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BARI, CAPITALE DI MEMORIA

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Dialogo con Michele Gravina tra rievocazioni, fede e Mediterraneo.

Bari ha la sua storia e la sua attualità (che storia diverrà e che storia già è).

In questo cammino del tempo la città si fa anche -e per tanti, tra studiosi ed appassionati, diremmo soprattutto- racconto stratificato, palinsesto di gesti antichi e di cammini che tornano a farsi presenti.

È in questa Bari, in questa concezione, che si muove l’associazione Bari Capitale del Mediterraneo, guidata da Michele Gravina, giovane presidente con lo sguardo rivolto al passato e i piedi ben piantati nel presente.

«Non si tratta certo di folklore», chiarisce subito Gravina, «ma di restituire dignità storica a ciò che siamo stati, perché solo così possiamo comprendere ciò che siamo. In questo la radice del nostro impegno».

Il calendario delle attività dell’associazione scandisce il suo tempo e quello dei suoi collaboratori associati.

Ogni anno, il 23 dicembre, la città raccoglie la sua anima antica attorno alla pietra viva della basilica rupestre di Santa Candida, nella Lama Picone, per il suggestivo Natale in Grotta. «È un ritorno simbolico all’essenziale», racconta Gravina, «lì dove il sacro incontra la terra e la celebrazione diventa ascolto».

Michele Gravina

Pochi giorni dopo, il 26 dicembre, a Santo Stefano, il cuore di Bari vecchia si rimette in cammino: un corteo presepiale attraversa vicoli ed archi fino a raggiungere il mare, dove una stella viene accesa sulla scogliera. «È un gesto semplice e potentissimo», osserva, «perché unisce la città al suo orizzonte naturale: l’acqua, il viaggio, il Mediterraneo».

Non mancano le grandi rievocazioni identitarie, come la partecipazione al corteo storico di San Nicola, né le numerose presenze nei comuni della provincia.

Ma tra i progetti più ambiziosi, Gravina cita quello dedicato ai mercanti: «Una figura spesso dimenticata, il mercante, eppure decisiva. Bari è stata porto e crocevia. Senza i mercanti, non ci sarebbe stata neppure la traslazione delle reliquie del santo».

L’associazione nasce come ente culturale senza fini di lucro ma la sua visione è ampia e articolata. Cultura, educazione civica, spiritualità, ambiente: quattro direttrici che non procedono separate, ma intrecciate. «La cultura non è accumulo di nozioni», afferma Gravina, «è responsabilità. È prendersi cura di ciò che abbiamo ereditato».

Da qui l’impegno nella produzione editoriale, nella ricerca storica, nella valorizzazione delle tradizioni locali, ma anche nella formazione dei soci e nella promozione di una cittadinanza attiva e consapevole. «Educare significa formare coscienze», sottolinea, «nel rispetto delle regole, ma soprattutto del senso di appartenenza».

Fede e territorio si incontrano nello studio delle figure agiografiche locali e nella partecipazione alle feste popolari, mentre l’attenzione all’ambiente si traduce in azioni concrete: monitoraggio delle lame, tutela del paesaggio urbano, promozione della biodiversità, sensibilizzazione sui temi della sostenibilità. Non a caso, l’associazione è partner di iniziative come Plastic Free. «La difesa dell’ambiente è una forma moderna di sacralità», dice Gravina, «perché custodisce meglio il futuro».

Anche il nome dell’associazione è una dichiarazione di intenti. «Abbiamo voluto riportare alla luce la grandezza storica di Bari a partire dall’età longobarda», spiega, «quando la città inizia a pensarsi come centro e non come periferia».

Alla base di tutto, però, resta una motivazione intima: «C’è la fede», confida, «e c’è la passione per la ricerca. Quello che studio non lo trattengo: lo condivido, lo rendo pubblico, perché la conoscenza cresce solo se circola».

Classe 1990, barese di Bari vecchia, Gravina porta già a partire dalla sua diretta storia familiare il peso e l’onore della memoria: ha tra i suoi avi Michele Romito, eroe cittadino del 9 settembre 1943.

Diplomato in ragioneria, oggi lavora nel settore dei serramenti, ma è nella storia locale che naviga con maggiore perizia. Nel 2014 ha contribuito alla riscoperta dell’ipogeo del Bunker, riportando alla luce un frammento dimenticato della città. «La storia è sotto i nostri piedi», conclude, «bisogna solo chinarsi ad ascoltarla».

E forse è proprio questo il senso più profondo del suo impegno: fare di Bari non solo una città da abitare ma un luogo da conoscere e comprendere, quindi amare.


 

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