L’Apocolocyntosis, ovvero la
“deificazione di uno zuccone” è il pamphlet che Seneca dedicò all’imperatore Claudio – che per i suoi contemporanei non brillava per intelligenza – in occasione della sua divinizzazione decretata dal Senato dopo la morte. Ecco una brillante ricostruzione, magistralmente eseguita dal prof. Dino Simone, del dissacrante scritto del grande filosofo latino.
di Dionisio (Dino) Simone
L’Apocolocyntosis
Apocolocyntosis (“deificazione di uno zuccone”, poiché secondo i contemporanei l’imperatore Claudio non brillava certo per intelligenza, piuttosto che “zucchificazione” o “trasformazione in zucca”) è il titolo, tramandato da Dione Cassio LX 35, di questo pamphlet di Seneca, pieno di sarcasmo verso l’imperatore morto da poco, che si affianca a quello di Ludus de morte Claudi o Divi Claudi apotheòsis per saturam riportato dai codici.

L’operetta rientra nella tradizione della satira menippea, che prende il nome dal filosofo Menippo di Gadara, ed è la parodia della divinizzazione dell’imperatore Claudio, decretata dal senato subito dopo la sua morte, evento che, dietro la maschera di ufficialità, aveva suscitato le ironie degli stessi ambienti di corte e dell’opinione pubblica.
Come attesta Tacito, Annales XIII 3, Seneca avrebbe scritto contemporaneamente sia questa satira sia la laudatio funebris di Claudio, pronunciata da Nerone in senato.
L’opera rappresenta un’invettiva di un Seneca che non dimentica i torti subiti dall’imperatore, succube delle mogli e dei liberti.
Infatti, appena salito al trono nel 41 d.C. Claudio, istigato da Messalina, decretò la relegazione del filosofo in Corsica, con l’accusa pretestuosa di aver commesso adulterio con la giovane Giulia Livilla, sorella di Caligola.
Nel 44, nella Consolatio ad Polybium, scritta per consolare il potente liberto di Claudio della perdita di un fratello, Seneca si rivolse all’imperatore con insistenti adulazioni, per sollecitare la remissione della pena, ma dovette attendere fino al 49, per ottenere il ritorno in patria.
Il rancore accumulato dal filosofo trovò sfogo alla morte di Claudio nell’Apocolocyntosis, in cui sono rovesciate le lodi esagerate tributate all’imperatore nella Consolatio.
“(O Polibio) non cesserò di proporti tante volte Cesare (ovviamente l’imperatore Claudio); finchè egli governerà la terra e mostrerà quanto meglio si conservi il potere con i benefici che con le armi, finchè egli sarà a capo delle cose umane, non c’è pericolo che tu senta di aver perso qualcosa; in lui solo hai abbastanza difesa e consolazione.
Sollevati, e ogni volta che ti spuntano le lacrime agli occhi, tante volte fissali su Cesare, si asciugheranno alla vista di quel grandissimo e luminoso nume, il suo fulgore li abbaglierà al punto da non poter vedere niente altro, e li terrà fissi su di sè.
Questo astro è venuto a rifulgere nel mondo. Egli non mi ha gettato in basso, anzi, mentre cadevo sotto la spinta della fortuna, mi ha sostenuto”. (Cons. ad Pol. 12,3, trad. Raffaello del Re, Zanichelli).
La presentazione di Claudio come consolatore “salvifico” slitta in aperto panegirico, il cui motivo centrale è l’elogio della sua clemenza:
“Benedetta, o Cesare, la tua clemenza, che fa in modo che sotto di te gli esuli stessi trascorrano una vita più tranquilla di quella che poco fa sotto Gaio (Caligola) trascorrevano i primi cittadini.” (O felicem clementiam tuam, Caesar, quae efficit ut quietiorem sub te agant vitam exules quam nuper sub Gaio [Caligola] egère principes!) [op. cit. 13 passim].
L’Apocolocyntosis si pone in feroce, anche se implicita, antinomia con la consolatio; alle lodi stucchevoli si sostituisce, in occasione della morte, una sferzante satira che mira a distruggere la figura dell’imperatore come uomo e come princeps.

Quello stesso Seneca che aveva scritto parole adulatorie nei confronti dell’imperatore Claudio, alla sua morte compone un’opera sconcertante, dissacrante, amara come lo sfogo di un odio e di una vendetta esacerbata dal tempo.
Nell’Apocolocintosis, in una mescolanza di prosa e di versi, caratteristica della satira menippea, l’autore immagina di raccontare quello che successe in cielo tra gli dèi mentre il senato in terra decideva l’apoteosi di Claudio subito dopo i funerali.
Dopo la morte, l’imperatore sale all’Olimpo dove suscita la curiosità e lo sconcerto delle divinità per tutti i suoi difetti. Gli dèi non sanno proprio in che dio trasformare Claudio, quell’essere che pare loro così privo di qualità, che vuole entrare a far parte del consesso degli dèi.
“Ascoltate quello che successe in cielo: la garanzia è data da chi mi ha informato. Danno a Giove l’annuncio che è arrivato un tale di notevole statura, molto bianco di capelli; minaccia non so che cosa poiché muove continuamente la testa; strascica la gamba destra. Dicono di avergli chiesto di che nazionalità fosse: egli ha risposto in qualche modo con suoni indistinti e voce confusa; ma non capiscono il suo linguaggio: non era né greco né romano né di alcun altro popolo conosciuto. Allora Giove ordina a Ercole, che aveva percorso tutta la terra e sembrava conoscere tutti i paesi, di andare a vedere che razza d’uomo fosse. Certo, a prima vista, Ercole rimase profondamente turbato come se non avesse ancora avuto modo di affrontare tutti i mostri. Come vide quella figura di un genere senza precedenti, l’andamento inusuale, la voce di nessun animale terrestre ma tipica degli animali marini, roca e impastata, ritenne che fosse giunta la sua tredicesima fatica. Ma guardandolo meglio gli parve qualcosa di simile a un uomo”. (L. Anneo Seneca, Apocolocyntosis, 5, a cura di R. Mugellesi, BUR)
Segue quindi la proposta dell’imperatore Augusto, che già siede tra le divinità, di mandare Claudio agli inferi poiché in vita si è macchiato di numerosi omicidi, che egli enumera nel dettaglio. Qui Claudio incontra le anime di coloro che ha fatto uccidere. Trascinato in tribunale, Claudio è giudicato da Eaco. Il processo diventa una sorta di contrappasso per l’imperatore, che in vita emetteva le proprie condanne senza lasciar spazio alla difesa: così avviene negli Inferi per lui.
“Ci fu una lunga discussione sul tipo di pena e su quale condanna avrebbe dovuto subire. Allora Eaco ordina che egli sia condannato a giocare a dadi con un bossolo bucato. E già Claudio aveva cominciato a cercare i dadi che gli sfuggivano dappertutto e a non realizzare niente” (op. cit. 14,3 segg., trad. R. Mugellesi).

Sottoposto a un processo per i suoi assassinii, Claudio viene condannato a giocare a dadi con un bossolo sfondato. È una fatica inutile, come quella di Sisifo o di Tantalo. A strapparlo dalla pena è l’imperatore Caligola, che reclama Claudio come proprio schiavo. Come umiliazione finale, l’imperatore è affidato al suo ex liberto Menandro, lui che in vita aveva tanto valorizzato i liberti.
Con questo pamphlet Seneca sembra porsi in linea con tutta una produzione contemporanea, generalmente anonima (come farà molti secoli dopo Procopio di Cesarea nelle Storie Segrete, in cui demolisce non solo la figura di Teodora ma anche quella di Giustiniano), una produzione che, circolando in ambiti di vario livello intellettuale, anche di corte, mirava a prendersi gioco delle figure emergenti, fra cui gli stessi imperatori.
Seneca scrive quest’opera non solo per motivazioni personali, ma anche e soprattutto per ragioni di carattere politico e sociale: Claudio, infatti, era stato un imperatore autoritario, che aveva reso il Senato un burattino nelle sue mani e aveva condannato persone con processi sommari.
Ovviamente il giudizio sulla personalità dell’imperatore, al di fuori della satira, deve essere rivisto, soprattutto alla luce degli ultimi studi sul complesso della sua attività culturale e politica.




