I Saturnali erano la festa più popolare dei Romani: celebravano il regno di Saturno e la mitica età dell’oro, in cui gli uomini avevano goduto i beni della pace, dell’uguaglianza sociale e della comunione dei beni. Ecco un affresco tracciato dal prof. Dino Simone di quella importante festività, paragonabile al nostro periodo natalizio per lo scambio di doni.
di Dionisio (Dino) Simone

In epoca imperiale si svolgevano dal 17 al 23 dicembre e, in un certo senso, si potrebbero paragonare alle nostre festività di Natale e Capodanno.
In questi giorni si sospendevano le operazioni militari, il lavoro, l’amministrazione della giustizia, la scuola, si assisteva a pubblici spettacoli e gli schiavi sedevano a tavola con i padroni.
Al mattino del primo giorno, il dies festus, si faceva un solenne sacrificio nel tempio di Saturno, a cui seguiva un grande banchetto comune.
I partecipanti usavano scambiarsi l’augurio iò Saturnalia, accompagnato da piccoli doni simbolici, a seconda delle possibilità di ciascuno. I ricchi donavano oggetti d’oro, piatti d’argento e altri oggetti di valore, i poveri candele di cera, bambole di pasta, statuette di argilla e vari prodotti alimentari.
Per la festa dei Saturnali il poeta Marziale ha scritto due libri di epigrammi: il XIII, intitolato Xenia (“doni ospitali”), bigliettini per accompagnare i doni, soprattutto cibi e bevande, che familiari e amici si scambiavano, e il XIV, Apophorèta (“doni da portare via”), quasi delle etichette che venivano apposte ai doni molto vari – coppe d’oro, tavolette per scrivere, dadi, cinturoni, pettini, berretti di pelo, zampogne – estratti a sorte per i convitati.

Ecco una breve scelta.
Da Xenia, XIII:
Fava
Se nella tua rossa pentola spumeggiassero le pallide fave, tu potresti spesso rifiutare l’invito a pranzo dei signori.
Rape
Queste rape che ti doniamo e che amano il freddo dell’inverno, suole mangiarle Romolo in cielo.
Porri da tagliare a fette
Sono fettine di porro tarentino dall’odore pestilenziale: ogni volta che le mangi, bacia a labbra chiuse
Cipolle
Se tua moglie è vecchia e non hai più forza nelle membra, non ti resta che saziarti di cipolle (erano considerate cibo afrodisiaco)
Beccaccini
Se io sono un beccaccino o una pernice, che importanza ha, se il gusto è lo stesso? La pernice è più costosa, dunque ha più sapore.
Da Apophorèta, XIV
Tavolette per scrivere vitelliane
La fanciulla non le ha ancora lette ma sa già che cosa vogliono le tavolette vitelline.
(piccole ed eleganti, venivano spesso usate per messaggi amorosi)
Tintura per capelli
Se, ormai imbiancata, pensi di tingerti i capelli carichi di anni, accetta questi saponi rotondi di Mazziaco: a che pro diventare calva? (Invece di tingerli, talvolta le donne preferivano strapparsi i capelli).
Lucerna per la camera da letto
Sono una lucerna complice dei piaceri del tuo letto: qualunque cosa tu voglia fare, puoi farla. Io non parlerò.
Dentifricio
Che cosa hai da spartire con me? Mi prenda una ragazza: di solito non pulisco denti finti.
Molto interessante è l’epigramma con cui Marziale ci informa dei doni che riceveva dai suoi clienti ai Saturnali un modesto avvocato (causidico):
I Saturnali hanno arricchito Sabello: a buon diritto Sabello è superbo e crede ed afferma che non c’è nessuno tra gli avvocati più fortunato di lui. Ecco le cose che rendono superbo e fiero Sabello: mezzo moggio di farro e di fave macinate, tre mezze libre d’incenso e di pepe, una salsiccia di Lucania accompagnata da un ventre di porco falisco, un’anfora siria di nero mosto cotto, una gelatina di fichi in un vaso libico, delle cipolle, delle lumache e del formaggio. Da un cliente piceno gli è arrivato anche un piccolo cesto con poche olive e un servizio di sette coppe cesellate a Sagunto dalla rozza arte di un vasaio, lavoro d’argilla di un tornio spagnolo, e un tovagliolo adorno di una larga striscia di porpora. In dieci anni Sabello non ha avuto Saturnali più redditizi. (Marziale, Epigrammi, IV, 46, a cura di Giuseppe Norcio, Utet).

Questa di Marziale è certo una malvagia caricatura, ma dietro la caricatura di Sabello, uno dei più cialtroni, noi intravediamo il piccolo causidico di Roma che attende i Saturnali e i clienti con i doni; e i miseri doni che riceve gli servono soprattutto a darsi delle arie.
Anche Giovenale elenca i doni di un causidico, in una lista a cui quella di Marziale non ha molto da invidiare:
Quanto ti pagheranno la tua voce? Un prosciuttino smilzo e un vasetto di tonno giovane (in salamoia), o vecchie cipolle, razione mensile di Mauri, o un vino arrivato sul Tevere (cioè dalla Toscana, assai poco pregiato rispetto ai vini campani), ma per non più di cinque fiaschi. (Giovenale, Satire, 7, a cura di E. Barelli, BUR, vv. 119-121).
C’era poco da stare allegri. Nell’età imperiale, accanto ai grandi avvocati, a Roma cominciavano a pullulare certi patrocinatori da strapazzo, a disposizione di tutti, detti “causidici”, che tiravano avanti nutrendosi di briciole, prestando umili servigi a umili clienti.
Avevano, i più, la loro clientela di poveracci, che li pagavano male; e solo quando ricorreva la festa dei Saturnali. Alla fine della causa, a stento riuscivano a mettere insieme quello che dice Giovenale. Se un avvocato voleva farsi valere, doveva mantenere un alto tenore di vita e spendere cifre enormi in un lusso tutto esteriore.
In occasione dei festeggiamenti dei Saturnali era sovvertito l’ordine sociale: in un mondo alla rovescia gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi e comportarsi di conseguenza.
Durante i grandi banchetti che venivano organizzati gli schiavi mangiavano insieme con i loro padroni e talvolta venivano serviti da questi. In quest’ottica di trasgressione e di rovesciamento, a loro volta i liberi si atteggiavano a schiavi, mettendosi il pìleum, il berretto degli schiavi affrancati. Veniva estratto a sorte una specie di re da burla, il princeps saturnalicius, a cui era concesso ogni potere.
Tuttavia la connotazione religiosa della festa prevaleva su quella sociale e di “classe”. Il “princeps” era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti, tra i quali spiccava il rosso (colore degli dèi).
Poichè ci presentano un mondo sottosopra, le usanze dei Saturnali richiamano anche la licenza tipica del moderno carnevale.
A causa degli eccessi che accompagnavano la festa, c’era chi preferiva ritirarsi a conversare con gli amici, come ci racconta Macrobio, grammatico ed erudito latino del sec. IV-V sec. d.C. La sua opera, Saturnalia, è una miscellanea enciclopedica, in cui sono riportati i colloqui che si immagina fossero avvenuti fra i dotti riuniti a banchetto, dalla vigilia alla fine delle feste in onore di Saturno, nel 384 d. C.
Bibliografia e sitografia consultata:
U.E. Paoli, Vita Romana, Oscar Studio Mondadori (passim)
VV., Dizionario della civiltà classica, BUR, s.v. “Saturnali”
Marziale, Epigrammi, a cura di Giuseppe Norcio, Utet.
Giovenale, Satire, a cura di E. Barelli, BUR




