Si sta avvicinando il 10 febbraio, il “Giorno del Ricordo”, solennità civile istituita per non dimenticare le vittime delle foibe e il dramma dell’esodo dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Il prof. Dionisio (Dino) Simone rende omaggio a quella popolazione italiana, costretta all’abbandono delle proprie case, per trovare rifugio anche in Puglia, con il ricordo dell’amata figura della sua nonna materna.
di Dino Simone

In un precedente articolo ho accennato a mia nonna che nel dopoguerra a settant’anni aveva dovuto abbandonare la sua terra, la sua casa e aveva incontrato difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente di Polignano, dopo il nostro esodo da Pola.
‹‹Alta, solenne, vestita di nero / parvemi riveder nonna Lucia››, dice il Carducci nella poesia Davanti San Guido, parlando della nonna che da piccolo gli raccontava la novella “di colei che cerca il suo perduto amor”.
Invece mia nonna, Antonia Verbanaz Pavincich, la teta Tunina, la “zia Tonina” (come la chiamavano a Pola, con un appellativo di origine croata, che si dava alle persone di una certa età in segno di rispetto) con gli anni si era incurvata, era diventata “piccolina”, vestiva di nero, spesso con un fazzoletto nero in testa e aveva alle orecchie i recini (gli orecchini) con il morèto de Fiume (moretto di Fiume) che riproducevano in oro e smalto la testa di un moro con il turbante bianco.
Durante la Prima guerra mondiale, nonna, con tante altre donne, vecchi e bambini, che facevano parte della popolazione civile di Pola di origine italiana, fu trasferita in forma coatta in Ungheria (in Ongaria, come diceva lei) in un campo di internamento, costituito da baracche di legno.
Qui nacque lo zio Mario, ma qui le morirono alcuni bambini piccoli, a causa di un’alimentazione sempre più scarsa e scadente, delle privazioni di ogni genere e delle epidemie (tifo, morbillo, polmonite). Lager simili, dove furono deportati anche gli abitanti degli altri paesi del distretto di Pola (come Valle, Dignano, Rovigno), si trovavano in molti altri territori dell’Impero austro-ungarico.


Nella prima foto con nonna c’è lo zio Mario (nato nel 1916 appunto in Ongaria). A distanza di anni, zio Mario ed io vestivamo alla marinara.
Lo zio ha sul berretto la scritta SM TB FALKE (sigla che indicava una torpediniera della Imperial Regia Marina da guerra Austro-ungarica), mentre io porto in testa, sulle ventitré, un casco coloniale: un vero Capitan Fracassa, un miles (un soldato, anzi un nauta, marinaio) gloriosus (vanaglorioso).
Fu l’importanza strategica di Pola a indurre le autorità a prendere immediati provvedimenti per allontanare la quasi totalità degli abitanti: si trattò di una deportazione di massa che avvenne in condizioni di estrema precarietà in carri bestiame e senza nessuna libertà di movimento.
Per la maggior parte dei profughi l’esilio si protrasse sino al termine del conflitto. La città, che era il Porto principale della Marina da guerra austriaca, per esigenze belliche era diventata una “piazzaforte” dove avevano l’obbligo di rimanere i civili indispensabili alle esigenze militari, mentre era urgente allontanare i numerosi cittadini di sentimenti italiani e alleggerire il distretto di Pola da problemi di approvvigionamento (Cfr. “Un esilio che non ha pari”, a cura di Franco Cecotti).
Nonna è una figura che ha avuto grande rilievo nella mia vita, che ha influito sulla mia educazione, soprattutto nell’infanzia. È lei che ha insegnato a Enza e a me le preghiere, la bona creanza e le bele maniere.

Rimasta vedova nei primi anni venti del ‘900, tutti i giorni nonna andava al mercato, dove aveva un banco per la vendita della frutta e della verdura prodotte nel suo orto. Durante la sua assenza, la casa e i figli più piccoli erano affidati alle cure di Maria, che sarebbe diventata un giorno la vecia zota (zoppa), la bambinaia (oggi si direbbe la “baby sitter”) mia e di Enza.
Si recava al mercato col careto tirato dal muss (asino) e durante il percorso, quand’era in ritardo, agitando e tirando le redini gridava: ‹‹Gìe, Nino!›› , ma se l’animale indolente non obbediva subito ai comandi e non trottava di buona lena, per stimolarlo, lo pungolava con il bastone in un logo che no voio dir, ma che se pol imaginar.
Donna molto religiosa, quando noi eravamo piccoli, invece di raccontarci le novelle, come la nonna del Carducci, ci insegnava le preghiere che si concludevano immancabilmente con questa specie di litania:
Ama Dio e no falir (non peccare)
ama Dio e lassa dir…
ama Dio de bon cor
de bon cor de bona voce
ama Dio su la croce
su la croce la corona
ama Dio e la Madona
la Madona xe andada in ciel
ama Dio e San Micel…
Come dimenticare il fumo e l’intenso odore d’incenso, che, la sera della vigilia di Natale o di Pasqua, mentre eravamo tutti riuniti per la cena, si diffondevano nella cucina provenendo dal braciere, posto sotto la tavola apparecchiata, dopo che nonna, con un certo disappunto di papà, a cui quel fumo aromatico dava fastidio, recitando una breve preghiera, aveva sparso sulle bronze (sulla brace) alcuni granelli di incenso.
Dopo l’esodo da Pola, a Pulignàn (così era diventato per lei il nome di Polignano) tutte le mattine andava alla prima messa e a volte era lei a “spetar ch’el nonzolo (il sacrestano) vegnissi a verzer (venisse ad aprire) la porta de la cesa”.
Era il nume tutelare della famiglia, e spesso, come fa padron ‘Ntoni nei Malavoglia, di Giovanni Verga, ci ripeteva alcuni proverbi e modi di dire polesani:
- El sol magna le ore (era il preferito).
- Chi ga tempo, no speti tempo.
I due proverbi erano inviti a non perdere tempo inutilmente e a non rinviare al domani ciò che si poteva fare oggi.
- Ciàcole no fa frìtole!
( “Meno chiacchiere e più fatti”).
- Cicio no xe per barca.
Il ciccio (pastore dell’Istria interna) non è [adatto] per la barca. Era un giudizio negativo su di una persona, ritenuta incapace, o non adatta a svolgere un certo ruolo.
- La bote la dà el vin che la ga.
Non si può pretendere da una persona più di quel che può dare.
- Candelora, Candelora,
de l’inverno semo fora (siamo fuori)
ma se piovi e tira vento
de l’inverno semo drento (dentro).
- San Micèl (ricorrenza 29 settembre) porta la marenda in cel (quando le giornate si accorciavano), san Matìo (San Matteo, 14 maggio) la porta indrio (la riporta, quando le giornate si allungavano).
Era la merenda che si dava agli operai, nelle lunghe ore di lavoro nei campi.
Ritenendo di avere speciali doti di “guaritrice”, che le avrebbe trasmesso il padre, “nato co’ la camisa”, quando qualcuno di noi stava male, nonna gli faceva un segno di croce sulla parte dolente e recitava a bassa voce una litania incomprensibile, forse un’antica formula magica (che doveva restare segreta).
Ricordo che per un certo periodo nasava (annusava) tabacco da fiuto, tabaco de naso, che mi mandava a cronpar (a comprare) in apalto (nella rivendita di sale e tabacchi), prendendo dalla tabacchiera una preseta per volta, inspirando prima con una narice e poi con l’altra.
Nonna è morta nel 1972, a 96 anni, dopo una lunga malattia, accettata serenamente.
Da Come un gabbiano, Edizioni dal Sud, passim





Non avrei saputo dire meglio, caro Dino : ritratto veritiero e affettoso di una persona a noi carissima. E non perche’ nostra nonna,(che, essendo l’unica da noi conosciuta , condensava in se’ tutte le possibili ,care e inimitabili qualita’ “nonnesche”) ma perche’ insostituibile – persino da una mamma troppo giovane e troppo preoccupata.- Certo, ne parliamo a volte tra noi tra un sorriso e un cenno d’ intesa , ma leggere di lei su un giornale mi regala un’emozione che non immaginavo.Percio’ grazie; grazie a te … e al giornale .
Bella presentazione. Sono commossa. La rivedo e ricordo tutto di lei