In un un nuovo capitolo della rassegna dei personaggi mitologici presenti nei dipinti di Palazzo Roberti, il prof. Simone tratteggia mirabilmente la figura di Atena-Minerva.
di Dino Simone
Atena, la dea glaucopide
Tòn d’ēmèibet’ èpeita theà glaukōpis Athēne
Gli rispose allora la dea glaucopide Atena – Siamo nel primo libro dell’Odissea (I,44), tutti gli dèi sono riuniti a concilio, tranne Poseidone che se n’è andato “fra gli Etiopi lontani”. Si parla di Odisseo che, a differenza degli altri eroi che hanno preso parte alla guerra di Troia, dopo tanti anni non è ancora ritornato nella sua Itaca, tenuto prigioniero nell’isola di Ogigia dalla ninfa Calipso, per volere di Poseidone, adirato con lui perché aveva accecato il Ciclope Polifemo, suo figlio.
Per sollecitarne il ritorno intercede presso Zeus Atena, che in tutto il poema è una delle divinità più presenti, nel suo ruolo di protettrice di Odìsseo: combina l’incontro fra lui e Nausicaa, lo libera da tutti i pericoli nelle varie fasi del viaggio di ritorno, ispira a Penelope l’idea di proporre ai Proci la gara dell’arco e sarà accanto al suo protetto anche nel momento della vendetta.
“Padre nostro Cronide, sommo tra i potenti
… il mio cuore si spezza per il valente Odisseo,
infelice, che da tempo patisce dolori, lontano dai suoi,
in una terra circondata dall’acqua…
La figlia di Atlante trattiene l’infelice, che piange,
e sempre l’incanta con tenere e maliose
parole perchè si dimentichi d’Itaca: ma Odisseo,
che brama vedere almeno il fumo levarsi
dalla sua terra, vorrebbe morire (Omero, Odissea I, 44-59, passim, trad. di G. A. Privitera),
Lasciato il concilio degli dèi, mentre Ermes viene mandato da Zeus nell’isola di Ogigia da Calipso, con l’ordine di lasciar partire Odisseo, Atena glaucopide va personalmente da Telemaco. Si annoda ai piedi i bei calzari, come fa l’Arghifonte, il messaggero degli dèi, ma è armata di tutto punto, secondo la sua tradizionale rappresentazione e, presentandosi al giovane sotto l’aspetto di Mente, il capo dei Tafi, gli consiglia di andare a Pilo e a Sparta a chiedere notizie del padre.
Detto così, legò ai piedi i bei sandali,
immortali, d’oro, che sia sul mare la portavano
sia sulla terra infinita, coi soffi del vento,
Prese l’asta guerriera, acuminata d’aguzzo bronzo,
pesante, grande, massiccia: doma con essa le schiere
dei forti, coi quali sia in collera, figlia di padre possente.
Scese dai picchi d’Olimpo d’un balzo,
e fu nella terra di Itaca, al portico di Odisseo
sulla soglia dell’atrio: in mano aveva l’asta di bronzo (I, vv. 96-104, trad. cit.)).
Fra i tanti epiteti di Atena: Pallàs, Pallade, connesso con pàllax ‘ragazza’, Parthènos, ‘vergine’, Poliàs, ‘che difende le città’, Pròmachos, ‘che combatte davanti a tutti’, Nike, ‘la vittoriosa’, il più frequente nei poemi omerici è glaukòpis, che viene tradotto, oltre che “glaucopide” (G. A. Privitera); “dagli occhi azzurri” (R. Calzecchi Onesti e G. Cerri); “dagli occhi lucenti, o splendenti” (V. Di Benedetto).
L’aggettivo, di incerta etimologia, indica contemporaneamente la luminosità e il colore azzurro chiaro degli occhi della dea. Non si può tuttavia prescindere dal rapporto con glaux, ‘civetta’, l’animale tradizionalmente associato ad Atena. Il suo significato sarebbe allora ‘dagli occhi di civetta’ e sarebbe un residuo della originaria natura teriomorfica della divinità.
Già in Omero Atena è presentata come divinità guerriera, che sotto le mura di Troia combatte sempre a fianco dei Greci. A differenza di Ares che impersona il bruto furore bellico, Pallade Atena simboleggia piuttosto la superiorità della forza intelligente, è consigliera di ogni attività, che presuppone l’uso della ragione e dell’astuzia, e protegge tutte le arti e i mestieri.
Ad Atena Parthènos era dedicato il principale tempio dell’Acropoli ateniese, che da lei prese il nome. All’interno del Partenone era collocata la statua crisoelefantina (d’oro e d’avorio) della dea, scolpita da Fidia e descritta dallo scrittore greco Pausania, nel primo libro della sua Periegesi della Grecia. La statua, alta più di dodici metri, rappresentava la dea ritta in piedi, con il peplo dalle pieghe profonde, l’egida, lo scudo di pelle di capra ornato al centro dalla testa di una Gorgone, la lancia e un elmo crestato, secondo l’iconografia tradizionale.

Oggi ne rimangono solo poche copie in scala ridotta. L’originale andò distrutto completamente nel V secolo d. C. a causa di un incendio.
In onore di Atena Polìade ogni anno si celebravano le Panatenee. Durante le Grandi Panatenee si svolgevano concorsi musicali e letterari; seguivano le competizioni ginniche, le gare ippiche ed altre manifestazioni. La festa si chiudeva con una veglia notturna (pannychìs), terminata la quale, al sorgere del sole, si formava la grande processione in cui sfilava tutta la città. La processione è stata immortalata da Fidia nelle sculture del fregio del Partenone.


Pallade Atena (la Minerva dei Romani: cfr il dipinto di Palazzo Roberti) è la dea che nelle Argonautiche di Apollonio Rodio ha sollevato la nave Argo, facendola volare al di sopra delle rupi Simplegadi, e con Era (Giunone) decide di andare da Afrodite perché convinca suo figlio Eros (Cupido) a far innamorare Medea dello straniero, colpendola con i suoi dardi.
Come raccontano tutti i mitografi, Atena nacque dalla testa di Zeus che, dopo aver fecondato Meti, la ingoiò incinta di Atena. Quindi la testa di Zeus fece da incubatrice. Dalla coscia di Zeus nacque invece Dioniso, dopo che sua madre Sèmele fu folgorata dal bagliore del padre degli dèi.
La nascita di Atena è così narrata da Esiodo nella Teogonia:
Zeus, re degli dèi, per prima prese in sposa Meti,
che senno aveva piú degli uomini tutti e dei Numi.
Ma quando costei stava già per dare alla luce Atena
Occhiazzurri (glaukòpin Athénēn), Giove le tese una frode, un inganno,
e, con accorti discorsi, la inghiottì nel suo ventre,
per i consigli di Gea e di Urano stellato:
lo consigliarono cosí, perché non avesse l’onore
del regno dei beati Celesti un altro, invece di lui,
perché voleva il fato che Meti desse alla luce
figli assai saggi: prima la fanciulla glaucopide
… pari di senno e di forza a suo padre;
e un figlio poi doveva generare d’immenso vigore,
ch’esser sovrano doveva degli uomini tutti e dei Numi.
Ma la prevenne Zeus, la raccolse nel suo ventre,
affinchè sempre la dea potesse consigliarlo sul bene e sul male (vv. 886-900).

Dunque Zeus ingoia Meti per impedirle di generare, dopo Atena, un figlio d’immenso vigore e dal cuore violento, che avrebbe preso il suo posto di re degli dèi e degli uomini
Nei Dialoghi di Luciano di Samòsata, dove tutto il repertorio mitologico greco rivive in un gioco di graffiante ironia, nella visione disincantata di un intellettuale razionalista e scettico, non poteva mancare il racconto della nascita di Atena.

Luciano non fa riferimento a Meti ingoiata da Zeus, a lui interessa soltanto il momento in cui Atena, armata di tutto punto, balza fuori dalla testa di Zeus. Ecco come immagina l’evento nel dialogo Efesto e Zeus (13):
Efesto. Che devo fare, o Zeus? Eccomi al tuo comando, con la scure più affilata, dovessi anche con un solo colpo tagliare netto un sasso.
Zeus. Bene, o Efesto: spaccami il capo in due.
Efesto. Vuoi farmi fare una pazzia? Dimmi cosa vuoi veramente da me.
Zeus. Proprio questo, che tu mi apra il cranio: e se non ubbidisci proverai un’altra volta la mia collera. Devi colpire con tutta la forza, e fa’ presto, perché sento le doglie del parto che mi straziano il cervello.

Efesto. Bada, o Zeus, che non combiniamo qualche guaio; la scure è tagliente, e farà sangue: non ho le mani di Lucina io.
Zeus. Tu, o Efesto, cala il colpo senza paura: so io quel che conviene.
Efesto. Lo calerò. Che altro posso fare, quando tu lo comandi?… Ma questo cos’è? una fanciulla armata? Un grosso malanno, o Zeus, avevi dentro il capo: a ragione eri così irritabile, ti stava viva sotto le meningi una vergine di questa taglia, e tutta armata. Avevi un accampamento, non una testa e non lo sapevi. E lei salta, danza la pirrica, agita lo scudo, vibra la lancia, ed è invasa da divino furore, e, quel che conta di più, è bellissima ed in breve tempo s’è fatta adulta; ha gli occhi azzurri, che le stanno bene sotto quell’elmo. O Zeus, io t’ho aiutato a partorirla, in compenso dammela in sposa.
Zeus. Chiedi cosa impossibile, o Efesto, perché lei vuole rimanere sempre vergine, lo, per me, non ti dico di no.
Efesto. Questo volevo, al resto penserò io: me la rapirò.
Zeus. Se puoi, fa’ pure: ma so che desideri l’impossibile.
C’è un riferimento alla nascita di Atena anche nell’Olimpica VII di Pindaro, dedicata a Diàgora di Rodi vincitore nel pugilato, nella sezione dell’epinicio (canto per la vittoria) riservata al mito. Diagora, della stirpe degli Eraclidi, era signore di Iàliso, una delle tre maggiori città dell’isola. Il racconto inizia da Tlepòlemo, progenitore di Diagora e fondatore della colonia di Rodi, il quale, dopo aver ucciso in preda all’ira Licimnio, un parente, andò a consultare l’oracolo di Apollo. E il dio Chiomadoro (Chrysokòmēs) gli ingiunse di navigare da Tirinto
a quel paese
cinto di mare,
dove il re degli dèi pioveva un giorno
dorate falde sopra la città,
quando, in virtù d’Efesto, al colpo
secco dell’ascia,
dalla testa paterna esplose Atena – un ululo
immane d’alalà;
corse la Terra madre e il Cielo un brivido.
Il figlio di Iperione,
che schiara il mondo, un debito
ingiunse allora ai figli;
ergere primi un’ara fulgida alla dea,
sancire un rito augusto
per blandire, col Padre, la fanciulla
dalla lancia fremente…
[…]
Lei diede loro un vanto, l’Occhicerula (Glaukōpis ):
supremazia nell’arte,
grazie alle industri mani (vv. 50-78 passim, trad. di Filippo M. Pontani)
Nel libro XI dell’Odissea, la Nekyia (evocazione dei morti), su consiglio di Circe Odisseo discende nell’oltretomba dove incontra, tra le altre, anche l’anima di Aiace Telamonio, che però non risponde alle sue domande, perché conserva ancora rancore nei suoi confronti.
L’anima sola di Aiace Telamonio
se ne stava in disparte, in collera per la vittoria
che riportai su di lui nel giudizio, ottenendo presso le navi
le armi di Achille: in palio le mise la madre augusta
e le aggiudicarono i figli dei Teucri e Pallade Atena.
Oh, non avessi mai vinto quel premio!
Tale persona la terra coprì per causa loro,
Aiace, che superava per aspetto ed azioni
gli altri Danai dopo il nobile figlio di Peleo (XI , vv. 543-551, trad. cit.).
Aiace è il protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, in cui Atena è la dea spietata che, per difendere Odisseo, il suo protetto, fa impazzire Aiace Telamonio che voleva vendicarsi di lui e degli altri capi greci, perché, grazie anche all’aiuto di Pallade, lo avevano privato con l’inganno delle armi di Achille che spettavano a lui. Ritornato in sé, quando si accorge di aver fatto strage di una mandria di armenti, invece di uccidere i suoi nemici, Aiace decide di togliersi la vita.
Nel prologo della tragedia Odisseo è davanti alla tenda di Aiace, al di sopra della quale appare Atena. L’eroe ne ode la voce senza vederla.
“O voce di Atena,voce della dea a me più cara; io non ti vedo, ma sento la tua parola; subito la intendo con il pensiero e ne godo; essa riecheggia in me come squillo bronzeo di una tromba tirrena. Tu bene hai scoperto che io cerco le tracce di un nemico da tempo: di Aiace, l’uomo dal grande scudo: soltanto di lui seguo le orme” (Sofocle, Aiace, vv. 14-20, trad. di E. Cetrangolo).
Qualcuno durante la notte nel campo greco ha sgozzato tutti gli armenti, insieme con i guardiani. Si pensa che sia stato Aiace, ma Odisseo non riesce a comprenderne il perché.
Glielo spiega la dea: furioso per il giudizio che gli ha negato le armi di Achille, Aiace si è avventato contro gli animali pensando di sterminare Odisseo e i capi degli Achei. Ci sarebbe riuscito se la dea, per proteggere Odisseo, non lo avesse fatto impazzire.
In preda alla follia Aiace alcune bestie uccide, altre lega e trasporta sulla scena: tra queste un montone più grande degli altri. Immaginando che sia Odisseo, il suo mortale nemico, lo lega e si accanisce a frustarlo. Quando ritorna in sé, Aiace si rende conto di quello che ha commesso, di essersi coperto di vergogna: comprende che per lui è ormai impossibile continuare a vivere, avendo perso il suo onore ed esser diventato motivo di riso, oggetto di derisione (ghelōs) da parte dei nemici. Ma anche se Aiace è suo nemico, il destino di questo infelice addolora Odisseo, che è portato a riflettere sulle sorti degli uomini.
Famoso è il monologo con cui Aiace dichiara che a questo punto non ha scelta.
“Mio padrre dalla terra dell’Ida tornò in patria con la gloria più alta e il più bel premio della guerra. Invece io, suo figlio, muoio disonorato (‘àtimos’ ; ‘timè’ è l’onore). La vergine figlia di Zeus, la dea con lo sguardo di Gòrgone, mentre volgevo la spada contro di loro (Odisseo e gli Atridi), m’ingannò: avvolse l’animo mio nel nembo di un’incoscienza folle; e così ho macchiato le mani di sangue , infierendo su queste povere bestie. E quelli intanto ridono, esultano, salvi contro la mia volontà … E adesso che cosa devo fare? Visibilmente gli dei mi odiano, mi odia l’armata dell’Ellade, mi odia tutta la Troade. Dovrei forse ritornare in patria, lasciare queste rive, gli Atridi, e attraversare il mare Egeo? E quale viso mostrerò a mio padre, a Telamone, comparendogli davanti? Come resisterà a fissarmi negli occhi, presentandomi a lui senza nulla, senza il premio del mio valore, a lui che riportò gloriose corone? No il pensiero è insopportabile. O forse devo correre all’assalto delle mura di Troia, lottando da solo a solo contro tutti, e dopo così bella e utile impresa finalmente morire? Potrei farlo, ma colmerei gli Atridi di gioia, come credo. Neppur questo è possibile. Ma una via è da cercare, un modo per dimostrare al mio vecchio padre che io, generato da lui, ho il cuore degno della mia natura. Desiderare di vivere a lungo è vergognoso per un uomo, se altro non fa che passare di ventura in sventura. O vivere nobilmente o nobilmente morire: è questo il dovere dei forti” (vv. 434 e segg., trad. cit.).
Ha deciso di morire e non lo tratterranno nemmeno le suppliche di Tecmessa, la sua donna, che lo prega di non farlo, se non per lei almeno per il loro figlio, il piccolo Eurisace, e si getta sulla spada, piantata in terra, sulla riva del mare.

Nella seconda parte del dramma Odisseo si batte perché il suo nemico riceva la dovuta sepoltura contro il volere di Agamennone, in nome di quelle leggi divine a cui si è ispirata anche Antigone. “Era un nemico, dice Odisseo, ma un uomo valoroso. Non è giusto oltraggiare dopo la morte un uomo nobile, anche se lo si odia”.
La paura del riso dei nemici è una delle linee tematiche del dramma sofocleo; il motivo è comunissimo soprattutto nei poemi omerici, nella tragedia e nelle Storie di Erodoto e rappresenta il valore centrale della ‘civiltà di vergogna’. L’espressione (in inglese shame culture) fu applicata da E. R. Dodds nell’opera I Greci e l’irrazionale al modello sociale su cui si basa la civiltà omerica. Infatti per i grandi eroi, quali Achille ed Ettore, l’onore, da cui poi deriva la gloria, non era un concetto astratto ma il risultato di atti e comportamenti e dipendeva soprattutto dal giudizio degli altri, la dēmou phatis. Alla moglie Andromaca, che cerca di convincerlo a restare sulle mura, a dirigere le operazioni militare dall’alto e a non combattere in prima fila, Ettore dice: “Se lo facessi, mi vergognerei dei troiani e delle troiane”. Quella che ci presenta anche Sofocle è una civiltà arcaica, per cui una vita senza onore non è degna di esser vissuta. Aiace deve morire: ha perso la pubblica stima, non può vivere in un mondo che lo deriderà per il disonore di cui si è coperto.
La ‘civiltà di colpa’, invece, è una civiltà più evoluta in cui quello che più conta è il giudizio della propria coscienza, non quello degli altri.
Nella Nekyia Odisseo consulta l’anima dell’indovino Tiresia, che gli predice le future tappe del suo ritorno a Itaca. Il vate tebano, che conserva anche nell’Ade le sue capacità profetiche, per volontà di Persefone, svolge un ruolo molto importante nell’Edipo Re di Sofocle.
Il nome e il personaggio di Tiresia sono diventati improvvisamente noti al grosso pubblico da quando, nel 2018, Andrea Camilleri ha scritto e presentato a Siracusa Conversazione su Tiresia. L’indovino cieco è il protagonista di una conversazione solitaria nel corso della quale lo scrittore siciliano, meditando ad alta voce sulla cecità e sul tempo, sulla memoria e sulla profezia, parla di sé e del suo viaggio nella vita e nella Storia.

Per i lavacri di Pallade è un interessante inno di Callimaco, che ci informa sul rito, che si compiva ad Argo in onore della dea, e sulla causa della cecità del vate Tiresia.
Il poeta immagina che l’occasione dell’inno sia una processione rituale della statua di Atena, che era portata fino al fiume Inaco dove veniva spogliata, lavata, unta e rivestita.

Bagnatrici di Pallade, venite,
venite fuori tutte: udii nitrire
appena adesso le cavalle sacre
ed è pronta per muoversi la dea.
Correte, bionde figlie dei Pelasgi,
correte presto.
[…]
Donne Achee,
non portate profumi né alabastri
a Pallade (non ama
la mescolanza degli unguenti Atena),
né portate lo specchio: è sempre bello
il volto suo. Neppure quando il frigio [Paride]
fece sull’Ida l’arbitro al giudizio,
volse lo sguardo al cerchio di oricalco
la grande dea né al diafano fluire
del Simoenta. Né si specchiò Era.
Cipride invece, preso il terso rame,
spesso rifece una seconda volta
la medesima ciocca della chioma.
Offritele anche adesso
solamente il virile olio di oliva
con cui Castore ed Eracle si spalmano.
E un pettine portate, tutto d’oro,
perché, lisciati i riccioli lucenti,
si pettini la chioma. Vieni, Atena.
Lo stuolo prediletto delle vergini
dei potenti Arestoridi è qui pronto.
Vieni, Atena,dall’elmo d’oro,
che godi del fragore dei cavalli
e degli scudi. Portatrici d’acqua,
oggi non attingete; gente d’Argo,
bevete oggi alle fonti e non al fiume.
…. L’Inaco dai monti
discenderà, di pascoli coperti,
mischiando le sue acque all’oro e ai fiori,
a portare il bel bagno per Atena.
Attento a non vedere la regina,
non volendo, Pelasgo. Chi vedesse
colei che tiene in pugno la città,
Pallade, nuda, per l’estrema volta
volgerà gli occhi ad Argo.
In attesa dell’arrivo del simulacro, identificato con la divinità stessa, una voce narra la storia di Tiresia, diventato cieco per aver visto la dea nuda.
Una volta, fanciulle, c’era in Tebe
una ninfa [Cariclò], la madre di Tiresia,
che Atena molto più delle compagne
aveva cara e non lasciava mai.
[…]
Molte lacrime pure l’aspettavano
anche se per Atena era l’amica
più cara al cuore. Un giorno all’Ippocrène
che bella scorre, sopra l’Elicona
si bagnavano, avendo sciolto i pepli
dai fermagli; sul monte era la pace
del mezzogiorno, entrambe si bagnavano,
volgeva il mezzogiorno e una gran pace
regnava su quel monte. Con i cani
Tiresia, solo, verso il luogo sacro
era diretto e aveva sulle guance
da poco, scura, l’ombra della barba.
In maniera indicibile assetato
giunse all’acqua corrente della fonte.
Sventurato! Le cose non concesse
vide senza volere. Gli rivolse,
benché adirata, Atena la parola:
“Qual demone alla via pericolosa,
figlio di Evèro, ti guidò, che gli occhi
non porterai più indietro?” Così disse
e notte colse gli occhi del ragazzo.
Muto rimase, ferme le ginocchia,
legate dal disastro e non riusciva
a mandar suono. Ma gridò la ninfa:
“Cosa hai fatto, signora, al figlio mio?
È questa l’amicizia delle dèe!
Hai tolto gli occhi al mio ragazzo! Figlio,
toccato dalla sorte, il seno e i fianchi
di Atena hai visti e non vedrai più il sole!”
[…]
Atena ebbe pietà della compagna
e così le parlò: “Donna divina,
ritira interamente ciò che hai detto,
in preda all’ira: non per mio volere
tuo figlio è cieco. Certo per Atena
non è cosa piacevole strappare
gli occhi ai fanciulli. Ma il decreto è questo
delle leggi di Crono: chiunque scorga
uno degli immortali, quando il dio
non lo sceglie in persona, a grande prezzo
paghi il vederlo. Non si può mutare,
donna divina, ciò che è stato fatto”.
Cariclò si è rivolta alla dea, rinfacciandole l’amicizia. Ma il mondo delle leggi divine lascia ben poco spazio ai sentimenti. Pallade Atena non può fare altro che applicare le leggi decretate al tempo di Crono.
I genitori di Atteone imploreranno di vedere cieco il loro figlio, compagno di corsa di Artemide. La storia del giovane cacciatore, trasformato in cervo e sbranato dalle proprie cagne, perché non volendo vedrà la dea nuda al bagno, collocata nel futuro, è utilizzata per consolare Cariclò.
Invece, oltre che risparmiargli la vita, Atena farà a Tiresia altri doni: la profezia; il bastone, magico aiuto nel cammino, tradizionale simbolo di iniziazione del profeta o poeta ispirato; una vita più lunga (di ben sette generazioni, secondo alcune fonti) e una condizione privilegiata tra i morti..
Disse e assentì col capo: ed è compiuto
ciò che Pallade approva con un cenno,
poiché ad Atena, sola tra le figlie,
tutti i segni del padre dette Zeus.
Non una madre partorì la dea,
ma la testa di Zeus, o bagnatrici,
e la testa di Zeus non dà un assenso
che non sia vero… (trad. di Valeria Gigante Lanzara)
La scena patetica di Atteone sbranato, perchè secondo altre versione del mito si vantò di essere miglior cacciatore di Artemide, richiama lo smembramento di Pènteo, nelle Baccanti di Euripide, e la successiva ricomposizione del cadavere ad opera della madre Agave sul Citerone.
L’inno termina con l’invito, rivolto alle fanciulle, di “accogliere” la divinità , con canti e grida appropriate, che è elemento centrale dei riti e delle epifanie divine.
Ricordiamo infine che l’olio, da offrire alla dea, era il prodotto dell’ulivo, dono di Atena nella contesa con Posidone per il possesso dell’Attica.
Come ha fatto con Aiace, Atena è crudele e vendicativa anche nei confronti di Aracne, il cui mito è raccontato da Ovidio nel VI libro delle Metamorfosi .
Aracne era una fanciulla abilissima nel tessere, tanto che girava voce che avesse imparato l’arte direttamente da Atena, mentre lei affermava che fosse la dea ad aver imparato da lei.

[La dea Atena] s’impegnò a perdere Aracne di Meonia, che (l’aveva udito)
non voleva riconoscerle il primato nell’arte
di tessere la lana. Non per ceto o stirpe lei era famosa,
ma per maestria d’arte… Aracne, malgrado fosse nata da famiglia
umile e nell’umile Ipepe abitasse, con la sua maestria
s’era fatta un gran nome nelle città della Lidia.
Per ammirare la meraviglia dei suoi lavori, avvenne
che le ninfe del Timolo lasciassero i loro vigneti
e che quelle del Pactolo lasciassero le loro acque.
E non solo era un piacere ammirare i tessuti finiti,
ma la loro creazione, tanta era la grazia del suo lavoro.
… era chiaro che l’ammaestrava Pallade.
Ma lei lo negava e indispettita dal carisma della maestra:
“Che gareggi con me!” diceva. “Se vince, starò alla sua mercé”.
Pallade, fingendo di essere una vecchia che si sostiene con un bastone, si presenta a lei e le consiglia di chiedere perdono alla dea per la sua arroganza. Ma Aracne, sospendendo la tessitura, con il viso acceso d’ira grida: “Perché non viene qui? Perché non accetta la sfida?” Allora Pallade, riprendendo il suo aspetto, senza indugio si pone al telaio. Ognuna dalla propria parte si mette a lavorare con lena.

Filamenti d’oro sono intessuti nell’ordito
e sulla tela prendono forma storie remote.
Pallade effigia il colle di Marte nella cittadella di Cècrope
e l’antica contesa sul nome da dare alla contrada.
Dodici numi, e Giove in mezzo, siedono con aria grave
e maestosa su scanni eccelsi: ciascuno ha come impressa in volto
la propria identità; l’aspetto di Giove è quello di un re.
Poi disegna il dio del mare, mentre colpisce col lungo tridente
il macigno di roccia e da questo squarciato fa balzare
un cavallo indomito, perché la città gli venga aggiudicata.
A sé stessa assegna uno scudo, un’asta dalla punta acuminata,
un elmo e l’egida per proteggere il capo e il petto;
e rappresenta la terra che percossa dalla sua lancia
genera l’argentea pianta dell’ulivo con le sue bacche;
e gli dei che guardano stupefatti; infine la propria vittoria.
Atena raffigura al centro della tela la sua gara con Poseidone per dare il proprio nome alla città fondata da Cècrope e aggiunge agli angoli tante altre storie, contornando tutti i margini con rami d’olivo.

Aracne invece disegna Europa ingannata dal fantasma
di un toro, e diresti che è vero il toro, vero il mare;
la si vede che alle spalle guarda la terra
e invoca le compagne, e come, per paura d’essere lambita
dai flutti che l’assalgono, ritragga timorosa le sue gambe.
E …raffigura Leda che sotto le ali di un cigno giace supina;
e vi aggiunge Giove ….
che per averti, Alcmena di Tirinto, si muta in Anfitrione;
che trasformato in oro inganna Dànae
Aracne sceglie invece come tema della sua tessitura gli amori degli dei. Dopo le avventure di Giove, sono rappresentate quelle di Nettuno, di Apollo, di Libero (Bacco) che, ricorrendo a vari espedienti e travestimenti, hanno sedotto donne mortali. Lungo l’estremità della tela corre un bordo sottile con fiori intrecciati a viticci d’edera.
Neppure Pallade o Invidia avrebbero potuto denigrare
quell’opera. Ma la bionda dea guerriera si dolse del successo,
fece a brandelli la tela che illustrava i misfatti degli dei
e, con in mano la spola fatta col legno del monte Citoro,
più volte in fronte colpì Aracne, figlia di Idmone.
La sventurata non lo resse e fuor di senno corse a cingersi
il collo in un cappio: vedendola pendere n’ebbe pietà Pallade
e la sorresse dicendo: “Vivi, vivi, ma appesa come sei,
sfrontata, e perché tu non abbia miglior futuro, la stessa pena
sarà comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti”.
Poi, prima d’andarsene, l’asperge col succo d’erbe
infernali, e al contatto di quel malefico filtro
in un lampo le cadono i capelli e con questi il naso e le orecchie;
la testa si fa minuta e così tutto il corpo s’impicciolisce;
zampe sottili in luogo delle gambe spuntano dai fianchi;
il resto è ventre: ma da questo Aracne emette un filo
e ora, come ragno, torna a tessere la sua tela (vv. 1-145, passim, trad. di Mario Ramous).
Nel mito di Aracne Atena ha voluto colpire l’arroganza, la sfrontatezza, l’insolenza … (in greco, con una parola sola, la hybris) dimostrata da Aracne.

Il tema della hybris punita è un motivo dominante nella mitologia e nella letteratura classica. Per restare in ambito mitico, ricorderemo soltanto due altri personaggi che, come Aracne, hanno osato sfidare gli dei, ritenendosi superiori a loro e peccando di tracotanza, di superbia: Niobe e Marsia.
Niobe aveva conosciuto Aracne, tuttavia la punizione della sua conterranea non l’indusse a sottomettersi agli dei, come racconta lo stesso Ovidio, sempre nel VI libro delle Metamorfosi (vv. 146 e segg.). Niobe, che aveva avuto sette figli maschi e sette femmine, tutti bellissimi, vantandosi di essere più feconda di Latona (Leto in greco), madre di Apollo e di Artemide, pretendeva di avere gli stessi onori della dea. Ma la sua arroganza fu punita duramente: Apollo e Artemide uccisero con i loro strali d’argento i quattordici figli di Niobe, che, pur convertita da Zeus in pietra per il dolore, non cessò di piangere.
Terribile fu anche la sorte del satiro Marsia che sfidò Apollo in una gara musicale, che opponesse il doppio flauto, in cui era maestro, alla lira suonata dal dio. Apollo, vincitore, lo punì scorticandolo vivo e appendendolo ad un albero. Si compì così la maledizione lanciata da Atena contro chi avesse raccolto il doppio flauto, che lei aveva inventato ma poi gettato via, inorridita nel vedere riflesse nell’acqua le sue guance gonfiate per suonare lo strumento.





