Ecco la seconda e ultima parte dell’intrigante racconto del prof. Simone intorno al mito degli Argonauti e ai suoi fascinosi amanti: Giasone e Medea, alla ricerca del vello d’oro.
di Dino Simone
GLI ARGONAUTI (Seconda Parte)
Il libro III delle Argonautiche è il centro del poema, ma è soprattutto il libro di Medea, del suo innamoramento, dei suoi conflitti interiori e della sua decisione di aiutare Giasone a superare le terribili prove imposte dal re Eeta, suo padre.

Il primo incontro di Medea con Giasone e il suo turbamento amoroso sono descritti da Apollonio Rodio con immagini che richiamano Saffo (fr. 31):
Il cuore le cadde dal petto, le si annebbiarono
gli occhi, un caldo rossore le invase le guance:
non potè muovere le ginocchia, né avanti
né indietro; i piedi erano come inchiodati (Argonautiche III, 962-965).
Sarà poi Virgilio nell’Eneide a modellare l’episodio di Didone ed Enea su quello di Medea e Giasone. Si ispirerà ad Apollonio e a Virgilio anche Ovidio nelle Metamorfosi .
Obbligatorio è il confronto tra i tormenti notturni della Medea di Apollonio Rodio (combattuta tra l’amore per lo straniero e il desiderio di agevolarlo nella conquista del vello d’oro e la volontà di non tradire il padre Eeta) e quelli della Didone virgiliana, che si è innamorata di Enea e per lui decide di non rispettare il giuramento di fedeltà alla memoria del marito Sicheo.
Moltissime le analogie tra i due testi. Persino la notte tempestosa di Medea, combattuta tra l’amore per lo straniero e i suoi doveri è ripresa da Virgilio.
In Apollonio Rodio la quiete della natura circostante si oppone ai tormenti notturni di Medea:
La notte portava il buio sopra la terra; nel mare,
i naviganti guardavano all’Orsa e alle stelle di Orione,
desideravano il sonno il viandante e il guardiano…
[…]
Ma il sonno soave non prese Medea: molte ansie
la tenevano sveglia nel desiderio di Giasone (Argonautiche III, 744-752 passim).
Anche Virgilio riprende il conflitto fra la pace notturna del mondo e le sofferenze d’amore di Didone :
Era la notte, e in terra i corpi stanchi godevano il placido sonno
(Nox erat et placidum carpebant fessa soporem corpora),
e s’erano acquetati i boschi e il mare tempestoso…
[…]
Ma non la sventurata fenicia che mai s’abbandona al sonno,
o accoglie la notte negli occhi o nell’animo. (Virgilio, Eneide IV, 522-532 passim).
Eeta ha promesso a Giasone di dargli il vello da portare via a queste condizioni:
“La prova del tuo coraggio e della tua forza sarà una fatica,
di cui, per quanto tremenda, io vengo a capo con le mie braccia.
Due miei tori pascolano nella piana di Ares:
hanno piedi di bronzo e dalla bocca spirano fuoco;
io li aggiogo e li conduco attraverso il duro campo di Ares,
di quattro iugeri, e dopo averlo arato fino in fondo rapidamente,
getto nei solchi non il seme di grano, sacro a Demetra,
ma i denti di un serpente feroce che, una volta cresciuti,
prendono forma di uomini armati. E io li falcio,
li uccido con la mia lancia quando mi vengono addosso da tutte le parti.
Di buon mattino aggiogo i buoi e compio la mietitura
al tramonto. Se tu sei capace di compiere questo,
lo stesso giorno potrai portare al tuo re il vello d’oro;
ma prima non te lo darò, non sperarlo” (Arg. III, 407-420 e segg.).
Giasone riuscirà nell’impresa grazie ai filtri magici di Medea e ai suoi suggerimenti: ungere con il filtro (pharmakòn) non solo il suo corpo che avrà una forza infinita e un vigore possente, ma anche le sue armi (lancia, scudo e spada); poi, quando dai denti di drago nasceranno gli armati, dovrà nel buio, di nascosto, gettare una grossa pietra attorno alla quale i giganti si lanceranno e si uccideranno l’un l’altro.
Seguendo tutti i consigli di Medea l’eroe riuscì ad aggiogare i tori, a tracciare i solchi e ad avere la meglio su tutti i guerrieri che spuntavano dal terreno.

Sapendo che Eeta non manterrà la parola, Giasone e Medea, di loro iniziativa, vanno nel bosco sacro a cercare la quercia dove è appeso il vello. Il drago che lo custodiva, nel vederli , tendeva verso di loro il collo lunghissimo e soffiava terribilmente, facendo risuonare la sconfinata foresta. Il serpente, stregato dagli incantesimi di Medea, scioglieva le lunghe spire, ma teneva alzata l’orribile testa. Allora Medea lo addormentò, usando un filtro possente e pronunciando formule magiche, e Giasone staccò dalla quercia il vello d’oro. Alzandolo nelle sue mani, l’eroe gioiva come un adolescente. Lo portava ora sulla spalla sinistra, lasciandolo pendere fino ai piedi, ora lo raccoglieva tra le mani, temendo che glielo rubassero.

Lasciato precipitosamente il bosco, Giasone e Medea salgono sulla nave e salpano inseguiti dai Colchi, che avevano scoperto tutto, numerosi come uno stormo di uccelli. Poiché i Colchi erano riusciti a tagliare le vie di fuga, in un’isola sacra ad Artemide Giasone e Medea ordiscono contro Absirto, fratello di lei, un inganno: lo attirano con dei doni e false promesse per ucciderlo. L’unica legge che Medea conosce è quella di Eros, una forza che la possiede e che la fa arrivare al tradimento del padre e all’uccisione del fratello.
Quando Giasone colpisce Absirto, come fa il macellaio con un toro dalle ampie corna, Medea si copre il volto in un gesto ipocrita; ma prima di morire il fratello raccoglie il suo stesso sangue e macchia di rosso il candido velo e il peplo di Medea: l’atto è quasi un rito di iniziazione che farà diventare la maga una portatrice di morte per il resto della sua vita.
Alla saga degli Argonauti è legata, secondo la leggenda, la fondazione di Pola, la mia città natale. Callimaco, poeta contemporaneo di Apollonio, in un frammento degli Aitia (Le Cause, Le Origini, la sua opera principale a noi giunta purtroppo lacunosa), ripreso da Strabone, geografo greco di età augustea, dice:
Gli uni sullo stretto d’Illiria i remi posando
presso il sasso della bionda … Armonia
costruirono un borgo, che “ dei fuggiaschi” direbbe
un Greco, ma la loro lingua “Pola” chiamò. (fr. 11)

Si tratta probabilmente del gruppo di Colchi che avevano risalito l’Istro. Apollonio Rodio (IV, 507), precisa che, dopo l’assassinio di Absirto, impediti nell’inseguimento da un temporale scatenato da Era e terrorizzati all’idea di tornare da Eeta, senza aver fermato Giasone, stabiliscono delle colonie nella regione che dal fiume Istro (Danubio), che si credeva avesse una seconda foce nell’Alto Adriatico, fu chiamata Istria o Histria.
Altri due eventii straordinari attendono gli Argonauti: l’attraversamento del deserto e l’episodio di Talos (IV, 1638-1688, passim).
Una tempesta spinge la nave Argo verso le coste della Libia e la fa insabbiare nella Sirte. Gli eroi sono costretti a trasportare a spalla tutti insieme l’imbarcazione attraverso il deserto fino al lago Tritonide, dove può riprendere la navigazione.
Gli Argonauti arrivano poi a Creta e vogliono sbarcare, ma Talos, il gigante di bronzo, che Zeus aveva donato ad Europa affinché impedisse a chiunque di approdare nell’isola, percorrendola tre volte al giorno e scagliando pietre da una roccia, non permette loro di gettare a terra le gomene. Tuttavia Talos ha il suo punto debole in una vena posta alla caviglia, coperta da una sottile membrana, sede della vita. I compagni di Giasone spaventati si allontanano dalla riva a forza di remi, ma è Medea a spronarli, a dar loro coraggio: invoca le Chere (le Parche), usa i suoi incantesimi, “ammalia con occhi nemici gli occhi dell’uomo di bronzo” e riesce con i suoi sortilegi a far sì che le vena si rompa e Talos muoia:
E Talos, pur essendo di bronzo, cedette al potere
di Medea, signora dei filtri (polyfhàrmacos). Mentre alzava rocce pesanti
per bloccare l’approdo, urtò la caviglia
su uno spunzone di pietra e colò il sangue,
simile a piombo fuso. Non fu più capace
di reggersi in piedi sullo scoglio sporgente.
Come un grandissimo pino in alto sui monti,
che i taglialegna hanno lasciato reciso
a metà dalle scuri affilate, scendendo dalla foresta,
e nella notte dapprima i venti lo scuotono,
poi si stacca dal ceppo e precipita, così per poco
Talos restò barcollante sui piedi infaticabili,
poi crollò senza forze con un immenso frastuono (apeìroni doupōi) (IV, 1676 e segg. ).
Il gigante Talos è raffigurato in un cratere attico del V secolo, conservato nel Museo Nazionale Jatta di Ruvo.


Nel viaggio di ritorno gli Argonauti seguirono un itinerario diverso rispetto all’andata: risalirono il Danubio, il Po, il Rodano, percorsero il Mare Mediterraneo e infine, dopo tante traversie, arrivarono nel porto da cui erano salpati.
Il poema di Apollonio Rodio, scritto quando ormai lo spirito dell’epica classica era tramontato, ha come modello l’Odissea omerica di cui riprende i grandi temi: il viaggio per mare, l’amore, le avventure, la presenza di personaggi straordinari come maghe e giganti.
Però, a differenza dell’Odissea, la struttura del poema ha un carattere chiuso e circolare: il punto di partenza e la meta del viaggio coincidono. Il protagonista è un anti-eroe, inquieto e angosciato e gli Argonauti compiono un’impresa per la quale non si sentono motivati, così che il loro vero obiettivo è tornare in Grecia.
È proprio l’amekanìa, l’incertezza e la mancanza di motivazioni, a dominare buona parte del poema e a costituire il primo motivo di distacco dal modello omerico. Per quanto riguarda il personaggio di Medea si è parlato di due Medee: da un lato la fanciulla teneramente innamorata e dall’altra la maga determinata e violenta che appare in tanti episodi. In realtà il carattere di Medea è unitario: quando la fase attiva della passione sta per esaurirsi si ingigantiscono i suoi atteggiamenti negativi.
***
Il mito degli Argonauti è raccontato anche nella prima parte del libro VII delle Metamorfosi da Ovidio, che, dopo pochi versi dedicati alla partenza della nave Argo e al viaggio, entra in medias res, all’arrivo nella Colchide, e focalizza il suo interesse sul personaggio di Medea, in cui nasce subito l’amore per lo straniero e il proposito di aiutarlo con le sue arti magiche a superare le ardue prove che il re Eeta gli impone, a patto che egli le dia garanzie. Ma il suo animo tentenna, scrupoli e dubbi vi si alternano. Aiutare lo straniero e tradire i suoi? Dopo una notte insonne ha deciso e si vede già la sposa di Giasone.

Il modello di Ovidio è ovviamente Apollonio Rodio.
[Giunti nella Colchide, dopo tante avventure e tanti pericoli]
quando [gli Argonauti ]si rivolgono al re per ottenere il vello di Frisso,
vien loro imposto d’affrontare l’onere di prove spaventose.
Fu allora che un gran fuoco divampò nella figlia di Eèta, il re:
a lungo lei cercò di contrastarlo, ma quando con la ragione
vide di non poterne vincere la furia: “Invano ti ribelli,
Medea, certo, un dio deve opporsi; se ciò che chiamano amore
questo non fosse, o qualcosa di simile, stupita ne sarei.
Perché mai troverei così duri gli ordini di mio padre allora?
E duri lo sono davvero! Perché mai temo che muoia un uomo
incontrato in questo istante? Quale la causa di tanto timore?
Scaccia dal tuo petto di vergine la fiamma che vi infuria,
se ci riesci, infelice! Se ci riuscissi, sarei più saggia.
Ma un impulso inaudito mio malgrado mi trascina; la passione
mi consiglia una cosa, la mente un’altra. Vedo il bene, l’approvo,
e seguo il male. Perché, principessa, bruci per uno straniero
e fantastichi nozze con chi non appartiene al tuo mondo?”.
Seguendo Apollonio, Ovidio racconta diffusamente il superamento delle prove da parte di Giasone, grazie a Medea, donna innamorata ma anche maga, la conquista del vello d’oro e la fuga dei due.

Il mattino dopo, quando l’aurora scaccia le stelle lucenti,
tutta la gente affluisce verso il sacro campo di Marte,
disponendosi sulle alture. Il re in persona, vestito di porpora,
s’asside in mezzo alla sua scorta, unico con lo scettro d’avorio.
Ed ecco i tori dai piedi di bronzo! Dalle narici d’acciaio
sprigionano fuoco e l’erba sfiorata dai vapori brucia:
come rombano i camini colmi di legna
o le fornaci della terra, quando sotto un getto
d’acqua fresca la lava fonde e comincia a bollire,
così rombano quei petti dentro i quali turbinano le fiamme,
rombano quelle gole arroventate. Ma il figlio di Esone
non teme d’affrontarli: quelli minacciosi, mentre avanza, contro
gli rivolgono i loro musi orrendi, le corna armate di ferro,
battono col piede forcuto il suolo polveroso
e frammisti a fumo riempiono il luogo di muggiti.
Gelano di paura i Minii. Lui, senza avvertire le vampate
che lo investono (tanto possono quei farmaci), si accosta,
con mano audace accarezza le giogaie afflosciate,
li spinge sotto il giogo e li costringe a trascinare il peso enorme
dell’aratro per fendere quel campo che ignorava il vomere.
I Colchi sono sbalorditi, i Minii con grandi grida lo incitano,
gli infondono coraggio. E lui allora da un elmo di bronzo
prende denti di serpente e li sparge nei solchi del campo.
La terra stempera quei semi impregnati di potente veleno
e i denti fecondati crescono formando nuovi corpi.
[…]
Generate dalle viscere della terra ingravidata,
figure d’uomini vengono partorite spuntando dal campo
e, per prodigio maggiore, nascono armate e scuotono le armi.
Quando i Pelasgi vedono che questi esseri si accingono
a scagliare contro il giovane d’Emonia le lance acuminate,
per la paura si perdono d’animo e sbiancano in volto.
Persino lei che l’aveva reso invulnerabile si spaventa
e nel vederlo tutto solo, minacciato da tanti nemici,
impallidisce e, presa da un gelo improvviso, è costretta a sedersi;
poi nel timore che le erbe fornite fossero poco efficaci,
recita ancora una formula e ricorre alle sue arti segrete.
Ma lui, scagliando in mezzo ai nemici un macigno enorme,
storna da sé la battaglia e la fa divampare fra loro:
per ferite reciproche muoiono i figli della Terra,
cadendo in una lotta fratricida. Esultanti gli Achei
si stringono al vincitore e fanno a gara per abbracciarlo.
Non restava che addormentare con un filtro il drago insonne,
il drago che irto di creste, con tre lingue e denti adunchi,
era l’orrendo custode dell’albero su cui splendeva il vello.
Dopo averlo spruzzato col succo di un’erba soporifera
e aver ripetuto tre volte la formula che immerge nel sonno,
quella che placa il mare in burrasca e la violenza dei fiumi,
il sonno scese finalmente su quegli occhi che n’erano indenni,
e di quella preda e dell’altra che portava con sé, la sua tutrice;
così con la sua sposa toccò trionfante il porto a Iolco (vv 1-158, passim).

Nella seconda parte del libro Medea è soltanto la maga, che con poteri diabolici ringiovanisce Esone, padre di Giasone, e fa morire Pelia. Eccola all’opera:
E lei, Medea, con i capelli al vento,
come una Baccante, gira intorno agli altari che fiammeggiano
immerge torce di sterpi nel sangue nero delle fosse
e, così intrise, le accende al fuoco degli altari tre volte
purifica il vecchio con la fiamma, tre con l’acqua, tre con lo zolfo (vv. 257-261).

Ovidio descrive minuziosamente le varie fasi del rito magico e la preparazione di un intruglio da parte di Medea, che poi con la spada recide la gola a Esone e, dopo aver fatto uscire il sangue viziato, lo sostituisce con il suo filtro. Quando se n’è imbevuto lentamente Esone ringiovanisce e il suo aspetto rifiorisce.
Invece per eliminare il re Pelia, Medea fa credere alle figlie di volerlo ringiovanire come ha fatto con Esone, lo fa a pezzi e lo mette a cuocere in un calderone.
Innamoramento e vendetta: questi due aspetti della storia di Medea, presenti anche in Apollonio, ma Ovidio dà loro uno sviluppo maggiore.
Medea è qui anche la madre che uccide i suoi figli per vendicarsi del marito, che l’ha tradita e abbandonata, e che poi si sottrae alla vendetta di Giasone salendo sul carro del Sole, tirato da draghi, e trova ospitalità ad Atene, dove l’accoglie Egeo che a lei si unisce in matrimonio.
Ovidio è andato oltre Apollonio e ha ripreso l’argomento dell’omonima tragedia di Euripide, chiudendo il ciclo del mito di Medea.
(fine)





