Dicillo ama la Terra di Puglia, dimostrandolo, facendone arte, profondendo quell’amore nella sua fertile istintività creativa.
Arte e radice della terra, storie che vengono dal territorio e che alla terra tornano, inequivocabilmente simbolo di creatività e identità allo stesso tempo. La creatività dell’arte, dell’ingegno che si sposa all’eclettica mente sempre in ricerca; l’identità del territorio, delle storie che vengono da lontano e che si coniugano all’eterno presente della storia.
Carlo Dicillo è in tutto questo percorso. Artista dalla proverbiale discrezione, docente, diuturno interprete di un’arte lontana da ogni orpello: stilistico, persino umano. Egli insegue l’essenziale, la semplicità come valore aggiunto incarnando.
Abbiamo conosciuto negli anni Dicillo: mostre, presentazioni, rassegne. Un’idea chiara del valore dei suoi lavori si è ormai accasata in noi.
Carlo, barese con vita salentina, ama la Terra di Puglia, dimostrandolo, facendone arte, profondendo quell’amore nella sua fertile istintività creativa.
Si pensi alla sculto-installazione “Salento Gold”, un omaggio alla tradizione olearia. Due contenitori di latta, ricostruiti interamente con supporto di rete metallica, sabbia, catrame, polvere di marmo colorata con bitume e acrilici.

Arte e materialità, arte e oggetto. Il tutto in nome dell’amore per il frutto simbolo di una cultura, di una storia, di un’antropologia.
“La Puglia è nella sua elementarità di paesaggio”, scrisse Cesare Brandi e Dicillo, con piena consapevolezza, ce lo ricorda, riconsegnandoci l’elemento cardine di quel paesaggio, un patrimonio sotto forma di arte, anche sperimentale, nel solco delle grandi avanguardie novecentesche.

La genuinità e la limpidezza dell’olio di oliva -questo il messaggio- rimangono: il tempo, inesorabile, passa ed ecco le latte invecchiate ed usurate e però sempre potrà puntarsi su un prodotto di così alta qualità, nostro tesoro in eterno, così come per tutta l’umanità.

Perché, dunque, parlare di Carlo Dicillo e della sua arte? Come scritto recentemente, a proposito di un altro artista pugliese, crediamo sia utile passare in rassegna le migliori espressioni delle menti più fervide dell’area barese e della Puglia intera. Carlo rientra a pieno titolo tra queste.
Qualche nota sull’artista

Nato a Bari nel 1969, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti, intraprende in maniera attiva e professionale la sua attività di artista, con l’utilizzo di una grande varietà di materiali, soprattutto poveri, come catrame, resine, lattice, gomme siliconiche, marmo.
Ha realizzato performance a livello nazionale, accedendo anche ad alcune reti televisive come Telenorba e Rai (“Alle falde del Kilimangiaro”, “Mezzogiorno in famiglia”) oltre ad aver realizzato incontri di lavoro e studio con il famoso Carlo Rambaldi.
Le opere polimateriche di Dicillo, a parere di settori autorevoli della critica, “tendono ad unire il mistero ed il fantastico, l’immediato e l’essenza del cosmo, il misfatto e l’orrore”.
Attualmente, come accennato, insegna Arte e immagine. Dicillo si occupa anche di cortometraggi e make-up per il cinema oltre a lavori di sculto-installazioni per ambienti di varia tipologia. Le sue opere sono esposte in musei e gallerie nazionali ed estere.
Ha tenuto mostre a Torino, Bari, Lecce, Triggiano, Molfetta, Maglie, Campi Salentina ed altri centri pugliesi e non solo.
È, inoltre, tra gli autori di un volume di imminente pubblicazione, dedicato al tema del sacro nell’arte, opera a cura del sottoscritto e di Antonio Russo.
Aspetto, allora, davvero interessante dell’arte di Dicillo è la sua totale versatilità: pittura, scultura, grafica.
Suoi riferimenti principali sono Pino Pascali (1935-1968) e Andrea Pazienza (1956-1988), entrambi grandi e impazienti sperimentatori, scomparsi troppo presto e, come il nostro artista, entrambi legati indissolubilmente alla Puglia e al suo mare.
Notevolissimo il suo amore per i materiali poveri, si pensi all’opera “Dicitivillo” (nota anche come “L’arca del nuovo millennio”, datata 2008): ecco le scarpe trasformate in animali, con le quali l’artista si ripropone di ripopolare il mondo dopo il diluvio universale.
Scrive Vincenzo Velati nel catalogo di una mostra: “Più del realismo dei colori e delle forme colpisce la capacità di creare con poco, di dar vita con segni accennati. I corpi sono sinuosi, spazialistici e insinuanti, come segno di matita su foglio bianco, ma la connotazione è minima e deduttiva, sta in un accenno di musi e di occhi. In questo gioco di rimandi e allusioni l’artista ci vuole chiamare nel suo mondo ludico: gli animali popolano un immaginario infantile nato dai fumetti e dai cartoni animati e non dall’esperienza reale”.
La trasformazione e il mutamento? Altri temi ricorrenti nelle sue opere. Ecco “Teste di zucca”: materiale biologico e biodegradabile (vere e proprie zucche) che l’artista plasma, fino a trasformarlo in teste di animali (marini e terrestri).
Un vero e proprio bestiario contemporaneo, quello di Carlo Dicillo: vi è anche uno squalo, protagonista della scultura “Al di là degli abissi”, in legno, ceramica, tempera, colla vinilica, smalto sintetico.
Gli animali come emblema simbolico, metaforico, ancestrale. Paure, realtà ammesse e negate, fobie legate al nostro inconscio. “Plasmando e riplasmando”, “L’Angelo dimenticato”, “L’Angelo caduto”, “Medusa”: opere diverse ma tutte con il comune denominatore ‘animale’, così utile a spiegare la vita stessa del mondo. Un “nuovo mondo”, come spesso lo definisce il nostro Dicillo.
Anche in questo seguace di Pascali, per cui “costruire” significava “liberarsi per cercare di vedere sé stesso fuori (nell’atto) di modificarsi, raddoppiarsi, triplicarsi, impicciolirsi, distruggersi, riproporsi, modificarsi, identificarsi”. Ma ecco ancora l’ulivo di “Salento Gold”.
Le parole di Giovanna Pesce, insegnante, spiegano acutamente il senso dell’opera. Eccole.
“Sono l’ulivo maestoso e secolare della terra salentina. La mia chioma d’argento, sempre in tensione con venti e tempeste, s’illumina al sole della Puglia dorata. Da secoli le mie radici affondano nella terra rossa di sangue; il mio tronco robusto e rugoso somiglia ai volti di questa gente contadina con cui per secoli ho condiviso gioie e fatiche. Ora tanti miei fratelli, colpiti da un male oscuro, stanno morendo. Stiamo morendo insieme a questa gente, anch’essa colpita da un virus sconosciuto. Sta morendo la nostra storia, una storia di fatiche , di dolore ma anche di luce. Il nostro olio per tanti secoli ha illuminato tante città straniere, ha illuminato tante case, una fiammella, alimentata del nostro olio, ha fatto compagnia ai tanti morti nei cimiteri, ha nutrito tante generazioni di uomini. Scorre ancora il nostro olio, il nostro sangue ricco di nutrimenti, limpido, profumato di essenze vegetali, salubre e curativo. Triste è questo nostro tempo in cui tanti fratelli muoiono. Desolata ora è questa terra”.
È la voce dell’ulivo, voce che parla e voce che piange (in tempi di Xylella). L’artista sa, capisce, soffre. E l’arte è totale. Così il connubio tra mente e terra. L’ulivo è il simbolo di questa straordinaria connessione.





