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“IL GIORNO DEL RICORDO”: LA TRAGEDIA DELLE FOIBE E DELL’ESODO DI DALMATI E ISTRIANI

data:

Le foibe e l’esodo dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia: una storia per tanti anni rimossa nei ricordi e nella ricostruzione del prof. Dionisio (Dino) Simone.

di Dino Simone

PER NON DIMENTICARE

   Il “Giorno del Ricordo”, regolamentato dalla legge 30 marzo 2004, n. 92, mira a “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

   La data è stata scelta perché il 10 febbraio 1947 fu firmato il trattato di pace che assegnava l’Istria e buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia.

   Nel comma 2 dell’Art. 1 la legge stabilisce tra l’altro che “Nella giornata […] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende”.

   Per capire a fondo il fenomeno delle foibe e dell’esodo istriano bisogna tener conto che la  situazione storico-politica dell’Istria è sempre stata molto complessa, in quanto regione di confine, multietnica e multiculturale, e insieme inserire il problema in un quadro molto più ampio, che tenga conto della politica nazionalista del ventennio fascista.

   « Stupisce che le foibe e l’esodo istriano, temi spinosi quanto complessi, siano tutto sommato ancora poco noti. Fatti avvolti per decenni da un fitto cono d’ombra e intorno ai quali si è sviluppata una narrazione pubblica decontestualizzata e senza filtri, spesso intrisa di luoghi comuni e definizioni approssimative.

   Collocare gli eventi nel contesto in cui si snodano è un’operazione essenziale per analizzare ogni processo storico. Lo è ancora di più per comprendere quanto avvenuto al confine orientale d’Italia, territorio segnato da tensioni e conflitti, dove si intrecciano irredentismi e nazionalismi, fascismo di confine, occupazione tedesca e comunismo jugoslavo.» (da E. Miletto, Novecento di confine. L’Istria, le foibe, l’esodo, 2020).

   Condivido l’impostazione data al problema da Enrico Miletto, uno degli storici più accreditati sulle foibe e sull’esodo istriano, nel suo recentissimo libro, che inserisce questi temi nelle vicende che si sono verificate nel corso del Novecento nell’area dell’Alto Adriatico.

L’Istria italiana (sino al 1947)

L’Istria oggi, divisa tra Slovenia e Croazia

   Date queste premesse la mia non è, e non potrebbe essere per ovvie ragioni, una ricostruzione imparziale, rigorosamente storica, ma il racconto dei fatti secondo un “punto di vista” personale, con lo scopo di conservare il ricordo di quei tragici eventi legati alla mia infanzia, ma in fondo a tutta la mia vita, perché sono stati così traumatici che non si possono dimenticare e che ci restano dentro per sempre.

   Anche se non ho un’esperienza diretta delle foibe perché, per fortuna, nessuno dei nostri parenti, amici o conoscenti è stato infoibato, fin da piccolo ho sentito raccontare in famiglia storie terribili sull’argomento, simili a quelle che poi ho letto nei libri di storia.

    Le foibe (“foiba” dal latino fovea, fossa, pozzo) sono profondi crepacci e voragini carsiche dell’Istria, simili alle “gravine” e agli “inghiottitoi” delle Murge, dove fra il 1943 e il 1945, e anche dopo, furono gettate le vittime degli eccidi compiuti dai partigiani jugoslavi, circa ventimila infelici, anche se il numero è piuttosto controverso, perché i negazionisti e i revisionisti lo riducono sensibilmente, sostenendo che non si trattò di una pianificazione, di una pulizia etnica, ma di episodi locali e circoscritti.

   Bisogna precisare che comunemente, per spiegare l’alto numero delle vittime in rapporto a quello dei corpi recuperati dalle cavità del Carso, si usa il termine “foibe” anche come sinonimo di deportazione, di scomparsa di persone di cui non si è saputo più nulla, di morti avvenute per stenti o torture, in campi di detenzione o durante le lunghe “marce della morte”. Per esempio a Zara, dove non esistevano foibe, si preferiva gettare le vittime in mare con una pietra al collo.

    La tragedia delle foibe in Istria si svolse in due tempi.

   Una prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Per oltre un mese, sino all’arrivo delle truppe tedesche, i partigiani slavi, con la collaborazione di elementi locali, arrestano, torturano, massacrano e poi  gettano nelle foibe circa un migliaio di persone: esponenti locali del partito fascista, proprietari terrieri (“i padroni fascisti”), insegnanti, vigili urbani, militari e appartenenti alle forze dell’ordine, impiegati statali e semplici cittadini, che avevano l’unica colpa di non essere comunisti. I malcapitati, con i polsi legati dietro la schiena con filo di ferro, uniti gli uni agli altri, erano scaraventati nelle foibe, spesso ancora vivi: veniva ucciso il primo della fila che trascinava nella caduta tutti gli altri.

Imboccatura di una foiba

   La seconda fase, che è quella più cruenta, avviene nella primavera del 1945 e continua anche a guerra finita, quando le truppe jugoslave occupano Trieste, Gorizia e l’Istria (la Dalmazia l’avevano già occupata alla fine del ’44).  I titini si scatenano soprattutto contro la popolazione italiana. Vengono infoibati, oltre agli ex-fascisti e ai loro famigliari, anche membri del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cattolici, socialisti e liberal-democratici contrari all’ annessione  dell’Istria  alla Jugoslavia, molti uomini di chiesa, donne, anziani, bambini. È un massacro che testimonia l’odio politico-ideologico e si configura come pulizia etnica voluta da Tito, per eliminare gli italiani, ma anche croati e sloveni non comunisti, i “collaborazionisti”, e in generale tutti coloro che rappresentavano le pubbliche istituzioni, dalle forze dell’ordine ai funzionari della questura e della prefettura, ai segretari comunali.  a guardie di finanza e carabinieri.

   A finire nelle foibe erano i cosiddetti “nemici del popolo”, tutte quelle categorie di persone che, non accettando il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia, mai si sarebbero adattate a vivere sotto un regime oppressivo come quello jugoslavo.

   Le foibe (in precedenza utilizzate come discariche dai contadini sloveni e croati, che, tra gli altri rifiuti, vi gettavano le carcasse degli animali) non vennero scelte a caso come luogo per lo sterminio degli italiani: scaraventare gli italiani nelle voragini significava mostrare loro tutto il disprezzo possibile. Particolare da non trascurare, le foibe, di cui è particolarmente ricco l’interno dell’Istria, rappresentavano delle comode fosse comuni per far scomparire i cadaveri.

   Per noi istriani la liberazione dal nazifascismo non avvenne il 25 Aprile. Furono altri i “liberatori”: i drusi, i partigiani comunisti di Tito, con le tragiche conseguenze che sappiamo.

   Nella sua storia millenaria Pola è stata “liberata” tante volte.

5 novembre 1918 – Gli Arditi italiani entrano a Pola

In particolare nel 1918, alla fine della Prima guerra mondiale, dopo la sconfitta dell’Impero Austro-ungarico, fu liberata dalle truppe italiane e restituita alla madrepatria  con Trento e Trieste. La  foto  riportata  viene  considerata “l’immagine storica della Redenzione”.

    Nel 1945 furono altri i “liberatori” della nostra martoriata città. Questa volta è una unità dell’Armata popolare jugoslava (il Battaglione Pino Budicin) che fa il suo ingresso trionfale a Pola,  sventolando il tricolore con la stella rossa.

   Infatti i primi di maggio, mentre i tedeschi si ritiravano dall’Istria, le truppe titine, partite da Fiume, entrarono a Pola intonando la famosa canzone partigiana slava “Druže Tito, ljubičice bijela…”, l’equivalente della nostra “Bella ciao”.

    In seguito agli accordi Tito-Alexander (Comandante delle truppe Alleate), la città avrebbe dovuto essere evacuata subito dai soldati jugoslavi e i prigionieri politici liberati, ma per un mese non fu così e coloro che si arresero, tra cui molti componenti della della X Mas, furono passati per le armi.

6 maggio 1945 – Le truppe jugoslave sfilano davanti all’Arena

   Quando i drusi scesero a Pola da Montegrande, passando vicino alla nostra campagna (per la strada che oggi si chiama Viale dei Partigiani, Partizanski Put), furono accolti festosamente da una parte della popolazione. Mi è rimasto impresso un grande murale che raffigurava due partigiani comunisti, uno titino, l’altro italiano, che si abbracciavano fraternamente, con le bandiere jugoslava e italiana (con la stella rossa) sullo sfondo.

   Mentre l’esercito jugoslavo aveva occupato tutta l’Istria, Pola fu amministrata per due anni dal 1945 al 1947 da un governo militare Alleato, in attesa che il trattato di pace decidesse le sorti della città,

 

   A Vergarolla, una località balneare all’interno del Porto di Pola,  è legato un ricordo per me indelebile. Era il 18 agosto del 1946 e sulla spiaggia ci fu un attentato che causò la morte di tante persone (64 solo i corpi identificati), oltre a un centinaio di feriti.

   È la prima e più grave strage dell’Italia repubblicana,  dovuta all’esplosione di una trentina di bombe di profondità, abbandonate dai tedeschi e lasciate incustodite sull’arenile una volta disinnescate, a cui qualcuno aveva rimesso i detonatori. Lo scoppio non fu dunque fortuito, come in un primo momento si volle far credere, ma provocato a distanza da chi aveva collegato i vari ordigni con micce.

   Mi trovavo anch’io con mia sorella Enza a Vergarolla, in quello che doveva essere un giorno di festa, perché vi erano state organizzate delle gare di canottaggio in occasione dell’anniversario della “Pietas Julia”, la società nautica cittadina, di chiaro orientamento patriottico filo-italiano. Noi ci salvammo perché, al momento dell’esplosione, eravamo in barca, piuttosto lontani dalla spiaggia gremita di gente.

   Improvvisamente, verso le due del pomeriggio, si sentì un boato spaventoso e una densa nuvola di fumo nero si levò alta nel cielo. La linea di costa, ricca di insenature, di rientranze e di sporgenze non ci permetteva subito di scorgere nulla, ma, quando fummo vicini a Vergarolla, ci colpì il grande movimento di persone e di ambulanze all’interno dello stabilimento balneare.

   Con l’aiuto dello zio Mario, che faceva parte della polizia alleata come interprete, papà e mamma, informati dell’accaduto, fecero il giro di tutti gli ospedali della città alla nostra ricerca, senza trovarci. Gli amici ci avevano portato a casa loro e solo alla fine della giornata, quando la situazione nella città si era un po’ normalizzata, ci accompagnarono dai nostri genitori.

   Oggi c’è un cippo nel giardino del Duomo. Solo un nome e una data: non c’è niente che racconti, che spieghi a chi passa, a chi si ferma. Nessun riferimento alla strage, nessun elenco dei morti, anche se da qualche anno il 18 agosto l’episodio viene ricordato dalle associazioni degli esuli polesani e dai “rimasti” della minoranza italiana, in segno di riconciliazione.

   In un recente viaggio a Pola mi ha colpito il fatto che non c’era neanche un fiore davanti alla lapide, neanche un filo d’erba nel giardinetto.

   Accanto alla stele è stata posta la foto del dott. Geppino Micheletti, l’eroe di quella tragica giornata, il chirurgo, che, pur avendo perso due bambini nell’attentato, con abnegazione continuò a operare instancabilmente per tutta la notte, salvando molte vite umane.

   Oggi finalmente si è raggiunto un accordo tra le associazioni degli esuli, i rappresentati dei “rimasti” e dell’Amministrazione municipale, e ben presto saranno poste ai due lati del cippo due lapidi con l’elenco dei nomi delle 64 vittime riconosciute.

   Anche se non ci sono prove certe, si ritiene che la strage sia stata un atto di terrorismo, ordinato dal dittatore jugoslavo Tito ed eseguito dall’Ozna, la polizia segreta, che rientrava in una strategia della tensione, programmata con lo scopo  di costringere gli abitanti di Pola ad abbandonare al più presto la città, come ha rivelato alcuni anni dopo Milovan Gilas, il principale collaboratore di Tito.

Enza ed io a Pola nel 2017, davanti al cippo che ricorda la strage di Vergarolla (Vergarola in croato)

   In seguito a questo episodio quasi tutti i polesani si convinsero che la permanenza in città, dopo la partenza degli Alleati, sarebbe stata impossibile.

   L’esodo forzato da Pola, dopo la strage di Vergarolla, fu la triste conclusione della nostra storia e

“… da quel nido, rondini tardive,

 tutti tutti migrammo un giorno nero;                                                                             io, la mia patria or è dove si vive” (Giovanni Pascoli, Romagna).

   Fughe individuali da tutti i territori occupati dalle truppe titine, su barconi o altri mezzi di fortuna, si erano già verificate alla fine del ’43, ma le partenze in massa da Pola avvennero in poco più di un mese, dai primi di febbraio al 20 marzo del ‘47, quando la motonave  Toscana, messa a disposizione dal Governo italiano, insieme   con   altre unità  navali  minori,  effettuò  il  suo  ultimo viaggio da Pola ad Ancona, mentre in precedenza aveva fatto la spola tra Pola e Trieste.

L’esodo da Pola

Esuli, prima dell’imbarco sul Toscana

   I polesani  avevano aspettato a lungo prima di partire, convinti che il trattato avrebbe assegnato la loro città all’Italia, ma non fu così e allora bisognò fare tutto in fretta, in un inverno freddo, sotto la pioggia e la neve, con le masserizie, accatastate sui moli, che marcivano in attesa di essere caricate sulle navi.

   L’esodo fu una scelta di vita e di libertà. La paura, insieme con l’incertezza per il futuro, per effetto della politica nazionalcomunista di Tito, costrinse le persone ad andar via da Pola e dall’Istria, da una parte della Venezia Giulia e dalla Dalmazia e, con la “pulizia etnica”, in favore della slavizzazione di queste terre, venne cancellata quasi ogni traccia della presenza italiana.

   Dopo l’attentato Pola “si svuotò” completamente: circa 28.000 dei suoi abitanti su 32.000, temendo per la propria vita, non accettando come noi il regime comunista di Tito e sentendosi italiani, se ne andarono via,  in giro per il mondo, verso l’ignoto, mentre i “rimasti” furono poco più di 4000.

   I febbrili preparativi, gli stati d’animo, l’imbarco sul Toscana  e  il momento drammatico della partenza dei profughi sono ben evidenziati nella poesia Esodo di Anonimo (l’originale è in dialetto istro-veneto):

‹‹… le strade e le piazze di colpi rimbombano,

Ai pochi passanti nei vicoli  stretti

tappano le orecchie i tam tam maledetti

delle casse inchiodate, delle finestre sprangate .

Sono sbarrati anche gli scuri (le persiane) tra quei vecchi muri.

Si radunano gli stracci, sedie e sgabelli, comò e credenze.

…portate giù ogni cosa:

c’è il carro che aspetta,

tra poco riparte  la vecchia carretta.

Porta la gente in terre lontane

questa grossa barca  di nome “Toscana”…

Come sardine stipati sul ponte,

con gli occhi gonfi di lacrime furtive,

voltandosi indietro il cuore si tormenta…

la Riva e l’Arena più piccole diventano.

Passata la diga finisce l’incanto,

di tutto quel mondo  non resta che il pianto››.

    Il suono dei martelli che battevano sui chiodi è un motivo ricorrente nel racconto di di quei giorni. I chiodi, necessari per imballare le proprie suppellettili prima della partenza, erano diventati molto preziosi e razionati: non se ne potevano avere più di 300 grammi per famiglia.

    L’esodo non terminò con la fine della guerra ma continuò fino al 1954-56, quando la Zona A del Territorio Libero di Trieste fu assegnata all’Italia e la Zona B, con Umago, Pirano e Capodistria, fu affidata all’amministrazione jugoslava con il Memorandum di Londra. Bisognerà aspettare altri 20 anni, sino  al 1975, perché con il  Trattato di Osimo la sistemazione territoriale diventi definitiva. 

 

   Non tutti gli istriani o dalmati partirono. La gran parte dei cosiddetti “rimasti” accettò il regime comunista di Tito. Molti erano stati addirittura complici degli infoibatori. Solo dopo tanti anni i rapporti tra andadi e restadi (esuli e rimasti) sono migliorati.

   Ho letto di  recente “Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria, Laterza, 2019, un libro di Silvia Dai Pra’ in cui l’autrice, alla ricerca di notizie del bisnonno infoibato – una persona perbene, mite, colpevole solo di essere un italiano benestante (aveva un negozio di alimentari) – e di chi ne fosse responsabile, racconta di essersi trovata dopo tanti anni ancora di fronte ad un muro di gomma: nessuno sa che fine avesse fatto o in che foiba fosse stato gettato, nessuno ricorda, tutti vogliono dimenticare, e, per giustificare loro parenti o amici infoibatori, ripetono “ma la violenza e gli eccidi ci sono stati da una parte e dall’altra”.

   Di “pulizia etnica”, a  proposito  delle foibe,  ha  parlato per primo il Presidente Napolitano e lo ha ribadito l’attuale Presidente Sergio Mattarella. Tuttavia, oltre ai negazionisti, come Claudia Cernigoi o Alessandra Kersevan, che riducono l’importanza del fenomeno, giustificando il comportamento degli slavi nei nostri confronti come una ritorsione, una risposta ai crimini di guerra compiuti dagli italiani nel ‘41-‘43, durante l’occupazione della Slovenia, anche lo storico Enrico Miletto (op.cit. pag. 9) sostiene che “utilizzare la categoria di pulizia etnica e genocidio programmato – parlando delle foibe – è una visione che appare francamente inaccettabile”.

   Anche se non si possono paragonare le Foibe all’Olocausto, caratterizzato da un altissimo numero di vittime e dalla sistematicità delle esecuzioni, bisogna ribadire che  in Istria si moriva per motivi politici, sociali, economici, e quindi erano frequenti le vendette private e le appropriazioni indebite.

   Sono passati ormai tanti anni dall’esodo, oltre settanta. Non bisogna nutrire odio, ma non bisogna neanche dimenticare quanto è successo. Perché simili fenomeni non si ripetano è necessario che le giovani generazioni sappiano che cosa è accaduto e perché.

   Avevo solo sei anni quando con la mia famiglia, in una fredda giornata di marzo del 1947,  abbandonai la mia terra.  Rivivo quei giorni pensando allo strazio degli adulti: mamma aveva 26 anni e si allontanava dalla città della sua giovinezza,  nonna 70 e lasciava per sempre la sua casa dove aveva allevato i suoi numerosi figli. Tutte e due, in modo differente, hanno sofferto tanto, in un ambiente nuovo, lontano, con abitudini  molto diverse da quelle istriane.

   Del giorno dell’imbarco ricordo confusamente solo un particolare: eravamo sul ponte del Toscana, buio tutto intorno, solo qualche luce in lontananza e ho avuto paura. Ho provato la stessa sensazione tanti anni dopo, tornando di notte in aereo da Filadelfia e guardando dal finestrino: nell’oscurità totale si vedeva solo una striscia di chiarore all’orizzonte.      

   Nel corso di dieci anni (fin dopo il 1954)  350.000 istriani, giuliani e dalmati, piccoli e grandi, si trasformarono in esuli.

   Siccome era previsto dagli accordi internazionali che tutti i cittadini italiani, anche quelli rimasti nelle zone dell’Istria passate sotto la sovranità jugoslava, potessero esercitare il diritto di opzione per trasferirsi in Italia prima della ratifica del trattato di pace, quasi tutti fecero richiesta di espatrio. Alla presentazione della domanda, ogni optante perdeva automaticamente la carta annonaria e il posto di lavoro. Chi possedeva dei beni rinunciava a ogni diritto di proprietà. A tutti era consentito di portare con sé solo il bagaglio a mano, il resto veniva incamerato dagli slavi. Invece a  Pola, amministrata dagli Alleati,  non c’erano le limitazioni imposte dagli jugoslavi nelle aree di loro competenza, perciò i polesani cercarono di portare con sé  tutte le loro cose. Molti si portarono via anche i loro morti e quasi tutti un pezzetto di pietra dell’Arena.                                             

   Arrivati in Italia, però, i profughi, che erano bocche da sfamare, persone senza lavoro e prive di tutto, per motivi opposti  furono accolti  con diffidenza e pregiudizi

sia da parte della sinistra, che li considerava tutti “fascisti”, sia da parte dalla destra, che li giudicava dei traditori, perché avevano lasciato la loro terra agli jugoslavi, sia dallo stesso De Gasperi, che, dopo aver cercato di trattenerli in Istria e di impedire le partenze, decise di disperdere gli esuli in tutte le regioni italiane, destinandoli in un centinaio di centri di raccolta (CRP) molto distanti tra loro. Voglio comunque ribadire che i profughi non erano tutti fascisti, si trattava di una grande comunità che pagava di persona la sconfitta dell’Italia (con la perdita dei beni e della propria identità)

   I campi profughi,  che di fatto isolavano i “diversi”, erano sistemazioni provvisorie,  prive delle più elementari necessità, in caserme in disuso, in capannoni fatiscenti, in ex campi di prigionia, come per esempio  quello di Altamura, sito a 5 chilometri dal centro abitato, circondato dal filo spinato e con un posto fisso dei carabinieri.

   Poiché la provincia di Bari e, in particolare, il comune di Altamura offrivano  scarse possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, un numero cospicuo di profughi (ne ho conosciuto qualcuno in un Raduno a Pola, che mi ha parlato della sua breve permanenza in Puglia), dopo una sosta nel campo di Altamura, si trasferirono al nord (Piemonte, Lombardia, Veneto) mentre altri scelsero la migrazione transoceanica (Canada, Stati Uniti, Argentina, Brasile).

    Noi non abbiamo vissuto l’esperienza  dei CRP, perché trovammo ospitalità presso i nostri parenti di Polignano e addirittura papà riprese servizio nell’Arsenale militare  di Taranto (nelle officine di Buffoluto) non molto tempo dopo l’arrivo in Puglia. Inoltre, andando via da Pola, abbiamo potuto portare con noi tutti i nostri beni, senza limitazioni: persino il carro, il muss (l’asino) e la capra (che erano con noi nella stalla dove ci eravamo riparati un giorno durante uno dei tanti bombardamenti degli Alleati), le biciclette di papà e mamma, gli infissi di porte e finestre e tutte le altre masserizie, tra cui armeroni (armadi), credenze, careghe (sedie), tavoli, mentre quelle di molti altri infelici, dal dopoguerra giacciono in gran parte ancora accatastate nel magazzino n. 18  del Porto Vecchio di Trieste, dove furono depositate al momento dell’esodo e mai più ritirate.

   È ambientato proprio qui il musical di Simone Cristicchi, Magazzino 18, che ripercorre l’odissea degli italiani dell’Istria e della  Dalmazia, al tempo dell’esodo con equilibrio ed obiettività, anche se non mancano sull’opera teatrale giudizi diametralmente opposti.

   Nello spettacolo si immagina che a inventariare i beni (masserizie e oggetti di vario genere che appartengono alla quotidianità: sedie accatastate l’una sull’altra, macchine per cucire, fornelli, materassi, fotografie, giocattoli, lettere e quaderni), che gli esuli emigrati, prima di partire, lasciarono in custodia nel porto, convinti di tornare a riprenderli, sia stato mandato l’archivista romano Duilio Persichetti, che, come ancora oggi la maggior parte degli italiani, ignora del tutto le tragiche vicende di queste terre, per tanto tempo volutamente dimenticate, a cui quegli oggetti sono legati.

Macchine per cucire e sedie accatastate

   Quando Persichetti,  un archivista romano, un leale servitore dello Stato, viene spedito dal Ministero degli Interni nell’abbandonato Porto Vecchio di Trieste a fare l’inventario delle masserizie del Magazzino 18, ignora completamente che cosa sia successo nel Novecento nella Venezia Giulia: pensa addirittura che “Giuliano Dalmata” sia il nome di un bravo scienziato o di un misconosciuto letterato del secolo scorso.

   Oggi il magazzino è stato trasformato in un Museo in cui si è cercato di disporre in ordine gli oggetti e le masserizie qui abbandonate.

Un interno ricostruito

   Comunque,  gli  anni  del  dopoguerra,  difficili  per  tutti, lo sono stati anche per noi,  nonostante  l’affetto e la disponibilità dei nostri parenti, anni di privazioni, di stenti e di sacrifici di ogni genere.

   Le foibe e l’esodo rappresentano una storia dimenticata, negata, volutamente rimossa per decenni. Perché l’ “assordante silenzio” (di cui parla Arrigo Petacco) che ha gravato su questi fatti è durato sino alla caduta del muro di Berlino (1989)? Per motivi di politica internazionale e di politica interna.

   Durante la cosiddetta “guerra fredda”, subito dopo la fine del conflitto mondiale, il Maresciallo Tito ebbe il coraggio di staccarsi da Stalin, creando una barriera da contrapporre al bolscevismo sovietico in cambio del silenzio sui suoi crimini di guerra. Una situazione politica strettamente legata alle nostre vicende: il Partito comunista italiano aveva appoggiato la linea politica di Tito durante la guerra di liberazione e in Istria le brigate partigiane “Garibaldi” avevano ricevuto l’ordine di  mettersi alle dipendenze del IX Korpus sloveno.Tra i maggiori responsabili della politica di asservimento a Tito fu Vincenzo Bianco, fedelissimo di Togliatti.

   Per decenni si è impedito di far conoscere le pesanti responsabilità anche degli intellettuali comunisti ad esclusione di pochi, nella ricerca della verità su una storia che non è solo nazionale, ma europea. Solo dopo la morte di Tito, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda la situazione internazionale è profondamente cambiata e in Italia, dopo la scomparsa di Togliatti e di altri protagonisti della Resistenza, il partito comunista ha perso parte della sua influenza sulla politica estera italiana.

Tratto in parte da:  Come un gabbiano, L’esodo da Pola settant’anni dopo.

 

 

2 COMMENTI

  1. Efferate crudeltà dei comunisti (note a tutti), furono commesse nei confronti degli Italiani Istriani, che con pieno Diritto manifestavano il loro legame alla propria terra. I comunisti di tito commisero una carneficina un eccidio di non poca rilevanza. Non si conoscono al mondo regimi più crudeli e vili di quelli comunisti, che fino a pochi anni orsono negavano sempre le evidenze. Non ci sono parole per descriverli. La memoria è importante mantenerla sempre viva e vigile.

  2. I bambini non sanno nutrire odio . Non capiscono. Al massimo, dalle lacrime degli adulti capiscono che qualcosa di inaspettato e drammatico accade e trasforma le loro vite. Così andò per noi, mio fratello ed io. Solo molto più tardi si conosce, si comprende. Ma la paura e il rancore sono diventati ormai un ricordo… Ci si è inseriti ,da istriani si è diventati pugliesi!

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