Le figure di Cerere e Proserpina raffigurate nell’importante dipinto del salone centrale. Un articolo del prof. Simone illustra il loro mito nella letteratura e nella pittura.
di Dino Simone

CERERE E PROSERPINA
Il soffitto del grande Salone centrale di Palazzo Roberti di Mola presenta al centro un’importante tela dipinta a olio, “Il Concilio degli Dei”. In basso, sulla destra, si riconoscono Cerere e Proserpina, tra Bacco (Dioniso), con tralci di vite e il tirso, e Nettuno (Posidone), che con le due mani regge il tridente.
Cerere (per i greci Demetra), dea delle messi, ha sul capo una corona di spighe, suo attributo iconografico; accanto a lei la figlioletta Prosèrpina (Core o Persèfone per i greci) con delle spighe in mano.

Il documento più antico che narra diffusamente il mito di Demetra e di sua figlia Persèfone è l’Inno a Demetra, uno dei cosiddetti Inni omerici, che certamente avevano la funzione di proemi e precedevano la recitazione dei versi di Omero.
Dell’epos omerico gli inni hanno in comune la metrica, la lingua, lo stile formulare (“la dea dai bei capelli”, “dal ricco raccolto”; “ la figlia dalle caviglie sottili”; “Zeus dalla voce di tuono”) e ne imitano alcuni episodi.
Ade (Plutone per i latini), il dio degli Inferi, rapisce Core (“Fanciulla”, Perséfone o Prosèrpina) figlia di Demetra (Madre Terra) per farla sua sposa. Quando si accorge che la figlia è scomparsa Demetra si dispera e la cerca per terra e per mare, poi, avendo saputo che tutto è avvenuto con il permesso di Zeus, abbandona l’Olimpo e si rifugia ad Eleusi (dove le verrà eretto un santuario) a coltivare in silenzio il suo dolore, rendendo per quell’anno infeconda la terra.

Per intervento di Zeus Demetra potrà riottenere la figlia, ma solo per due parti dell’anno, quando la vegetazione ricopre la terra, a cominciare dalla primavera; per il tempo che il seme è sottoterra, la fanciulla dovrà restare nelle tenebre come sposa di Ade.
Questo è in sintesi il mito che analizzeremo nelle versioni dell’inno omerico, di Cicerone, di Ovidio e di Claudio Claudiano.
L’Inno a Demetra è una celebrazione di Demetra e Persefone, le due dee che – l’una dea della terra feconda, l’altra del mondo dei morti – furono associate nei riti dei Misteri eleusini e nelle feste delle Tesmoforie, riservate esclusivamente alle donne.
La struttura dell’inno è articolata e presenta diverse scene. La prima illustra il rapimento della giovane:
Inizierò a cantare Demetra, dea veneranda dai bei capelli,
lei e la figlia dalle caviglie sottili, che rapì Ades,
-gliela concesse Zeus dalla voce di tuono, possente-
quando, lontana da Demetra, la dea dal ricco raccolto, dalla spada d’oro,
giocava con le Oceanine dall’ampio petto
e raccoglieva fiori, rose, croco, bellissime viole,
sul morbido prato; iris, giacinti ed il narciso
che la Terra fece crescere, inganno per la fanciulla fiorente,
per compiere i disegni di Zeus, facendo cosa gradita al Grande Ospite [Ades],
splendido, sacro, meraviglioso quel giorno,
sia alla vista degli uomini che degli immortali.
Dalla sua radice crebbero cento fiori,
e al loro profumo tutto il vasto cielo di sopra
e la terra e i salsi frutti del mare sorrisero.
Stupita stese entrambe le mani per cogliere
lo splendido ornamento, quando la terra dalle ampie strade
nella pianura di Nisa si aprì e balzò fuori il Grande Ospite,
il dio figlio di Crono, che ha tanti nomi, con le cavalle immortali.
Contro la sua volontà la rapì sul carro dorato;
piangeva forte e con la voce acuta invocava
suo padre, il figlio di Crono, supremo ed ottimo.
Nessuno degli immortali e nessuno degli uomini
udì la sua voce […]
E lei, piegata dalla violenza secondo il disegno di Zeus,
la trascinava lo zio […], con le cavalle immortali.
Finché la dea vedeva la terra e il cielo stellato,
il mare pescoso, agitato dai flutti, i raggi del sole,
ancora sperava di rivedere sua madre
e la stirpe degli immortali, e la speranza
riscaldava il suo cuore, per quanto afflitto.
Poi l’attenzione si sposta sul dolore materno di Demetra, straziante:
Riecheggiarono le cime dei monti e gli abissi marini
alla voce immortale, e l’udì la nobile madre;
un acuto dolore le prese il petto, e lacerò sui capelli
immortali la benda con le sue mani,
si gettò sulle spalle un velo scuro, lucente,
e si lanciò come un uccello a cercarla
per mare e per terra […] (vv. 1-44, passim, trad. di Guido Paduano).
Demetra vagò per nove giorni sulla terra tenendo in mano fiaccole accese, angosciata, poi il Sole la informò che quanto era avvenuto era l’attuazione della volontà di Zeus.

Ma la spiegazione non attenua il dolore e l’ira della dea; il suo vagabondaggio non è più una ricerca, diventa volontario esilio dal mondo divino. Ora ne vengono messe in luce le conseguenze più dure: l’attività agricola si ferma, la terra non produce più frutti e a poco a poco diventa brulla e riarsa, minacciando la sopravvivenza degli uomini e il tributo di offerte da loro reso agli dei; così Zeus prende l’iniziativa della conciliazione e ordina al dio dei morti di restituire a Demetra la figlia. Ade si dichiara disposto a cedere, ma, mentre rimanda Persefone dalla madre, con una mossa furtiva la obbliga a mangiare alcuni chicchi del frutto del melograno, un vegetale ambiguamente sospeso tra i due modi, simbolo di fertilità e insieme di morte, ottenendo che Core trascorra una parte dell’anno con lui e una parte con Demetra.
L’autore dell’inno dà molto spazio alle peregrinazioni di Demetra e all’istituzione dei Misteri eleusini, un culto preellenico antichissimo, legato alla morte e alla rinascita, di cui era simbolo la spiga di grano.
CICERONE colloca il rapimento di Proserpina non a Nisa (toponimo piuttosto generico; secondo alcuni autori forse una località ai confini del mondo) ma a Enna, in Sicilia.
Di Cerere e del ratto di Proserpina l’oratore parla a proposito del Processo contro Verre, governatore della Sicilia nel 73-70 a. C., responsabile di malversazioni di ogni genere. Tra gli altri reati fu anche accusato di concussione (abuso d’ufficio), di peculato (appropriazione di beni dello Stato) e di sacrilegio (in quanto autore di furti di beni destinati al culto).
La corruzione, di cui concussione e peculato sono due aspetti, è ancora oggi il male più grave della politica.
Verre profanò il famosissimo santuario di Cerere di Enna, ordinando ai suoi servi di portare via l’antichissima e preziosa statua della dea e, dopo Enna, non potendo prendersi anche la grande statua della dea di Catania, le fece strappare dalla mano la Vittoria alata d’oro, di pregevole fattura.
Di qui il lungo excursus sul culto di Cerere in Sicilia e sul ratto di Proserpina.
“I Siciliani credono che queste due dee siano nate in questi luoghi, che la coltivazione dei cereali sia stata introdotta per la prima volta in quella terra e che Libera, chiamata da loro anche Prosèrpina, sia stata rapita nel bosco di Enna, località che riceve il nome di ombelico della Sicilia, perché è situata nel centro dell’isola. Quando Cerere volle gettarsi all’inseguimento della figlia e cercarla senza tregua, si dice che abbia acceso delle torce, incendiandole con le fiamme che si sprigionavano dalla cima dell’Etna e, protendendole davanti a sé con le sue stesse mani, abbia percorso vagando il mondo intero. […] Intorno a Enna si trovano numerosi laghi e boschi sacri e inoltre vivacissimi fiori in ogni stagione dell’anno, a tal punto che il luogo stesso sembra rivelare apertamente il famoso ratto di Proserpina. […] Infatti nelle vicinanze si apre una spelonca rivolta a nord, smisuratamente profonda, attraverso la quale raccontano che sia balzato fuori improvvisamente sul suo cocchio il dio degli inferi Plutone, e abbia ghermito la fanciulla portandola via con sé da quel luogo e poi d’un tratto, non lontano da Siracusa, si sia inabissato nel sottosuolo: la tradizione vuole che in quel luogo si sia formato improvvisamente un lago; e lì da allora fino ai nostri giorni i Siracusani celebrano tutti gli anni una festa a cui accorre una folla molto nutrita di uomini e donne” (Il processo di Verre II 4, 106-107, trad, Fiocchi-Vottero).
Concludendo l’excursus, Cicerone afferma che “Verre sembrava essere venuto in Sicilia nelle vesti di un secondo Plutone, che non si era limitato a portare via con sé Proserpina, ma aveva strappato dalla sua terra la stessa Cerere “(la sua statua venerata dai Siciliani).

Mentre per Cicerone Plutone balzò fuori da una spelonca ad Enna, che si trovava dove la fanciulla raccoglieva i fiori, per l’autore dell’Inno a Demetra si aprì una voragine nel terreno a Nisa, quando Core /Proserpina strappò il narciso, che dai greci e dai romani era considerato il simbolo del regno dei morti, il fiore dei Campi Elisi.
Il fiore prende il nome dal bellissimo cacciatore che s’innamorò della sua immagine riflessa nell’acqua e morì cadendo nel lago in cui si specchiava.
Secondo altre versioni del mito, la terra si aprì con un tremendo boato o per effetto di un terremoto o perché Plutone colpì l’Etna con il suo tridente. Dalla voragine balzò fuori il dio con il suo cocchio tirato da cavalli neri.
Anche OVIDIO, il grande poeta di età augustea, nel libro V delle Metamorfosi racconta il ratto di Proserpina, seguendo sostanzialmente lo schema tradizionale, ma aggiungendo un nuovo particolare: Plutone si era perdutamente innamorato di Proserpina perché Cupido, per volontà di Venere, aveva colpito il suo cuore con uno dei suoi dardi.
Siccome spesso la terra trema in Sicilia, Plutone, temendo che il suolo si aprisse e che attraverso la vasta voragine la luce del giorno penetrasse sottoterra, un giorno era uscito dal regno delle tenebre e su un cocchio aggiogato a neri cavalli percorreva la Sicilia. Lo vide Venere e invitò il figlio a colpire con le sue frecce il petto del dio degli Inferi.
Dopo questa premessa, così prosegue la narrazione ovidiana del ratto di Proserpina da parte del dio innamorato.
Non lontano dalle mura di Enna c’è un lago dalle acque profonde…
Un bosco fa corona alle sue acque, cingendole da ogni lato,
e con le fronde, come un velo, filtra le vampe del sole.
Frescura dona il fogliame, fiori accesi l’umidità del suolo:
una primavera eterna. In questo bosco Proserpina
si divertiva a cogliere viole o candidi gigli,
ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi
della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva,
quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì:
tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea
invocava con voce accorata la madre e le compagne,
ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore
della veste, questa s’allentò e i fiori raccolti caddero a terra:
…. il rapitore lanciò il cocchio, incitando i cavalli,
chiamandoli per nome, agitando sul loro collo
e sulle criniere le briglie dal fosco colore della ruggine;
… poi un varco sino al Tartaro si aprì nella terra
e il cocchio sprofondò nella voragine scomparendo alla vista.
… Intanto Cerere, angosciata, in ogni terra,
in ogni mare cercava invano la figlia.
Mai Aurora, affacciandosi coi suoi capelli roridi,
la vide in pace, mai Vespero. Accese due torce di pino
alle fiamme dell’Etna, vagò senza requie,
tenendone una in ogni mano, nel gelo della notte;
e ancora, quando la luce del sole rese pallide le stelle,
cercava la figlia da ponente a levante.
… Ancora non sa dove sia, e maledice tutte le contrade
della terra, chiamandole ingrate e indegne del dono delle messi,
e più di tutte la Trinacria, dove aveva scoperto le tracce
della disgrazia. E lì con mano spietata spezzò gli aratri
che rivoltano le zolle, furibonda condannò a morte
uomini e buoi insieme, e impose ai seminati di tradire
le speranze in essi riposte avvelenando le sementi.
La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo,
è smentita e distrutta: le messi muoiono già in germoglio,
guastandosi per troppo sole o troppa pioggia;
stelle e venti le rovinano, con avidità gli uccelli
ne beccano nei solchi i semi; loglio, rovi
e inestirpabile gramigna soffocano il suo frumento.
Finalmente Giove promette di restituire Proserpina alla madre:
… “Proserpina rivedrà il cielo,
ma a una condizione precisa: che lei non abbia laggiù toccato
cibo alcuno con la sua bocca: questo hanno decretato le Parche”.
Così disse; ma se Cerere era certa di riottenere la figlia,
non lo permetteva il destino, perché la vergine aveva rotto
il digiuno: mentre innocentemente si aggirava in un giardino,
da un ramo spiovente aveva colto una melagrana
e staccati sette granelli dal pallido involucro,
li aveva succhiati con le labbra …
E così Giove divise il corso dell’anno in due parti uguali:
ora la dea, divinità comune ai regni di cielo ed Averno,
vive sei mesi con la madre e sei con il marito.
(vv. 341-571, passim, trad. di Mario Ramous).
Alla fine del IV secolo, tra il declino del paganesimo e il trionfo della religione cristiana, Claudio Claudiano scrisse il poemetto mitologico in tre libri, De raptu Proserpinae (Il rapimento di Proserpina), dedicato a questo mito antichissimo che ha ispirato poeti e pittori di ogni epoca, sino alla fine dell’Ottocento, quando in Francia Claudiano diventò il modello dei poeti decadenti. Il terzo libro, rimasto incompiuto, è dedicato a Cerere che cerca disperatamente la figlia rapita.

In tutti i testi esaminati la narrazione del rapimento si apre con la descrizione del locus amoenus in cui hanno luogo la raccolta dei fiori e il rapimento: un prato lambito da una fonte o da un ruscello, la frescura di un boschetto ombroso, uno specchio d’acqua circondato da alberi.
La bellezza del paesaggio prefigura la violenza dell’evento imprevisto
Anche per Claudiano la località del rapimento è Enna.
Il vento (lo Zefiro) scuote le ali stillanti di nuovo nettare e con fertile rugiada feconda il terreno. Dovunque trascorre in volo, lo segue purpurea primavera. Ogni zolla si fa tumida d’erba, si schiude la volta del cielo sereno. Nelle rose istilla uno splendore di sangue, tinge di nero i giacinti, e dipinge le viole di un dolce indaco […] La bellezza del luogo supera quella dei fiori… Fonti sgorgate dalla nuda roccia lambiscono con rivoli vivaci il prato coperto di rugiada. Il bosco mitiga il sole infuocato con l’ombra dei suoi rami, regalandosi un bel fresco in piena estate: c’è l’abete adatto alle onde, il corniolo utile alla guerra, la quercia cara a Giove, il cipresso votato a coprire i sepolcri, il leccio colmo di favi, l’alloro che conosce il futuro; qui ondeggia il bosso ricciuto con la cima di denso fogliame, qui serpeggiano edere, qui i pampini rivestono gli olmi. Non lontano di là un lago si schiude … e, circondato dall’abbraccio frondoso dei boschi, fa scure le sue acque alla riva…. [Spintasi fin qua, la compagnia si diverte per la campagna fiorita.]
Citerea invita a cogliere fiori… Allora il resto della comitiva invade le vallate versicolori: crederesti che a spandersi per i prati sia uno sciame di api pronte a razziare il timo di Ibla,,,, Spogliano i prati della loro bellezza: una intreccia gigli alle cupe violette, l’altra si adorna di tenera maggiorana; quella avanza costellata di rose, quella candida di ligustri. E anche te raccolgono, Giacinto,,,,, e te, Narciso; ora preziosi germogli di primavera, un tempo fanciulli bellissimi… La giovane che è l’unica speranza della dea delle messi esulta più delle altre, nell’ardente desiderio di raccogliere: ora riempie con il suo bottino di fiori ridenti canestri di vimini intrecciati: ora compone ghirlande e, ignara, incorona se stessa (fatale presagio di nozze)…
Mentre trascorrono così per i campi, come sogliono fare le fanciulle, ecco echeggiare un boato improvviso (ecce repens mugire fragor): le torri confliggono, crollano le città scosse dalle fondamenta…. Già, attraverso anfratti tenebrosi, il signore dei morti cerca un varco sotto terra bramoso di emergere … Non trovando nessun passaggio aperto… ferì la montagna (l’Etna) con lo scettro immenso.
Rimbombarono le sicule caverne…. Allora si spalancò una voragine immensa: persino gli astri mutarono il corso stabilito… Ma anche il mondo terreno atterrisce i destrieri avvezzi a pascersi di eterna nebbia…
Le Ninfe si dileguano. Proserpina è rapita sul cocchio e implora le dee… Lui è come un leone che ha catturato una giovenca, gioiello della stalla e dell’armento….
Frattanto Proserpina è portata via dal carro volante e invoca l’aiuto della madre […].
Il terribile dio è vinto da quelle parole e da quelle lacrime seducenti e per la prima volta prova i sospiri dell’amore … e consola il disperato dolore di lei: “Proserpina, cessa di tormentare il tuo cuore: un regno più grande ti sarà dato e non dovrai sopportare le nozze con uno sposo indegno di te … Non credere di aver perduto il sole: noi abbiamo altre stelle e altri mondi e tu potrai ammirare il sole dei Campi Elisi e i suoi virtuosi abitanti… Non ti mancheranno morbidi prati; là fiori perpetui… esalano il loro profumo” (II, vv. 88 e segg., trad. di Laura Micozzi).

Va notato che un discorso di Ade a Persefone esiste già nell’Inno a Demetra. Nel momento in cui Core deve lasciare gli Inferi per tornare sulla Terra Ade le ricorda: “Quando sarai quaggiù,/ regnerai su tutti gli esseri che vivono e si muovono/ e avrai fra gli immortali gli onori più grandi”.
Nel 1880 Dante Gabriel Rossetti dipinge Persefone, uno dei quadri di stampo preraffaellita più rappresentativi del tempo che, slegato dal solito contesto del “ratto”, rappresenta semplicemente la figura della fanciulla che stringe tra le mani una melagrana, simbolo della sua storia.

Alla fine di questa ricerca, non possiamo non citare la “Tomba delle melagrane del Parco archeologico di Egnazia, tomba a camera messapica (IV-III sec. a. C.).
Si tratta di una delle poche tombe monumentali che conserva l’originaria porta in pietra, costituita da due battenti monolitici ancora in grado di ruotare sui cardini. Vi si accede attraverso una breve serie di gradini e un vestibolo che introduce nella camera funeraria le cui pareti sono interamente affrescate e decorate da motivi policromi di tipo architettonico e vegetale, fra cui rami d’edera e melagrane (da qui il nome), simbolo della rinascita nell’Oltretomba. Fasce rosse dipinte sul soffitto alludono ad una copertura lignea con tetto a doppio spiovente.




