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“CAPITANA, MIA CAPITANA…”: CAROLA, NOVELLA ANTIGONE?

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Il prof. Dino Simone, con riferimento a Carola Rackete, comandante della “Sea Watch”, paragonata dalla stampa all’Antigone di Sofocle, racconta il mito tra antichità e contemporaneità.

di Dino Simone

ANTIGONE, attualità di un mito

Antigone ribelle, Antigone eroica, Antigone da ammirare, che si oppone alle leggi della polis, al  decreto (kērygma) del tiranno Creonte in nome dei diritti sacri della famiglia (ghenos) e della pietas che impone di dare  sepoltura ai morti.

L’Antigone sofoclea è stata assunta a modello della ribellione individuale contro la sopraffazione dello stato, soprattutto di un regime totalitario, dovunque vi siano discriminazioni razziali, intolleranze religiose, dovunque una minoranza  levi la sua voce  a reclamare giustizia.

Carola Rackete … novella Antigone.

Carola Rackete, capitana della nave Sea Watch 3, che ha sfidato il decreto sicurezza-bis voluto da Salvini, definita dal ministro dell’Interno prima una “sbruffoncella” e poi una fuorilegge al comando di una nave “pirata”, è stata paragonata dai media (giornali, televisione, Facebook) ad Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle rappresentata nel 442 a. C.

Carola non ha rispettato il decreto del Viminale per salvare donne e bambini che da 17 giorni erano ostaggi sulla nave, priva del permesso di entrare nel porto di Lampedusa e costretta a  zigzagare al largo delle acque territoriali italiane. Ovviamente i giudizi della stampa sulla “capitana” sono stati  molto diversi.

 I giornali e i social hanno visto nella comandante della nave Sea Watch una moderna Antigone, per la quale la legge del mare, che impone di salvare i naufraghi, è superiore a tutte le altre  (anche al decreto sicurezza bis di Salvini, visto come un novello Creonte, un tiranno, che ha ordinato di fermarla in tutti i modi e poi di farla arrestare).

Sulla “capitana”, contrapposta al Capitano per antonomasia, sono state scritte  e dette molte cose.

Quando la nave ha attraccato al molo, nel porto di Lampedusa, lei è stata applaudita o fischiata, o addirittura pesantemente insultata.

Molti, sulla stessa linea del ministro Salvini, hanno criticato il comportamento di Carola e hanno definito il suo un grave atto di ribellione, per aver forzato il blocco navale ed essere entrata nel porto di Lampedusa, nonostante una motovedetta della Finanza cercasse di ostacolarla.

Tutti abbiamo visto la foto in cui Carola, dopo aver fatto ormeggiare la nave nel porto e aver portato in salvo i migranti, viene  arrestata.

Ma chi era Antigone?

Per molti che non hanno una cultura classica Antigone è solo un nome.

Antigone è la protagonista della tragedia di Sofocle, un dramma molto famoso che è stato ripreso nel Novecento da Anouilh e Brecht,  negli anni ’40, con opportune variazioni, per adattare il testo sofocleo al nuovo contesto politico, la Seconda guerra mondiale.

In Sofocle c’è il contrasto fra il decreto di un tiranno e le leggi eterne, non scritte, le leggi divine che impongono di dare sepoltura ai morti.

Come su Carola, anche sul conto di Antigone  si possono esprimere due giudizi: una ribelle che  ha trasgredito una legge del sovrano Creonte, ritenendola ingiusta, e l’eroina che sfida la morte per compiere un’opera di pietas.

Antigone, una donna, ha osato sfidare le leggi degli uomini, di Creonte, da lei considerato un tiranno, che vietavano di dare sepoltura a suo fratello Polinice, accusato di tradimento per aver guidato l’esercito degli Argivi contro Tebe, la sua città, di cui era re il fratello Eteocle.

Antigone è figlia di Edipo e sorella di Eteocle e Polinice, due fratelli in guerra per  il dominio sulla città di Tebe.

Nella guerra per la conquista di Tebe Eteocle e Polinice si uccidono l’un l’altro in duello. (È questa la trama dei Sette contro Tebe di Eschilo).

Il nuovo re, lo zio Creonte, fa rendere gli onori funebri a Eteocle ma ordina che il corpo di Polinice, il traditore, giaccia insepolto nella polvere, sotto le mura della città.

Antigone decide, contro la legge, di dare sepoltura al fratello e chiede la collaborazione della sorella Ismene. Che si rifiuta:

Antigone dà sepoltura a Polinice

ISMENE  Siamo rimaste sole. Pensa di che morte orrenda moriremo se, contro la legge, violeremo il decreto e il potere di chi comanda. Siamo donne (gynaiche efymen), ricordalo, non possiamo batterci con gli uomini; chi ci governa è più forte e noi dobbiamo piegarci a quest’ordine e ad altri, ancora più penosi. Ai morti chiedo perdono. Obbedirò a chi tiene il potere, sono costretta a farlo: Agire oltre i propri limiti è follia.

ANTIGONE   Non te lo chiederò. Anche se poi muterai parere, il tuo aiuto non mi sarà gradito. Fa’ quello che vuoi. Io gli darò una tomba. E se per  farlo dovrò morire, sarà bello. La mia colpa è santa. (Sofocle, Antigone,  vv. 59-72, trad. di Maria Grazia Ciani).

Allora Antigone da sola dà sepoltura al cadavere di Polinice, ricoprendolo di terra, ma è scoperta, mentre compie questo pio gesto. Catturata, viene condotta alla presenza di Creonte dalla guardia che racconta quello che le  ha visto fare.

Famosissimo il dialogo che si svolge tra i due personaggi. Il punto centrale del dramma.

CREONTE  Tu, che guardi verso terra, hai fatto questo? Ammetti oppure neghi?

ANTIGONE  Non lo nego: sono stata io.

CREONTE  […] Dimmi e sii breve: conoscevi l’editto? Sapevi che era proibito fare quello che hai fatto?

ANTIGONE  L’editto era pubblico: lo conoscevo, certo.

CREONTE  E hai osato trasgredire questa legge?

(Sembra un dialogo a distanza tra Carola e Salvini)

ANTIGONE  Non è stato Zeus a proclamarla, e Dike (la  Giustizia), che dimora con gli dei di sotterra, non ha stabilito per gli uomini leggi come questa. Non ho pensato che i tuoi decreti avessero il potere di far sì che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dei, leggi immutabili    (àgrapta kai asphalē theōn nòmima) che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre, e nessuno sa da quando. Per timore di uomo io non potevo subire il castigo degli dei. Anche senza i tuoi editti, sapevo bene di dover morire. Ma se muoio prima del tempo, io dico che è un guadagno: non è un vantaggio, forse, la morte per me che vivo in mezzo alle sciagure? (Sofocle, Antigone,  vv. 441-464, trad cit.)

Jean Anouilh fornisce una variazione del mito di Antigone piuttosto interessante, in quanto specchio del mondo a lui contemporaneo, quello della Repubblica francese di Vichy.

Ispirato all’omonima tragedia di Sofocle, il dramma di Anouilh, composto durante l’occupazione nazista della Francia, rielabora il mito adattandolo alla situazione storica vissuta dall’autore, presentata in modo ambiguo per superare la censura, ma tuttavia riconoscibile. Sebbene il dramma sia stato interpretato spesso come un appello a favore dell’insurrezione contro l’occupante, il conflitto fra Antigone e Creonte può essere più generalmente inteso come un confronto dialettico fra gli ideali della Resistenza francese e le ragioni del collaborazionismo.

Una scena dell’Antigone di Anouilh

Il testo dell’Antigone di Bertold Brecht, condotto sulla traduzione del grande poeta tedesco Hölderlin, compiuta nel 1804, nonostante le innovazioni segue l’impostazione del dramma di Sofocle.

La novità dell’Antigone brechtiana, che ne fa una tragedia politica, è il Preludio premesso al dramma vero e proprio,  un’attualizzazione del mito, inserito nella storia più recente (Berlino, aprile del ‘45)

Nel Preludio due sorelle, mentre escono dal rifugio antiaereo, sentono un urlo e vedono che il loro fratello, che pensavano fosse in battaglia, è stato impiccato. La seconda vuole tagliare la corda con un coltello,  per portare nel rifugio il corpo e cercare di rianimarlo, mentre la prima cerca di dissuaderla, quando sopraggiunge una guardia SS che le accusa di conoscere il traditore.

La capitana della Sea Watch, Carola Rackete

 

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