Dai dipinti e dalle tele di Palazzo Roberti, il prof. Simone ci descrive l’affascinante saga degli Argonauti, il viaggio avventuroso di 50 eroi greci alla riconquista del vello d’oro, tra mille peripezie.
di Dino Simone
La saga degli Argonauti (Prima parte)
Eith’ ōphel’ Argous mē diaptàsthai skàphos kuanèas Symplēgàdas!

“Oh, se la nave Argo non avesse mai sorvolato le azzurre Simplegadi!” – esclama la nutrice all’inizio della Medea di Euripide. La spedizione degli Argonauti ha cambiato per sempre la vita alla sua padrona, che adesso è sola, abbandonata, tradita.
“Mai i pini delle gole del Pelio avrebbero dovuto cadere sotto la scure e fornire di remi le braccia degli eroi, che andarono a prendere il vello d’oro”.
Naturalmente a Palazzo Roberti non potevano mancare riferimenti alla celebre saga degli Argonauti, anzi vi sono raffigurati i momenti più importanti: l’incontro di Giàsone con Medea, la figlia di Eeta re della Colchide, la lotta dell’eroe contro i due tori dagli zoccoli di bronzo, che soffiano fuoco dalle narici e dalla bocca, e contro l’enorme drago che custodiva il vello d’oro.

La prima trattazione del mito degli Argonauti, giunta a noi integralmente, è nella IV Pitica di Pindaro. La saga ispirò, successivamente, le Argonautiche di Apollonio Rodio in età ellenistica, il libro VII delle Metamorfosi di Ovidio nell’età augustea e gli Argonautica di Valerio Flacco in età flavia.
Alla spedizione degli Argonauti, che presero il nome dalla nave Argo, partecipò il fior fiore della gioventù greca del tempo, oltre cinquanta eroi, tra i quali Apollonio Rodio cita per primo Orfeo. Era noto che egli ammaliasse con il suo canto le rocce, le querce e le fiere, perciò, ascoltando il consiglio del saggio centauro Chirone, Giasone chiamò in aiuto Orfeo, che, con l’incanto della sua cetra, fece muovere e scendere giù dai monti della Tessaglia le querce necessarie per la costruzione della nave.

Come Orfeo cantò la prima spedizione per mare, il primo tentativo dell’uomo di superare i limiti a lui imposti dalla natura, così il poeta Vincenzo Monti, nell’ode Al Signor di Montgolfier, celebrò il primo volo dell’uomo su un pallone aerostatico (1783), alla conquista del cielo, dominio inviolato dei fulmini, impresa ritenuta ben più grande che sfidare il mare tempestoso. Tuttavia, fingendo di non sentirsi all’altezza del mitico cantore, si chiede: “Perché al nostro secolo / Non diè propizio il Fato / D’un altro Orfeo la cetra, /Se Montgolfier n’ha dato?”
Penso che sia piuttosto noto l’inizio del famoso componimento:
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Quando Giason dal Pelio |
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Su l’alta poppa intrepido |
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Stendea le dita eburnee |
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Meravigliando accorsero |
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Cantava il Vate odrisio (Orfeo era della Tracia) |
La partenza degli Argonauti avvenne dal porto di Pagase, vicino a Iolco.

Tra gli altri, presero parte alla spedizione anche Polifemo, Admeto, re di Fere e marito di Alcesti, Peleo, padre di Achille; e poi i due Dioscuri, Castore e Polluce, Laerte, il padre di Ulisse, Tifi, il timoniere, Telamone, il padre di Aiace, Teseo e tanti altri. Sono gli eroi che appartengono alla generazione precedente a quella della guerra di Troia.
Al centro del catalogo di Apollonio c’è Eracle, accompagnato dal giovanetto Ila, il suo bellissimo scudiero, di cui era innamorato. Tuttavia l’eroe abbandonò ben presto i compagni, prima dell’arrivo nella Colchide, per andare alla ricerca di Ila, scomparso mentre era andato ad attingere acqua ad una fonte, in occasione di una sosta durante la navigazione. Una ninfa, emergendo dall’acqua, nel tentativo di baciarlo lo aveva attirato nel fondo e il suo grido era stato sentito dai compagni e in particolare da Eracle, come racconta Apollonio Rodio nei versi finali del I libro delle Argonautiche.
L’antefatto remoto dell’impresa, che Apollonio non espone, è il mito dei fratelli Frisso ed Elle, figli del re Atamante, che, per sottrarsi ai maltrattamenti della matrigna, fuggono sul dorso di un montone dal vello d’oro che li conduce in volo sul mare; durante la traversata Elle precipita in acqua e muore in quello stretto che porta il suo nome (Ellesponto). Giunto nella Colchide, regione del Ponto (oggi Mar Nero), Frisso sposa Calciope (figlia del sovrano locale) e immola l’ariete in onore di Zeus, affidando la custodia del vello d’oro a un drago, che veglia giorno e notte.
Pelia, re di Iolco, che aveva detronizzato il fratello Èsone, padre di Giàsone, vedendo nel nipote una minaccia per il suo potere, lo incaricò di recuperare il vello d’oro, sperando che non tornasse vivo dall’impresa.

La prima isola che Giasone e i suoi compagni incontrarono durante la navigazione fu Lemno, abitata da sole donne; queste, abili guerriere, erano state vittime di una maledizione di Afrodite, che le aveva indotte a sterminare tutti gli uomini, ad eccezione di Toante, il padre di Issipile, la regina del luogo.
Gli Argonauti furono ben accolti dalle donne, che vollero giacere con loro per procreare una stirpe di eroi. Issipile offrì a Giasone il trono del piccolo regno, mentendogli sul motivo della mancanza di uomini, ma Giasone rifiutò, ricordandole la propria missione: la conquista del vello d’oro. Gli Argonauti si trattennero sull’isola fino a quando Eracle, che era rimasto a guardia della nave,richiamò all’ordine i compagni e li convince a proseguire il viaggio.
L’incontro fra Issipile e Giasone prelude alla storia d’amore fra Giasone e Medea, ma, mentre nel comportamento di Medea innamorata prevarranno motivi intimi e personalissimi, in Issipile hanno la meglio le ragioni biologiche di ripopolare l’isola.
Bello il commiato tra i due amanti, che riprende quello di Odisseo da Nausicaa:
“Ricordati dunque di Issipile anche lontano, anche quando
sarai ritornato, e lasciami una parola, ch’io possa seguire con tutto il mio cuore,
se gli dei mi concedano di dare alla luce un tuo figlio” (Argonautiche I, 896-898).

Sono quasi le stesse parole che pronuncia Medea (III, 1069 e segg.), ma questa volta, in cambio dell’aiuto che riceverà da lei, Giasone le promette di portarla con sé in Grecia, dove avrà rispetto e onore, dividerà con lui il letto nuziale legittimo e niente potrà separarli.
In quelle notti nell’isola furono concepiti molti figli e dall’unione di una donna di Lemno con Eufemo, che avrà un ruolo importante nell’attraversamento delle Simplegadi, ebbe origine la stirpe dei Battiadi.
Un momento molto importante del viaggio di andata della nave Argo, il primo vero ostacolo da affrontare è il passaggio delle Rupi Simplegadi (“che si scontrano l’una con l’altra”, “che cozzano tra loro”, mentre “sopra si leva la piena dell’acqua, e ribolle, / e intorno l’aspro lido terribilmente risuona”) all’ingresso del Ponto Eusino. Per superare indenni il pericolo l’indovino Fineo consiglia agli Argonauti di essere prudenti e di seguire le sue istruzioni:
“Fate dapprima la prova con una colomba, in auspicio,
e speditela davanti alla nave. Se passa le rupi,
e arriva al Ponto sana e salva con le sue ali,
non trattenetevi più nel vostro cammino;
prendete in mano i remi e navigate lo stretto:
allora la vostra salvezza sarà nelle braccia
più che nelle preghiere. Perciò lasciate da parte
ogni altra cosa, e faticate con tutte le forze…” (Argonautiche II, vv. 328 e segg.).
Quando finalmente le videro aprirsi, Eufemo, salito sulla prora, lanciò la colomba che teneva in mano. Al passaggio della colomba, le rocce si urtarono con grande fragore, sollevando la bianca schiuma, e tagliarono le ultime punte alla coda della colomba; ma essa volò illesa. Allora Tifi ordinò di remare con forza: di nuovo le rocce si stavano aprendo, ma il riflusso dell’onda li trascinò tra le rupi e tutti furono presi dal terrore: sopra le loro teste era la morte.
…Eufemo urlava
che remassero con ogni forza, e quelli frangevano l’acqua
con grandi grida… Ma fermò (la nave) proprio
In mezzo alle rupi il vortice della corrente.
… Allora Atena si appoggiò ad una solida roccia con la sinistra
e con la destra spinse la nave dritta attraverso il passaggio.
Essa si levò alta, come il volo d’una saetta (II, vv. 588-600, passim).
Grazie alla spinta di Atena, che all’ultimo momento la sollevò, impedendo che fosse stritolata fra le rupi, la nave Argo volò salva con un minimo danno all’aplustro di poppa, come la colomba, mentre le rocce, poiché erano state attraversate da un uomo sopra una nave, “misero salde radici”.
***
Alla spedizione degli Argonauti fa riferimento anche Pindaro (VI-V sec. a. C.) nella Pitica IV, dedicata ad Arcesilao di Cirene, vincitore a Delfi con la quadriga.
Arcesilao è un discendente del fondatore e re della città di Cirene, Batto, di cui fu progenitore l’argonauta Eufemo, che abbiamo citato parlando della sosta all’isola di Lemno e dell’attraversamento delle Simplegadi.
Nella parte centrale dell’ode, a grandi linee, con rapidi tratti, i cosiddetti voli pindarici, il mito è raccontato partendo da Pelia, l’usurpatore, che propone a Giasone di riportargli il vello d’oro. Se realizzerà l’impresa gli consegnerà lo scettro e il regno. Giasone prepara con entusiasmo la spedizione. Seguono l’elenco dei partecipanti all’impresa; il passaggio tra le rupi cozzanti tra loro; i tori dagli zoccoli di bronzo; la semina dei denti di drago; l’uccisione del serpente che custodisce il vello.

Ma quando Eeta conficcò l’aratro
di ferro in mezzo, e i buoi,
che, da mascelle bionde, ignite vampe
spiravano, e il suolo
battevano a vicenda con gli zoccoli,
di bronzo – li menò, poi li ridusse al giogo
da solo. E dilungando solchi
diritti, li spingeva,
fendendo a zolle il dorso della terra
per una spanna. E disse: “Faccia questo il re,
quale che sia, che governa la nave,
e poi si prenda il manto imperituro,
la pelle rutilante, a frange d’oro”.
A questi detti , Giasone
gettò la veste gialla,
fidando negli dei s’accinse: il fuoco
non l’impedì, pei moniti
della straniera, maga d’ogni filtro.
Trasse l’aratro, e con l’ordigno
fatale vincolò le nuche
bovine, spinse nel costato largo
il pungolo feroce, e lavorò, quel prode,
la prescritta misura. Per Eeta
ineffabile pena: ma, stupefatto, urlò.
Dopo che Giasone ebbe aggiogato i tori, arato il terreno e uccisi gli uomini nati dai denti di drago, Eeta gli indicò il vello d’oro.
Subito il figlio splendido del Sole (Eeta, padre di Medea)
indicò lo smagliante
vello, dov’era steso dal pugnale
di Frisso. Non credeva
che avrebbe mai compiuto quella prova.
Era in un folto, stretto da mascelle
furibonde d’un drago
più largo e lungo d’un vascello
costruttto a colpi d’ascia (Pitica IV, 369-406, passim).
Compiuta felicemente l’impresa, lungo è il ritorno. Una delle novità apportate da Pindaro al mito è lo spostamento del soggiorno degli Argonauti nell’isola di Lemno durante il viaggio di ritorno e non all’andata, come in Apollonio.
[Poi gli Argonauti] s’immersero
nei marosi d’Oceano, nel Mar Rosso,
tra le donne omicide di Lemno,
fecero prove di valore in gare
per una veste (durante i giochi funebri in onore del padre di Issipile)
e con loro si giacquero.
[….]
Fu piantata la stirpe d’Eufemo,
viva per sempre (vv. 414 e segg).
Rispetto al poema di Apollonio Rodio, definito “un trattato di geografia antropica”, Pindaro si sofferma su alcuni episodi, e, per quanto riguarda il ritorno, ricorda soltanto l’episodio di Lemno, che è strettamente legato all’origine della dinastia dei Battiadi, a cui Apollo concesse la città di Cirene. Dopo aver tratteggiato nelle linee principali il mito, Pindaro ritorna alle lodi del vincitore Arcesilao, discendete di Batto.
(continua)





