Le tele e i dipinti dello storico edificio rivelano la passione
di metà Settecento per l’arte e la letteratura classica. Il prof. Simone continua ad accompagnarci in un affascinante viaggio alla loro scoperta.
di Dino Simone
In un cammeo di Palazzo Roberti sono ritratti un uomo con un’arpa e una fanciulla in groppa ad un cavallo.
Secondo Valeria Nardulli (“Palazzo Roberti Alberotanza Mola di Bari. Vicende storiche, aspetti architettonici e decorativi di Ursula Annio e Valeria Nardulli”, Les Flaneurs Edizioni, 2016) richiamerebbero il mito di Orfeo ed Euridice e sarebbero un probabile riferimento all’Orfismo, movimento religioso che godette di notevole fama nella Massoneria, come testimoniano i diversi simboli massonici dipinti nei vari ambienti del Palazzo.

Poche leggende hanno avuto nei secoli tanta fortuna nella letteratura, nella musica e nell’arte quanto il mito di Orfeo, espressione della lotta che l’uomo di ogni tempo deve affrontare e in cui sempre fatalmente soccombe, quella tra la Vita (di cui l’Amore è la forza propulsiva) e la Morte.
Narra la storia di Orfeo ed Euridice Virgilio, nel libro IV delle Georgiche.

È un racconto nel racconto, secondo la tecnica dei poeti alessandrini. Partendo dall’apicultura, l’argomento del libro, il poeta si sofferma sul mito del pastore Aristeo, che aveva subito la moria delle sue api e non riusciva a farsene una ragione. Il dio Proteo, a cui il giovane si era rivolto su consiglio della madre, la ninfa Cirene, gli spiega che gli dei lo hanno punito con la perdita delle api perché, anche se involontariamente, aveva causato la morte di Euridice, la sposa di Orfeo.
Euridice, mentre cerca di sfuggire ad Aristeo che vuole insidiarla, viene morsa da un serpente nascosto in mezzo all’erba alta.
Dopo la morte della moglie, Orfeo, per cercare conforto, con l’accompagnamento della lira cantava dall’alba al tramonto la sposa perduta. E cantando scese negli Inferi e giunse alla presenza dei sovrani dell’Ade, dopo aver ammansito i terribili guardiani dell’Oltretomba.
Colpite dalla dolcezza del suo canto tutte le anime, come stormi di uccelli, accorrevano a sentirlo. Anche Proserpina, rapita pure lei dalla Morte quando era ancora fanciulla, anzi sottratta alla madre Demetra dallo stesso re degli Inferi, Plutone, ne è affascinata, si commuove davanti a quell’amore e concede al poeta di poter riportare Euridice sulla terra, ma a una condizione: non deve voltarsi a guardarla durante il cammino.
Ormai tornando sulle sue orme [Orfeo] era uscito da ogni pericolo; restituita a lui, Euridice saliva verso gli alti soffi dell’aria, seguendolo alle spalle (era la norma imposta da Proserpina), quando una subitanea pazzia (subita… dementia) colse l’incauto amante, follia ben perdonabile, se sapessero perdonare i Mani. Si fermò e alla sua Euridice, ormai sulla soglia della luce, sventatamente, ahimé, e sopraffatto dai sensi volse indietro lo sguardo. Là ogni suo travaglio si disperse, fu rotta l’intesa del crudele tiranno, e per tre volte si udì il fragore dello stagno d’Averno.”Chi ha perduto me stessa infelice – disse – e te, Orfeo? che follia così grande? Ecco, di nuovo lo spietato destino indietro mi chiama e copre i tremolanti occhi il sonno. E ora addio; mi trascina l’immensità della notte circostante, mentre le svigorite mani a te, ahi non più tua, io tendo”. Parlava e dai suoi occhi improvvisa, come fumo disperso nei soffi dell’aria, tenue, fuggì all’indietro. Non lo vide che tentava di afferrarne invano l’ombra e molte cose ancora voleva dire; né il traghettatore dell’Orco gli permise di superare nuovamente l’ostacolo della palude. (Georgiche IV, vv. 485-503, trad. di Carlo Carena).
Per sette mesi Orfeo pianse la sua Euridice, e, narrando la sua storia, con il suo canto ammaliava le fiere e trascinava le querce.

Nessun amore, nessun nuovo matrimonio piegò il cuore di Orfeo mentre piangeva per Euridice. Da lui respinte, le donne della Tracia, durante i riti divini e le orge notturne di Bacco fecero a brani il corpo del poeta e ne sparsero i resti per la campagna.
Il suo capo, staccato dal collo, finì nelle acque dell’Ebro e, mentre veniva trasportato dalle correnti del fiume verso l’Isola di Lesbo, invocava ancora la sua Euridice.
Per Virgilio, dunque, è una subita dementia, una improvvisa follia, che spinge Orfeo, vinto dalla passione (victus … animi) a voltarsi a guardare la sua Euridice (Eurydicen… respexit); una immensa pazzia (tantus furor) è la sua.
È questa la spiegazione degli antichi. Non sono d’accordo i moderni, che giustificano in altro modo il gesto di Orfeo.

Ovidio scandisce la sua versione del mito in due tempi, all’inizio dei libri X e XI delle Metamorfosi.
Il suo modello è Virgilio, e i due poeti insieme costituiscono le fonti principali del Poliziano, che nella Fabula di Orfeo (1480) fonde i loro racconti.
A differenza di Virgilio, Ovidio si dilunga nei particolari.
Morta Euridice Orfeo, dopo averla pianta a per molto tempo, non esitò a scendere negli Inferi e, giunto in presenza di Persefone e di Plutone, suonando la lira e cantando spiega loro la causa del suo viaggio e li invoca:
[…] Se non è inventata la novella di quell’antico rapimento,
anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi,
per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno,
vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!
Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra,
presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo.
Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui
sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine.
Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto
il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono.
Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo:
io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!
Vinti dal suo canto né Persefone né il re degli abissi ebbero la forza di dire no alla sua preghiera e chiamarono Euridice. Orfeo la prese per mano e ricevette l’ordine di non voltare indietro lo sguardo, finché non fossero usciti dall’Ade.

In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero
scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile.
E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,
quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla (avidusque videndi),
l’innamorato Orfeo si volse (flexit amans oculos): sùbito lei svanì nell’Averno;
cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata,
ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero
(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?);
per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie
giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.
Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie.
[…]
Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta:
il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì
accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere:
dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo
(cura dolorque animi lacrimaeque alimenta fuere).
Poi, dopo aver maledetto la crudeltà dei numi dell’Averno,
si ritirò sull’alto Ròdope e sull’Emo battuto dai venti.
Per tre volte il Sole aveva concluso l’anno, finendo nel segno
acquatico dei Pesci, e per tutto questo tempo Orfeo non aveva
amato altre donne, forse per il dolore provato, forse
per averne fatto voto. Eppure molte erano le donne ansiose
d’unirsi al poeta, ma altrettante piansero d’essere respinte. ( Metamorfosi X, 1-82, passim, trad. di Mario Ramous)

Nel libro successivo, raccontando la morte di Orfeo, Ovidio affronta il tema dell’omosessualità del cantore di cui Virgilio aveva evitato di parlare.
Seduto nei boschi a suonare, Orfeo attira intorno a sé le piante, gli animali e le pietre, cantando storie di fanciulli amati dagli dei e di fanciulle stravolte da passioni proibite. Ma ecco che le donne di Tracia, in preda al delirio, quando dall’alto di un colle scorgono Orfeo, come Furie lo aggrediscono e alla fine della cruenta lotta fanno a brani il suo corpo.
Orfeo muore dilaniato dalle Menadi, forse offese per l’ostinato rifiuto opposto da lui alle loro profferte d’amore, o forse sdegnate per il veto che egli poneva alle donne a prendere parte ai Misteri. Alla violenza delle baccanti, che hanno provocato la morte di Orfeo, segue la punizione da parte di Dioniso, che le trasforma in alberi.
A nessun poeta era venuto in mente di raccogliere le sparse membra di Orfeo, ricomponendo la sua immagine, e di riunirlo a Euridice nel regno delle Ombre. Nessuno aveva pensato alla seconda “discesa agi Inferi” del mitico cantore.
Sottoterra scende l’ombra di Orfeo, e tutti riconosce i luoghi
che aveva visto prima; poi, cercandola nei campi dei beati,
ritrova Euridice e la stringe in un abbraccio appassionato.
Qui ora passeggiano insieme: a volte accanto, a volte lei davanti
e lui dietro; altre volte ancora è invece Orfeo che la precede
e, ormai senza paura, si volge a guardare la sua Euridice
(Eurydicenque suam iam tutus respicit Orpheus). (Metamorfosi XI, vv. 61-66, trad. cit.).
Respexit – respicit. A conclusione della storia, Ovidio riprende il verbo respicere (volgersi a guardare) già usato da Virgilio (Georgiche IV, 490- 491: Eurydicenque suam …. respexit), mentre prima aveva adoperato l’espressione flexit oculos, volse gli occhi (Metam. X, 57). Adesso che sono entrambi delle ombre, Orfeo può volgersi a guardare tutus, senza paura che scompaia, la sua Euridice, Eurydicenque suam iam tutus respicit (Metam. XI, 66).

Secondo un’altra versione del mito, furono le Menadi che, dopo aver fatto a brani il corpo di Orfeo, ne gettarono la testa nel fiume Ebro ed essa, poggiata sulla lira, continuò a galleggiare e per straordinario prodigio a cantare il suo amore; giunta al mare finì per approdare all’isola di Lesbo, sacra ad Apollo, che diventò la culla della poesia lirica. Quello che restò del corpo di Orfeo venne sepolto dalle Muse ai piedi dell’Olimpo e la sua lira, posta sulla volta del cielo, formò la costellazione dello stesso nome.
Come nella più classica tradizione eroica, la morte e lo smembramento preludono ad una nuova rinascita: ma ciò che rinasce dalle spoglie di Orfeo è proprio la “poesia”, quale parola libera da ogni funzione concreta, da ogni finalità pratica: il canto piacevole e profondo che tocca cuore e mente insieme.
Rainer Maria Rilke (1875-1926), uno dei massimi poeti del Novecento, in una poesia giovanile affronta il mito di Orfeo. Qui i personaggi sono tre: Orfeo Euridice Hermes.
Il poeta fissa il momento in cui Orfeo ed Euridice, accompagnata da Hermes, risalgono verso la luce, abbandonando il regno di Dite, il luogo del mistero: c’erano rocce, foreste trasparenti come spettri, uno stagno immenso e poi prati, in mezzo ai quali scorreva un unico sentiero, che essi percorrevano.
Orfeo, avvolto in un mantello azzurro, a grandi passi divorava la strada in salita, guardando in avanti. Dei suoi sensi l’occhio correva avanti, restava indietro l’udito.
Gli sembrava di sentire il passo di Hermes ed Euridice, ma era solo l’eco del suo passo.
[…] Lo seguivano
col loro passo lieve
il dio dei viandanti e dei messaggi,
sui chiari occhi il pétaso calato.
La verga sottile tesa davanti a sé,
le ali fruscianti alle caviglie;
e, affidata alla sua mano sinistra,
come in pegno: lei.
Lei – così amata – che una sola cetra
la pianse più di mille donne in lutto;
e tutto il mondo fu in pianto, boschi e valli,
strade e paesi e campi e fiumi e animali […]
Partecipavano al dolore del mondo anche il sole e il cielo pieno di stelle.
Hermes è descritto secondo l’iconografia tradizionale (petaso, caduceo , calzari alati), mentre
Euridice, avvolta nel sudario,
stretta alla mano di quel dio,
mite e paziente andava,
il passo incerto per la lunga
tunica di morte.
Chiusa in sé, come in una speranza più alta,
non un pensiero per l’uomo che cammina avanti
né per la strada che la porta ai vivi.
[…]
La bionda sposa che il poeta
aveva cantato nei suoi versi,
il profumo della sua vita,
l’isola del suo ampio letto,
non era più sua, non era più.
[…]
E quando, all’improvviso,
il dio la trattenne e con dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non comprese e disse, piano: Chi?
E il dio dei messaggi, triste in volto, fu costretto in silenzio a voltarsi e a seguire lei, “ lei che tornava sulla stessa via, / mite e paziente col suo passo incerto”. (Orfeo. Euridice. Hermes, passim, trad. di M. G. Ciani)
Euridice è totalmente immersa in questa morte, così nuova, che la colma di un’oscura dolcezza, che è ormai la sua nuova vita. Non è più la sposa di Orfeo, non riuscirà mai a riprendere coscienza di sé. Al dinamismo di Orfeo che ha fretta di uscire da quel mondo di tenebre, che “divora” la strada a gradi passi, mentre l’occhio gli corre avanti, fa eco, da parte di Hermes ed Euridice la lentezza e il silenzio (a distanza, muti, a passo lieve). Il volgersi di Orfeo, come un segnale convenuto, determina anche il suo quasi meccanico voltarsi indietro per ripercorre la stessa via, senza aver nulla compreso e percepito.
Riflette sul mito di Orfeo anche Cesare Pavese.

Protagonista de L’inconsolabile, uno dei testi più belli dei Dialoghi con Leucò, è Orfeo. Sorprendente la conclusione dello scrittore, che si ricava dalla lettura del dialogo: se Orfeo si è voltato, tanto da perdere con quel semplice gesto l’amata, non è stato per errore, non si è trattato di un gesto inconsulto, di una puerile incertezza, ma di una decisione presa deliberatamente.
Orfeo ha voluto abbandonare Euridice.
“E’ andata così”, spiega, “Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre […] S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi «Sia finita » e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela”.
“Quasi non posso crederci”, dice Bacca, la ninfa con cui sta parlando. “Non è stata tua la colpa, eri innamorato e infelice, il destino ti ha tradito”. Ma Orfeo le spiega che, dopo aver visto in faccia il nulla, non si ama chi è morto e che il suo non è stato un errore: non gli importava più nulla di lei che lo seguiva, perché ormai Euridice apparteneva al passato.
Voltarsi indietro, non per errore, per improvvisa follia, ma per calcolo: ecco la novità di Pavese. Per lui, il respicere, il voltarsi indietro di Orfeo, è un atto dovuto, che lo conduce alla ricerca di se stesso. Il poeta rinuncia a Euridice perché solo da morta essa può ancora alimentare il suo canto. Il suo gesto, in apparenza crudele, è eroico, perché compiuto nel nome della poesia.
Nelle successive rielaborazioni letterarie del mito il punto focale è il gesto di Orfeo. Perché Orfeo si volge a guardare, nonostante il divieto del dio? Per troppo amore di Euridice o per eccessivo amore di sé? Alla storia d’amore si sovrappone il mito del poeta, la cui musa si nutre, volontariamente e necessariamente, di assenza e di lontananza, di dolore e di morte.





