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“DOVE NON SIAMO STATI”: L’ARTE CHE INTRECCIA MEMORIA, INTIMITA’ E FUTURO A SANTA SCOLASTICA

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Entrare al Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari in questi ultimi mesi del 2025 (31 ottobre-31 dicembre) ha significato trovarsi sospesi in un tempo altro, dove la memoria ha dialogato con il presente e le tracce del passato sono diventate impulsi per il futuro.

“Dove non siamo stati” (titolo da una poesia di Giovanna Cristina Vivinetto), mostra collettiva curata da Giuliana Schiavone e ideata da ARTES, promossa dalla Città Metropolitana di Bari, è stato, è un progetto che non si limita a esporre opere, ma costruisce un percorso esperienziale e sensoriale, un invito a riflettere sul concetto di impronta, intesa come segno, passaggio e testimonianza.
 
La direzione artistica di Elisabetta Sbiroli, la scenografia di Vera Granger ed il coordinamento generale di Roberta Giuliani hanno saputo orchestrare un dialogo tra linguaggi, materiali e generazioni, creando uno spazio in cui il pubblico non ha osservato passivamente ma è entrato in contatto con le opere, con la loro storia e con la visione degli artisti. Pregevole anche il catalogo della rassegna.
 
L’esposizione si è sviluppata intorno a oltre venti presenze artistiche. Eccole: Trevor Borg, Pierluca Cetera, Li Chevalier, Teresa Chimienti, Alessandro Cirillo, Daniela Corbascio, Guillermina De Gennaro, Sabino De Nichilo, Raffaele Fiorella, Michele Giangrande, Maria Grazia Carriero, Aurora Lacirignola, Antonio Milano, Ezia Mitolo, Lauren Moffat, Giuseppe Negro, Jasmine Pignatelli, Irene Pucci, Angela Rapio, Paola Ricci, Michela Rondinone, Raeda Saadeh, Elisabetta Sbiroli e Donato Trovato. Presenti anche artisti under 35 –Donato Trovato, Teresa Chimienti, Michela Rondinone, Antonio Milano e Aurora Lacirignola–, destinatari delle residenze del progetto DOVE.
 
Tra i nomi presenti in mostra ci soffermiamo sulle opere di Ezia Mitolo, Angela Rapio e Paola Ricci, tre artiste che, ciascuna con il proprio linguaggio, raccontano la memoria, la stratificazione del tempo e il rapporto intimo tra materia e percezione.
 
Ezia Mitolo, scultrice e artista poliedrica, ha realizzato “Moniti d’aurore”, un’installazione site-specific che occupa una sala come un teatro di presenze sospese. Le figure, disposte frontalmente, evocano antenate e antenati: non semplici ritratti ma presenze che parlano, fluttuano e invitano lo spettatore ad un atto di attenzione quasi rituale. “Ho voluto che ciò che è stato potesse farsi vedere, essere ascoltato, diventare monito per il presente”, spiega l’artista. La luce in controluce e il movimento impercettibile delle figure, attivato da un flusso d’aria minima, producono un effetto di aurora: la memoria diventa rivelazione, epifania e responsabilità. Dinanzi al gruppo, un cumulo di impronte in terracotta, raccolte da Mitolo durante il processo creativo, funziona da registro del presente, un ponte tra chi osserva e le presenze sospese. L’opera è accompagnata da un paesaggio sonoro che mescola campane, suoni di guerra, voci umane e richiami naturali, creando un dialogo tra storia collettiva e fantasmi prettamente interiori. La poetica di Mitolo, formata dagli insegnamenti di Francesco Somaini e Nicola Carrino, attraversa scultura, fotografia, video-performance e poesia visiva, sempre con un’attenzione alla partecipazione e alla didattica e conferma il ruolo dell’arte come ponte tra passato e contemporaneità.
 
Opera di Ezia Mitolo
 
Angela Rapio, con “Carte Fossili”, ha portato invece il visitatore in un viaggio attraverso la memoria sedimentata nei materiali. Carte bruciate, stratificate e segnate da carboncino, grafite e acrilico raccontano storie di trasformazione e rigenerazione. “Il fuoco non è solo distruzione ma linguaggio: lascia segni indelebili che parlano di perdita e rinascita”, dice Rapio. Ogni strato di carta conserva la traccia di un tempo vissuto e la stratificazione richiama i cicli naturali, i sedimenti dei vissuti e delle memorie individuali. Il risultato è un linguaggio universale, in cui il segno diventa memoria, materia e introspezione. L’artista vive a Bitonto e ha sviluppato una ricerca che parte dalla figurazione per approdare a indagini informali, objets trouvés e performance collaborative, con opere presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il Museo-FRaC di Baronissi. La sua poetica, in equilibrio tra luce e buio, trasforma la fragilità del vissuto in un linguaggio universale, capace di parlare a chiunque osservi le sue carte stratificate.
 
Opera di Angela Rapio
 
Paola Ricci ha proposto, invece, un dialogo più intimo con il materiale, con due grandi opere su carta concepite come sudari: strati di colore e segno depositati in tempi diversi ma ricomposti in un unico tempo riassuntivo. “È stato un lavoro di intimità profonda”, racconta Ricci, “realizzato in uno spazio lontano dal mio studio, dove ero sola con l’opera. Ogni segno, ogni strato di colore racconta quel momento e quell’attenzione esclusiva”. La dimensione imponente delle opere ha amplificato la percezione di questa stratificazione, trasformando la contemplazione in esperienza immersiva. Nata a Venezia, laureata all’ISIA di Urbino e con un Master in Arte e Terapia, Ricci ha partecipato a residenze internazionali e mostre negli Stati Uniti e in Europa, consolidando una ricerca centrata sulla stratificazione del segno e del colore come strumenti di introspezione e memoria. Il suo lavoro, pur realizzato in un contesto insolito rispetto alla quotidianità dello studio, ha comunicato intensità interiore, trasformando il segno artistico in testimonianza viva di un vissuto.
 
Opera di Paola Ricci
 
La mostra ha coinvolto, come detto, anche giovani under 35 con residenze artistiche e laboratori, integrando formazione e sperimentazione con la partecipazione della comunità. Il visitatore si è sentito invitato a percorrere un cammino tra opere, installazioni e presenze sonore, vivendo un tempo sospeso in cui passato e presente hanno dialogato, dove la memoria individuale si è intrecciata con quella collettiva e la contemplazione si è trasformata in esperienza, a tutti gli effetti, sensoriale.
 
“Dove non siamo stati” ha dimostrato come un museo archeologico possa diventare luogo vivo, dove l’arte contemporanea non solo si mostra, ma parla, trasforma e provoca. Tra luci, trasparenze, segni stratificati e presenze fluttuanti, lo spettatore ha sperimentato la potenza dell’arte come strumento di conoscenza, introspezione e trasformazione sociale, entrando in contatto con tracce che sfidano il tempo e l’oblio e che indicano nuove possibilità di lettura e comprensione del nostro presente.

 

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