Su “IL CUOIO E LA POLVERE” di Maria Rosaria Ambrogio: quando l’approfondimento è un confronto che ci interroga.
di Marilina Sepe
Le Amazzoni “gridano” la loro storia. Con questo lavoro “Il Cuoio e la Polvere” (GB EditoriA. Pagg. 149. € 13,00) Maria Rosaria Ambrogio ci propone un diverso modo di approcciarci alla lettura della Storia.

Procedendo alla visitazione del mito delle Amazzoni, ci pone di fronte al dilemma se sia possibile un’unica narrazione della storia o se, invece, quella che viene raccontata e che resiste ai secoli, non possa essere che una versione, legata alla funzione sociale della narrazione storicamente privilegiata. L’autrice cede la parola alle Amazzoni che parlano in prima persona:
Libera il tuo grido
Il primo insegnamento delle Amazzoni
Siamo tuono che scaturisce dalla terra.
Attraverso il confronto tra le due amazzoni Protoe e Pentesilea, che qui trovano la propria dimensione di voce, corpi, spazi e silenzi, la Ambrogio rivisita il mito restituendogli la potenza dirompente esercitata nell’antica Grecia da donne guerriere, coraggiose, autonome, seminomadi, in una parola, diverse dai modelli imperanti.
La città greca era formata da cittadini e da uomini; la “culla della civiltà”, che orienterà le democrazie moderne, si basava sulla estromissione dalla polis delle donne, degli stranieri e degli schiavi.
Facevano paura donne dotate di ingegno, libere nei rapporti e negli spazi in quanto svincolate tanto dal ruolo procreativo, quanto dallo spazio chiuso. Facevano paura le donne paritarie.
Resteremo sempre le donne che non vivono tra quattro mura
che non sanno tessere.
Le donne che non attendono un cenno per parlare
che non conoscono paura.
libere.
le donne su cui i Greci vogliono tramandarsi vincitori perché mai saremo le loro donne.
La narrazione tramandata, fissata nel linguaggio scritto e sancita anche nell’iconografia, ne ha deturpato ogni significato riducendo le Amazzoni a devianza, a stereotipi, a mostri.
Il loro nome non viene fatto derivare da “donne robuste”, forti, ma da “prive di”. Il Mito nella lettura greca ce le consegna infatti prive di un seno e, pertanto, mancanti di femminilità. Il loro rifiuto di adeguarsi ai canoni che le volevano inferiori agli uomini, viene marchiato nei loro corpi come mancanza di femminilità.
L’autrice ci accompagna in una rivisitazione del mito che parla attraverso le due voci narranti che si raccontano e ci raccontano. Attraverso loro conosciamo i silenzi, l’ascolto, le parole giuste, senza colpi o sguardi sprecati (Di lama e di punta, anche nello sguardo/Salde nei silenzi, come chi ha già annusato la morte.), gli spazi aperti, la comunità (A centinaia calzari di donne/A centinaia, ferite ricucite e cicatrici sorelle…)
La Ambrogio, da archeologa, visita e scava in un mondo che ha i suoi specifici rapporti, la sua socialità. Leggiamo la solidarietà fra donne, la “sorellanza”, conosciamo, come la stessa autrice afferma, ” un mondo matriarcale, paritario, fluido, non giudicante e non costringente, pacifico. Non antropocentrico, non dominante sulla natura e sugli animali. Quella Storia estromessa che ha tracciato segni e non scritture, che riflette un abitare il mondo in ascolto. “
Maria Rosaria Ambrogio ricostruisce quel mondo stratificando ogni passaggio e consentendo la lettura del libro a vari livelli e con vari linguaggi. Ascoltiamo Protoe e Pentesilea, forti di grandi sentimenti, alternarsi con voci asciutte o liriche, con accenti di una, a volte, inaspettata semplicità, garbo, riserbo che donano fluidità e leggerezza (nel senso calviniano del termine) al racconto. Seguiamo le amazzoni attraverso i disegni di Maddalena Modugno, sentiamo gli odori del cuoio e della polvere nei campi allestiti (A nessuno appartenere./Femmina. Nasci, ma il destino lancia sempre un punteggio più alto./Presto l’odore della madre incontra il cuoio e la polvere.).
Maria Rosaria Ambrogio ci presenta delle donne che fanno comunità (Così abili nello stringere nodi. E compagnia), donne che conoscono la guerra, (A muscoli tesi, in guardia sempre./Pronte di scudo. E a schivare./Ogni slancio è un assalto./Un grido nel corpo.) impetuose tanto nel grido quanto nella furia, (come l’autrice stessa afferma) che reagiscono con la possanza dei corpi e respingono ai millenari mittenti ogni narrazione unica e dominante.
Donne che condividono emozioni, rabbia e, come giustamente sottolinea Rosy Paparella nella prefazione al libro, la rabbia delle donne che fanno comunità ha fatto e farà sempre paura. Dice la Ambrogio “È nel rogo di “eccentriche” ed “eccentrici” che il genere umano manifesta il sentimento che reagisce al non-convenzionale: la paura.”
– Rinascerai – mi dici
– Nel fuoco – riesco a dirti
Maria Rosaria Ambrogio è nata a Roma. Si è laureata in lettere all’università La Sapienza dove ha esercitato la libera professione di archeologa. Vive a Bari. Con Kogoi Edizioni ha pubblicato: “Un patto tra voci femminili: Artemisia di Anna Banti”.






Interessante il tuo libro. Ciao