellino perché nati successivamente alla loro morte, tuttavia li riconoscono grazie alle loro esemplari parole incarnate nella loro vita.

A questo proposito conclude con una domanda che le è stata rivolta da una sua alunna che le chiese: “Quando si è iniziato a parlare di mafia”, dopo una breve riflessione che le ha fatto comprendere la distanza generazionale, le ha risposto che tutto è iniziato con questi due giudici amici che attraverso il loro operato e il loro martirio sotto l’esplosivo hanno scardinato dalla mafia i concetti di omertà, infamia, “cosa nostra”, facendo diventare la mafia   ”cosa di tutti” per poterla vincere.

Grazie a loro e alla loro tragica morte oggi possiamo parlare di cultura della legalità che cammina sulle gambe della scuola, degli insegnanti e degli studenti che la vivono e di tutte le istituzioni civili ed ecclesiastiche che operano per il bene comune e per la crescita degli uomini e delle donne della nostra società.

Perciò, se Falcone diceva: ”Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così, si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare” e se Borsellino,  rivolgendosi direttamente ai giovani affermava: “Se la gioventù negherà il consenso l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”, così il nostro compito di adulti, oggi, nei confronti delle nuove generazioni è quello di trasmettere l’esempio di queste vite che hanno amato la legalità e per essa hanno dato la vita.

La serata dedicata a Giovanni Falcone,Paolo Borsellino,a Francesca Morvillo ,agli Agenti della scorta sarà replicata venerdì 24 Maggio con ingresso alle ore 20.30 al Palazzo Roberti-Alberotanza di Mola di Bari.

Prof.ssa Luciana Canale

Avv. Raffaele Sansonetti

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