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IL MEDIOEVO NEI MEDIA DEL BEL PAESE: ECCO IL LIBRO DI MARCO BRANDO

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Il medioevo come metafora, spesso del male o indicante arretratezza. Una storia tanto vecchia quanto con chiare radici ideologiche. Fenomeno, però, che non accenna a diminuire, sempre più diffuso anzi, specialmente nei media, dove il periodo storico medievale viene spesso evocato in chiave distorta. Ne tratta in maniera ampia e diffusa l’ultimo libro di Marco Brando, “Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani”.

Marco Brando, giornalista e studioso attento alla relazione tra il medioevo storico e il suo impiego nei media, si è dedicato a indagare il problema, evidenziando come la visione storicamente poco accurata del medioevo sia propagata attraverso i mezzi di comunicazione, dai giornali ai social network.

L’ultimo suo libro, “Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani”, pubblicato da Salerno editrice, offre una panoramica ampia dei cliché, stereotipi che si intrecciano e si riproducono, creando una narrazione unilaterale che caratterizza l’uso mediatico del concetto storico di medioevo. Il saggio cerca di svelare il processo attraverso cui si amplifica e perpetua questa visione deformata: del medioevo, sì, ma in generale della storia, costruita e, talvolta, manipolata per rispondere a esigenze contemporanee.

Giornalista con forte interesse per la storia, Brando ha tenuto lezioni su questi argomenti in diverse università e ha scritto l’opera “Lo strano caso di Federico II di Svevia”, Palomar 2008.

Il libro che presentiamo è “il tentativo -spiega l’autore in un’intervista- di svolgere una prima analisi della narrazione utilizzata dai numerosissimi giornalisti e comunicatori che accennano al passato al medioevo in modo routinario; cioè, durante il lavoro quotidiano, soprattutto quando affrontano temi che non c’entrano affatto con quel lontano passato. Diciamo che scrivono o parlano di storia in modo subliminale e quasi sempre inconsapevole”.

Brando ha, invece, un approccio analitico e critico, cosa che ben traspare sin dalla dedica del suo lavoro a Raffaele Licinio, storico di spicco che, come Brando scrive, gli ha “aperto gli occhi sui secoli bui”. Questa dedica è particolarmente significativa, poiché Licinio, nella sua vasta produzione storiografica, si è impegnato a demolire qualsiasi visione convenzionale del medioevo come epoca oscura e priva di progresso.

Il lettore è abilmente introdotto al tema del rapporto tra giornalismo e storia, vero fulcro del testo. La “fabbrica dei luoghi comuni” è una immagine che Brando usa per descrivere il processo con cui i media trasformano la complessità storica in semplici etichette.

Lo scrittore fa poi riferimento all’opera di Umberto Eco, semiologo affascinato dal medioevo ma senza l’ossessione che l’autore de Il nome della rosa ravvisava nei media per un’epoca utilizzata come specchio per criticare o esaltare aspetti della società contemporanea. Del resto, l’uso del medioevo come simbolo e stigma negativo per significare la crisi sociale e culturale del nostro tempo è una costante e Brando ne indaga le radici storiche.

Il “lessico dei mass media” (titolo di un paragrafo) è intriso di espressioni che evocano una visione negativa del periodo, spesso senza alcuna base storica reale. Il cortocircuito è semantico ed è contenutistico, tra passato e presente. I riferimenti al medioevo vengono spesso tirati in ballo in discussioni su temi moderni come l’ambiente, i diritti civili e molte altre questioni contemporanee. Questo crea una frattura tra la realtà storica e l’uso che se ne fa nel discorso pubblico, portando a interpretazioni errate e distorsioni.

Nel suo particolare “abbecedario”, Brando si concentra su come concetti legati al medioevo vengano utilizzati anche nel contesto dell’economia, del gossip e persino della cronaca rosa.

Brando analizza anche come il medioevo venga strumentalizzato nel discorso politico, sia a destra che a sinistra. E così, dimostrano queste pagine, il “trionfo del medioevo falso” è il risultato di un abuso politico e mediatico, capace di ridurre un’epoca che, al contrario, è complessa addirittura ad un semplice insulto. La corretta formazione dei giornalisti è il problema di base o, meglio, del “giornalista che scrive di storia”, tra fake news da schivare e scrupolosità verso le fonti da assicurare.

Tuttavia, nell’epilogo del libro, Brando riflette sul ruolo degli storici e dei giornalisti: i primi hanno talvolta mancato di comunicare in modo efficace il medioevo al grande pubblico; i secondi, magari con le distorsioni di cui si è detto, hanno avuto, almeno, il merito di portare la storia all’attenzione di un numero meno limitato o specialistico di lettori.

Questa attenzione merita maggior correttezza di metodo. E allora Brando insiste sulla necessità di una alfabetizzazione storica per i giornalisti, anche per contrastare il “trionfo dei non storici”, ovvero la presenza di persone non qualificate che parlano di storia senza una vera preparazione.

 

 

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