L’enigmatica epigrafe di Agosmundus, rinvenuta nella cripta della Chiesa Matrice nel 1774, potrebbe rivelare una storia suggestiva. Eccola.
Durante la dominazione normanna, sulla costa molese potrebbe essere esistito un piccolo centro abitato, con un porto utilizzato per gli attraversamenti sulla sponda opposta dell’Adriatico e, probabilmente, per i viaggi in Terra Santa, come riferito dallo storico Pietro Giannone nella sua Storia civile del Regno di Napoli.
Potrebbe essere riconducibile a quel periodo la morte, nel 1150, del misterioso Agosmundus. La lapide che lo ricorda, rinvenuta nel corso di scavi nel 1774, è conservata nella cripta della chiesa Matrice.
Come è noto agli studiosi della storia molese, lo storico Giuseppe Onofrio Noya, in ciò convalidato da Giuseppe De Santis, ipotizzò che Agosmundo fosse un crociato morto e sepolto in Mola di ritorno dalla Terra Santa.
Tuttavia, Nicola Uva nel suo “Saggio storico su Mola di Bari”, nel riportare le varie ipotesi di traduzione della enigmatica epigrafe, non ne sembra molto convinto.
Intorno all’epigrafe sono sorte numerose chiavi di lettura e anche dissensi sulla sua traduzione dal latino.
Qualche giorno fa, affascinato dall’enigma che la circonda, ho voluto sottoporre l’epigrafe ad una nuova valutazione del prof. Dino Simone, grecista e latinista, collaboratore del nostro giornale.
Ecco la possibile traduzione del prof. Simone (che ringrazio per il prezioso aiuto):
(Pur) prigioniero per 14 anni prima della morte, visse gioioso
Agosmundo, che fu presule (prelato o vescovo) dei Nurrensi e che
qui fu sepolto il 13 settembre del 1150.
Nonostante la traduzione abbia forse più senso di altre che sono state riportate da diversi studiosi locali, il mistero permane.
Tuttavia, l’ipotesi di Noya e di De Santis potrebbe avere alcuni non trascurabili fondamenti.
Questa è la mia modestissima chiave di lettura, dedotta da alcuni approfondimenti storici.
La croce che campeggia al centro della lapide potrebbe essere una croce templare, tenuto conto che appare come croce “patente” (una particolare forma di croce a bracci uguali le cui estremità si espandono verso l’esterno), nella forma “gigliata”. Il nome “patente” deriva dal latino patentem che significa “allargato“.
In particolare, in luoghi storici di culto (ad esempio, nella Chiesa di San Giovanni di Gerusalemme a San Tomaso – Majano, prov. di Udine) vi sono alcune croci templari molto simili a quella dell’epigrafe di Agosmundo.

Quindi, Agosmundo potrebbe essere stato uno dei primi templari di ritorno dalla Terra Santa.
Questa affermazione potrebbe essere spiegata dall’attribuzione di “presule”: infatti, come è noto, i templari furono cavalieri che si fidelizzarono in un ordine religioso, con precise regole di obbedienza.
L’ipotesi è molto suggestiva, ma potrebbe non essere molto lontana dal vero.
Rimane tuttavia da capire quale fosse la terra d’origine di Agosmundus e perchè fosse recluso o comunque sia morto qui, nell’antica terra di Mola.
Un centro quasi certamente esistito prima della (ri)fondazione di Carlo d’Angiò nel 1277, come dimostra il ritrovamento – durante i lavori di fine anni ’90, all’interno del nostro Castello Angioino – dei resti di una cisterna di fattura altomedievale (così datati dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Bari), probabilmente appartenenti ad una costruzione normanna.
La traduzione del prof. Simone parla di Agosmundus come “presule dei Nurrensi”. Nicola Uva riferisce di una Nura di Abruzzo, di cui però oggi non sembrano trovarsi riferimenti concreti.
Tuttavia, vi è storicamente la Nurra, sub-regione storica del nord-ovest della Sardegna, compresa dai territori dei comuni di Sassari (Nurra di Sassari), Stintino, Alghero (Nurra di Alghero) e Porto Torres (anticamente detta “Nurra bainzina”).
Un presule nurrense (“nurrensibus”), cioè proveniente dalla lontana Sardegna, sulle nostre coste potrebbe apparire inverosimile.
Ma non troppo. Infatti, è storicamente provato che dalla Sardegna settentrionale si mossero verso la Terra Santa numerosi cavalieri, come, ad esempio, Gonario II di Torres che divenne monaco templare. E i templari erano anche detti “monaci guerrieri”.
E, sempre ipotizzando, il “nostro” Agosmundus potrebbe essere sbarcato sulle coste pugliesi di ritorno dalla Terra Santa dopo aver partecipato agli scontri con i musulmani che seguirono, in quei luoghi, nei decenni tra la prima e la seconda crociata e che temprarono l’Ordine dei templari, affermatosi in quegli anni.

L’ulteriore mistero è legato alla prigionia (oppure alla volontarietà della reclusione) in “partibus Mauli”, cioè in terra dell’antica Mola.
In quegli anni, come si è detto, Mola potrebbe essere stata un piccolo centro (probabilmente con un’antica origine romana, a partire dalla vecchia stazione di cambio dei cavalli sulla Via Traiana, posta nell’attuale Cala Padovano, all’epoca Turris Iuliana).
Lo stesso nome di Mola potrebbe derivare dal latino “moles” (molo, porto, approdo): e, infatti, a suffragio di questa tesi vi è il ritrovamento nelle acque di Cala Padovano, in prossimità dell’antica villa romana di Turris Iuliana (i cui mosaici sono conservati nel nostro Castello), di un molo di età romana, per l’attracco di imbarcazioni. Probabilmente quell’approdo serviva l’antica città peuceta di Azetium (poi diventata romana), posta in linea d’aria, nell’interno, tra Cala Padovano e l’odierna Rutigliano.
Un centro, quello molese, che potrebbe essersi formato in epoca altomedievale da quel fenomeno chiamato sinecismo, per il quale la popolazione dispersa nelle campagne o lungo le lame, a seguito della dissoluzione dell’Impero Romano sotto le scorribande dei barbari che calarono lungo la penisola, si coagulava nei secoli successivi intorno a siti caratterizzati da una qualche forma di autorità, laica o religiosa, che stabilizzava il territorio.
Alla stregua di quanto avvenne, ad esempio, per Rutigliano (erede, come si è detto, della peuceta Azetium e poi della romana Rudiae), quel piccolo centro, antesignano della rifondata Mola angioina, potrebbe essersi coagulato sotto il dominio dei Normanni, con una chiesa e un porto minore, ma pur sempre utilizzato per i commerci con l’altra sponda dell’Adriatico e come base di partenza per la Terra Santa, assieme ai più grandi porti pugliesi (Barletta, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Monopoli, Brindisi, Otranto). In quegli anni, la Puglia era, infatti, la base di partenza per eccellenza verso la Terra Santa.
Agosmundus potrebbe essere sbarcato a Mola, o in uno dei porti pugliesi più a sud (Monopoli, Brindisi, Otranto), di ritorno dalla Terra Santa e fermandosi potrebbe essere rimasto invischiato nelle lotte di quegli anni tra Normanni e Bizantini.
A tal proposito, va detto che il 16 aprile 1071 il condottiero normanno Roberto il Guiscardo conquistò Bari: cadeva la capitale del Catapanato ed era la fine del dominio bizantino in Italia meridionale.

Tuttavia, i baresi si consideravano di cultura e pratica bizantina e furono molti i tentativi di favorire il ritorno del dominio di Bisanzio in terra di Bari.
L’ultimo tentativo di riconquista di Bari da parte dei Bizantini ebbe luogo tra il 1143 e il 1156, ma con esiti nefasti. Nel 1156 il condottiero normanno Guglielmo il Malo (“il cattivo”) ordinò la distruzione di Bari, salvando solo la Basilica di San Nicola, per punire i baresi che si erano sollevati, distruggendo il castello, e si erano schierati con i Bizantini.
Quindi, Agosmundo che, probabilmente era di cultura bizantina (Bisanzio aveva a lungo dominato la Sardegna), nel fermarsi sul suolo molese dopo il rientro dalla Terra Santa, potrebbe aver parteggiato per un ritorno dei bizantini a Bari e in Terra di Bari. E, quindi, essere stato recluso dai Normanni nell’antica Chiesa Matrice, dove poi potrebbe aver finito i suoi giorni “gioioso” o “lieto”, magari perchè non sottoposto ad una prigionia dura.
Infatti, quando Agosmundus morì (nel 1150), la lotta tra Bizantini e Normanni non aveva ancora raggiunto il suo culmine con la distruzione di Bari imposta da Guglielmo il Malo (1156).
Anche Mola, peraltro, potrebbe essere stata distrutta in quegli anni, proprio ad opera del Normanno, se in qualche modo fu legata alla sorte riservata a Bari.
Oppure, come scrive Nicola Uva, Agosmundus qui “passò lietamente chiuso” l’ultima parte della sua vita.
Ipotizzo: in questo caso, potrebbe essere accaduto che, tornando dalla Terra Santa, Agosmundus ritenne di fermarsi sul suolo molese e non proseguire oltre, conducendovi un’esistenza appartata, al di là delle lotte tra Bizantini e Normanni.
Quasi sicuramente la verità non la sapremo mai.
Giunto alla fine di questa ricostruzione, molti lettori potrebbero considerarla fantasiosa o comunque scarsamente aderente alla realtà storica.
Naturalmente, questa mia interpretazione va presa come una ricostruzione ipotetica.
Peraltro, altre interpretazioni, di valentissimi storici molesi del passato, non vanno (e non possono andare) molto al di là delle semplici congetture, perchè è davvero arduo ricavare certezze dall’epigrafe di Agosmundus.
Consegno questa mia ricostruzione all’attenzione dei lettori e degli studiosi, fiducioso che almeno sarà servita a riscuotere un po’ di attenzione sulle origini della nostra città.
Origini che sembrano non avere le radici primigenie nell’ordine di costruzione del “palacium” di Carlo d’Angiò del 1277 e che, in ogni caso, necessitano di studi molto approfonditi, magari uscendo dal torpore e dalle secche della narrazione già (fin troppo) consolidata.
P.S. A sostegno della tesi dell’esistenza di Mola nel periodo normanno, non vi è soltanto il decisivo ritrovamento dei reperti di quell’epoca all’interno dell’area del nostro castello, di cui si è detto.
E neppure l’importante riferimento ad un porto utilizzato dai Normanni, citato da Pietro Giannone nella sua Storia civile del Regno di Napoli.
Vi sono anche le asserzioni dello storico barese Michele Garruba (riportate anche dal De Santis) che, nella “Serie critica de’ sacri pastori baresi”, stampato a Bari nel 1844, afferma di aver consultato, presso l’Archivio di San Nicola in Bari, un diploma del Principe Grimoaldo Alferanite, del 1123, col quale lo stesso (che dominava in quegli anni Bari e l’area circostante), donava alla Basilica di San Nicola diversi appezzamenti di terra e una chiesa detta di Santa Maria del Colonnato esistente nella zona di Mola.






Agosmundus e un nome strettamente longobardo. I baresi del XII usavano tuttavia la legge longobarda invece che quella romana. Altre testimonianze della “longobardicità” della Puglia intera e il fatto che i bizantini chiamavano la Puglia la tema Langobardia e lo stesso biografo di il Guiscardo descrive i baresi di sangue e lingua longobardo ma cultura bizantina. Sono stati i longobardi a chiamare i mercenari normanni in Italia proprio per i loro legami condivisi ( mix di nordico, celtico, e romanico) e la loro fede condivisa nel culto di San Michele. I vareghi che combattevano in Puglia, una volta tornati in Scandinavia chiamavano la Puglia “Langbardland”. Questo non toglie niente all’ipotesi templare, ma sicuramente Agosmundus non era “di cultura bizantina” visto che fu chiamato in terra santa dalla lontana Sardegna. Sappiamo dalle fonti che Barisone I, giudice di Torres (dove si trova Nurra) chiamo’ dall’abbazia di montecassino monaci per diffondere la vera fede nel giudicato. In quei tempi montecassino era sotto la dominazione longobarda (principato di Capua), e che un certo Desiderio (altro nome strettamente longobardo) inviò i suoi sudditi direttamente dall’abbazia e del principato. Dunque, è molto probabile che Agosmundus era nato nel principato di Capua di cultura e lingua longobarda (che poi si chiamò l’italiano), mandato in Sardegna dove diventò “templare”, andò in terra santa a combattere, fu fatto prigioniero, poi dopo 14 anni e stato liberato durante la seconda crociata quando morì dopo lo sbarco a mola. Purtroppo la storia longobarda della Puglia e sempre ignorata sia dei pugliesi che degli accademici perché purtroppo non studiano storia ma solo ideologie.