Notevole successo di pubblico e di critica per la trasposizione dei romanzi dello scrittore napoletano Maurizio de Giovanni in “fiction” TV RAI. Ecco un’analisi critica di Tinta Anna Valentini dei tre sceneggiati andati in onda: “I bastardi di Pizzofalcone”, “Mina Settembre” e “Il commissario Ricciardi”.
di Tinta Anna Valentini
QUANDO LA SCRITTURA INCONTRA L’IMMAGINE
Le storie di Maurizio de Giovanni in TV

Pizzofalcone è un quartiere di Napoli che sorge su una collina e, un tempo, era sede di caccia al falco.
Ma Pizzofalcone è anche il nome del commissariato che funge da rifugium peccatorum dei tutori dell’ordine che hanno deviato dalla strada maestra. Un gruppo di varia umanità che si trova a combattere il crimine nella speranza, forse, di riabilitare la propria immagine agli occhi dei più e dimostrare che il commissariato in questione, a rishio di chiusura, ha ancora regione di essere.
Punta di diamante del commissariato è l’ispettore Lojacono, trasferito da Agrigento a Napoli dopo l’accusa di aver interagito con la mafia.
Ha fiuto per le indagini e cerca in tutti i modi di togliersi di dosso il marchio infamante di traditore. Ruotano intorno a lui un figlio di papà in cerca di credibilità e di uno scopo nella vita, un’agente esperta di armi che vuole rompere gli schemi familiari, ma non ha il coraggio di dichiarare la propria omosessualità ai genitori, un assistente capo geloso e aggressivo al punto da mettere in crisi il rapporto con la moglie.
Completano il quadro del personale di Pizzofalcone la sovrintendente con figlio autistico, sempre più distante dal marito, ma più vicina al vice questore, suo superiore, e un vecchio vice commissario che parla con la moglie defunta, ossessionato da un serial killer che uccide le persone anziane e sole.
Mina Settembre è un’assistente sociale che ha fatto del suo lavoro una missione. Non si ferma davanti a niente e nessuno pur di tutelare i propri assistiti. Figlia di un oculista molto noto, docente universitario, morto lasciando un vuoto incolmabile nel suo cuore, vive temporaneamente con la madre, una rompiscatole di tutto rispetto, dopo la separazione dal marito magistrato. Separazione determinata dal tradimento del marito consumato nel letto coniugale con una sedicente speaker televisiva, presto rimpiazzata, almeno appaentemente, da una collega del tribunale.
Mina presta servizio presso un consultorio del centro storico di Napoli, dove intreccia rapporti di amicizia con l’ostetrica e col portiere del palazzo. Inizia una relazione col nuovo ginecologo del consultorio, spesso coinvolto nelle mirabolanti avventure al limite del lecito della suddetta. Il porto sicuro di Mina, però sono le sue due amiche d’infanzia: una bionda un pò svampita che gestisce un wine bar, punto di ritrove delle tre, sempre alla ricerca dell’uomo giusto e un’avvocatessa rampante con marito e figlio a carico, che custodisce uno scottante segreto da anni.
Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi ha nobili origini, ma piuttosto che condurre una vita agiata e senza scopo da “signorino”, ha scelto di studiare giurisprudenza per entrare in polizia. Vive nell’appartamento di famiglia lasciatogli in eredità dalla madre e lo condivide con la tata Rosa, una donna gentile quanto risoluta, che si prende cura di lui sin dall’infanzia.
La madre di Ricciardi, morendo, non gli ha lasciato in eredità solo il titolo e l’appartamento, bensì un dono più grande che, però, il commissario vive come una maledizione.
Egli, infatti, può vedere le anime di coloro che hanno perso la vita in circostanze violente, come sua madre. E per un commissario tenuto a confrontarsi spesso con la morte questo può essere una fortuna e una disgrazia al tempo stesso. Fortuna perchè sono le stesse vittime a fornirgli la direzione verso cui indirizzare le indagini. Disgrazia perchè per Ricciardi questo dialogo con l’Aldilà è un peso troppo grosso da portare sulle spalle e non gli permette di vivere la propria esistenza e professione con serenità.
Il commissario è innamorato, ricambiato, di una giovane vicina di casa con cui scambia un saluto fugace la sera, dalla finestra, prima di andare a dormire. Ma questo amore puro e platonico subisce delle interferenze, quando nella vita di Ricciardi si insinua una donna bella e passionale che cercherà di farlo suo, di colpirlo al cuore.
Ricciardi però, consapevole del peso che porta addosso, sulla testa- su quella testa che gli fa male continuamente e in modo ostinato continua a non coprire col cappello (a differenza di tutti i gentiluomini dell’epoca)- non può, o forse non vuole, lasciarsi andare ai sentimenti, allentare la presa del suo autocontrollo. Dote, quest’ultima, che si dimostra eccellente se applicata alla sua professione, alle indagini, in cui è affiancato dal fido brigadiere suo stretto collaboratore e dal medico legale antifascista dichiarato, ma deleteria nella vita di ogni giorno.
Cos’hanno in comune le tre storie e i personaggi che ho appena descritto brevemente?
Sono tutti figli della mente e della penna dello scrittore Maurizio de Giovanni, che ha saputo delineare alla perfezione caratteri e immagini, pensieri e anima di una napoletanità espressa nelle sue differenti sfumature e in diversi contesti.
Perché la protagonista principale dei racconti di de Giovanni è Napoli e i bastardi, Mina e Ricciardi, sono solo pedine che vengono mosse abilmente dall’autore sulla scacchiera di una città. Non esiste una sola Napoli nei libri di de Giovanni, perchè in ogni storia, per ogni personaggio, c’è una Napoli diversa e questa differenza la possiamo cogliere soprattutto osservando le immagini delle trasposizioni televisive dei suoi romanzi.
“I Bastardi di Pizzofalcone”

“I Bastardi di Pizzofalcone” è stata la prima fiction che ha fatto conoscere al grosso pubblico la “penna” del nostro. La Napoli che viene mostrata è fatta di luci e ombre. Le luci sono quelle dei palazzi della “Napoli bene”, stanze ampie, ricche, come l’appartamento del commissario della Polizia scientifica con cui l’agente Di Nardo inizia una relazione, oppure quella di molte vittime dei crimini su cui Lojacono indaga.
Le ombre sono quelle che in senso metaforico aleggiano su tutti i membri della squadra. Fuor di metafora sono quelle della sera, momento della giornata, in cui si muove indisturbato il serial killer che uccide le persone anziane e sole, convinto di regalare loro pace e serenità.
E’ una Napoli a 360° quella che vediamo in questa fiction. Il cast azzeccato si avvale della presenza di Alessandro Gassman che da tormento e volto a Lojacono. Non bisogna, però, dimenticare Massimiliano Gallo nel ruolo del vice questore e Tosca d’Aquino che dopo tante interpretazioni brillanti (accanto a Salemme e altri autori e attori di commedie) affronta un ruolo più impegnativo e intenso. Il cast è ben calibrato e mescola attori noti a meno noti, napoletani e non, garantendo un risultato molto gradevole per il pubblico. Pubblico che è orfano delle gesta di Lojacono e dei suoi bastardi dal 2018. A quanto pare la terza stagione della fiction è stata, però solo rinviata e probabilmente vedrà la luce proprio nel 2021.
“Mina Settembre”

“Mina Settembre” ha avuto il volto televisivo di Serena Rossi, già apprezzata dal pubblico nella fiction su Mia Martini, oltre che per le sue doti canore e di intrattenimento.
La Napoli che abbiamo visto è quella del centro storico, paragonabile a una donna bella, ma trasandata, sebbene luminosa. Vicoli stretti, un po’ lasciati a se stessi, palazzi storici malmessi, illuminati, però da un sole cocente. E quella stessa solarità e negli occhi e nel viso di Mina, nella passione che mette nella sua professione e nella sua vita.
I puristi dicono che il personaggio televisivo non rispecchia precisamente quello letterario. Fatto sta che anche chi non ha letto i libri di de Giovanni è riuscito a cogliere l’essenza e lo spirito delle sue “creature”.
Il successo di “Mina Settembre” è, senza dubbio, attribuibile non solo alla Rossi, ma anche agli attori che si sono confrontati con lei nei vari episodi. Oltre a Giuseppe Zeno, nel ruolo dell’aitante ginecologo del consultorio, ricordiamo Rosalia Porcaro, l’ostetrica collega e amica di Mina e soprattutto Nando Paone.
La prima viene dal cabaret e dalla televisione di intrattenimento. Ha ricevuto il grandimento del grande pubblico con lo show “L’Ottavo nano”, condotto da Serena Dandini, in cui interpretava vari personaggi femminili, tra cui Natasha, cantante neomelodica napoletana.
Nando Paone è stato una delle spalle storiche di Salemme in tutta la sua attività cinematografica. Con la sua mimica facciale (vi consiglio di vederlo nel film ” E fuori nevica”) e la sua simpatia, oltre che professionalità, riesce a far sorridere anche i più scettici.
Quello che ha colpito il pubblico ritengo sia, però, la positività di Mina, la sua capacità di approcciarsi alle problematiche più complesse di un certo substrato sociale con abnegazione e spirito di iniziativa. Una sorta di eroina moderna, come sono spesso gli assistenti sociali che operano nei centri storici e nelle aree degradate, a cui affidarsi e di cui fidarsi nei momenti bui della propria vita. Figure di cui abbiamo estremo bisogno in questo periodo storico.
“Il commissario Ricciardi”

“Il commissario Ricciardi” è stata l’ultima fiction in ordine di tempo, tra quelle tratte dai libri di de Giovanni, a essere proposta dalla Rai in prima serata.
La Napoli che qui viene rappresentata è cupa, livida. Una fotografia virata al seppia favorisce l’immedesimazione nello stato d’animo del protagonista, schiacciato dal peso del suo dono e dalle responsabilità.
L’espressione quasi statica, priva di un sorriso, se non appena accennato in alcune circostanze, di Lino Guanciale è indovinata. Del resto un uomo che soffre costantemente dal punto di vista fisico e psicologico, non può lasciarsi andare a facile ilarità, sebbene non sia un uomo tetro, come si potrebbe pensare.
Fa delle battute e apprezza i piaceri della tavola, soprattutto quando è in compagnia del Dottor Modo, ma è sempre misurato, senza eccessi. Anche nella sua passione amorosa per Enrica è misurato, controllato. Quasi volesse mantenere la distanza da quella parte di sè che non conosce bene e di cui ha paura.
Lino Guanciale è abile nel trasmettere il tormento di Ricciardi allo spettatore. Ma anche in questo caso il successo della fiction, oltre che a Napoli e al protagonista principale è dovuto alle altre presenze (non solo quelle dei morti ammazzati che tanto turbano Ricciardi) che riempiono la scena.
Primo tra tutti Antonio Milo nel ruolo del Brigadiere Raffaele Maione, diretto collaboratore di Ricciardi, complice anche dei suoi colpi di testa investigativi attuati in barba al vicequestore Garzo.
Serena Iansiti dà corpo e sensualità a Livia Lucani, ex cantante lirica amica di Edda Mussolini, innamorata di Ricciardi ( n.d.a. La Insiti è anche tra i protagonisti de “I bastardi di Pizzofalcone”).
I suoi abiti e cappellini ci riportano indietro a una femminilità d’altri tempi, a una moda apparentemente austera, ma ricercata e attenta ai particolari capaci di valorizzare il corpo delle donne.
In un piccolo ruolo, quello di don Pierino, compare anche Peppe Servillo che, accantonata l’esperienza della Piccola Orchestra Avion Travel, si dedica da qualche tempo anche al teatro, condividendo il palco talvolta col fratello Toni.
Ma il diamante grezzo di questa fiction è senza dubbio Antonio Falivene, giovane attore di teatro non molto noto, che interpreta il ruolo di Bambiniella, un “femminiello” che si prostituisce in un quartiere degradato di Napoli.
Bambiniella è l’informatrice segreta di Maione, che si diverte a provocare maliziosamente. Sa tutto di tutti e fornisce indizi importanti ai fini delle indagini, mossa dalla curiosità e dalla pietà per le vittime.
A completare il quadro dell’ottimo prodotto televisivo in oggetto c’è il brano finale, scelto con coerenza in base ai contenuti, che assegna a questa fiction un punto a favore rispetto ad altre, in cui vengono preferite colonne sonore straniere. Si tratta di un bellissimo e malinconico brano di Pino Daniele “Maggio se ne va”, che coinvolge lo spettatore anche alla fine dell’opera e lo trascina in una Napoli che non c’è più.
Probabilmente anche ” Il commissario Ricciardi” avrà la sua seconda stagione televisiva, visto il successo riscosso, ma un altro personaggio sta per essere tirato fuori dalle pagine di de Giovanni: Sara, una donna ex agente dei Servizi segreti, capace di sondare nell’animo umano.
Sicuramente un’altra freccia, scoccata dall’arco di de Giovanni, che coglierà nel segno.
L’autore ha dimostrato come uno scrittore non debba essere sempre uguale a sè stesso, ma può spaziare, uscire dalle costrizioni che il genere o un singolo personaggio di successo impongono.
Il vero “dono” di un autore è la fantasia, la creatività, anche quando si ispira alla realtà. E’ la capacità di trasferire su un foglio emozioni e interessi del momento, senza raccontare storie che sembrano scritte con la carta copiativa. Perché la vera forza di un autore, e di un artista in generale, sta nel mettersi in gioco e saper rischiare.





