Il prof. Simone tratteggia la figura e la storia del giovane amato da Afrodite, celebrato dalla letteratura, dalla pittura e dalla scultura, dall’antichità ai giorni nostri.
di Dino Simone
Adone
O triphìlētos Adōnis, o kēn Achéronti philēthéis
L’amatissimo Adone, amato anche nell’Acheronte (Teocrito XV, 86)
Il mito di Adone ha sempre suscitato interesse, dall’antichità ai nostri giorni. Io ripercorrerò la storia del giovane amato da Afrodite, limitandomi agli autori classici: Teocrito, Le Siracusane; Bione, Lamento funebre per Adone, e Ovidio, un episodio del libro decimo delle Metamorfosi, ricordando, però, che si sono occupati di Adone, tra gli altri, anche Shakespeare, Ronsard, Shelley e Yeats. Mi soffermerò poi sulle “Adonie”, in quanto i tre testi citati dedicano ampio spazio, oltre che alla vicenda mitica del personaggio, anche allo svolgimento delle feste in suo onore.
Adone rappresenta l’esempio più evidente di una divinità sumerica e babilonese adottata dai Greci. Il giovane, che viene ucciso da un cinghiale in un incidente di caccia, è un semidio che muore e rinasce, a immagine del ciclo vegetale.
Nella versione greca del mito, Adone è frutto dell’amore incestuoso di Mirra per il padre Cìnira, re di Cipro, che, scoperto l’incesto che aveva commesso,in seguito all’inganno della figlia, voleva ucciderla. Per salvare Mirra, costretta a fuggire, gli dei la tramutarono in una pianta resinosa dall’amaro profumo, che da lei prese il nome. A primavera la corteccia dell’albero miracolosamente si aprì e ne uscì il piccolo Adone.
Afrodite raccolse il neonato, lo chiuse in una cassa e lo affidò, perché lo allevasse, a Persefone regina dell’Ade. Ma, quando Persefone aprì la cassa e vide la bellezza del bambino, rifiutò di renderlo ad Afrodite, per quanto la dea dell’amore scendesse in persona agli Inferi. per liberare il suo caro dal potere della morte. La disputa fra le due dee fu placata da Zeus, il quale, con un arbitrato, decise che Adone abitasse con Persefone nel mondo delle tenebre per una parte dell’anno e per un’altra nel mondo superiore con Afrodite, che, per stargli accanto, diventò anche lei cacciatrice.
Ecco il racconto di Ovidio:
Sedotta dalla bellezza di Adone, delle spiagge di Citera
[ad Afrodite] non importa più nulla, ignora Pafo cinta dal mare profondo,
la pescosa Cnido e Amatunte piena di metalli;
diserta persino il cielo: al cielo preferisce quel giovane.
Gli sta accanto, l’accompagna ovunque; lei, avvezza a godersi
l’ombra per curare e accrescere la propria bellezza,
ora si aggira per gioghi e selve, tra rocce e cespugli spinosi,
con la veste succinta oltre il ginocchio così come Diana,
e aizza i cani, inseguendo animali di facile preda:
lepri che schizzano via, cervi dalle corna eccelse,
oppure camosci. Si guarda invece dai forti cinghiali,
evita i lupi predatori, gli orsi muniti di artigli
e i leoni che si sfamano facendo strage di armenti.
E invita anche te, Adone, a temerli, sperando che possa
giovarti l’ammonimento ( Metamorfosi X, vv. 529-543, trad. di Mario Ramous).
Nel dipinto di Palazzo Roberti è rappresentato il momento in cui Adone si accommiata dalla dea Venere, che gli ha raccomandato di stare in guardia dagli animali aggressivi, e va a caccia, durante la quale sarà ucciso da un cinghiale.

Venere [giacendo sull’erba accanto al giovane, con il capo posato sul suo petto,] l’aveva dunque ammonito e, aggiogati i suoi cigni, in cielo
si era involata. Ma l’ardire non accetta moniti.
Per caso i cani, seguendone col loro fiuto la traccia,
avevano stanato un cinghiale, e Adone,il figlio di Cìnira,
mentre stava uscendo dal bosco, lo trafisse al fianco con un colpo.
Fulmineo il truce cinghiale, rotando il grugno, si strappò la picca
intrisa del proprio sangue e, inseguendo Adone, che disorientato
cercava scampo, nell’inguine gli cacciò tutte le zanne,
facendolo stramazzare ormai moribondo sulla bionda rena.
Portata lungo il cielo, sul suo cocchio leggero, dalle ali
dei cigni, Venere non era ancora giunta a Cipro:
da lontano riconobbe il gemito del morente e invertì il volo
dei bianchi uccelli. E come dall’alto intravide il corpo
che in fin di vita si torceva nel suo stesso sangue,
si precipitò giù, strappandosi veste e capelli,
percotendosi il petto con le mani, come non le era costume.
Lamentandosi poi col fato, disse: “No, non potrà la tua legge
disporre d’ogni cosa. Imperituro rimarrà il ricordo,
Adone, del mio lutto: ripetuta ogni anno, la scena
della tua morte testimonierà in eterno il mio dolore.
Ma il tuo sangue si muterà in un fiore. Se a te fu permesso,
Persefone, di trasformare il corpo di una donna in una pianta
di menta profumata, perché mi si dovrebbe rimproverare,
se muto l’eroico figlio di Cìnira?” (Metamorfosi X, vv. 708-731, trad. cit.).
E dal sangue di Adone spuntò un fiore rosso come quello del melograno, l’anemone. Amaramente pianse Venere la morte dell’amato.
***
Il Lamento funebre per Adone, scritto da Bione (II-I sec. a. C.), è un carme che ha un carattere complementare rispetto al testo di Ovidio, dove il vero e proprio lamento sul corpo del giovane morente era breve e si concentrava sulla metamorfosi di Adone in anemone e sull’istituzione del rito in suo onore.

Io piango Adone: “E’ morto il bell’Adone (apōleto kalòs Adōnis)”.
“Morto è il bell’Adone” piangono con me gli Amori.
Non dormire più, Afrodite, sulle coperte di porpora;
svegliati, infelice, vesti l’abito nero,
battiti il petto e di’ a tutti: “ E’ morto il bell’Adone”.
Ed ecco ci appare Adone morente, con le bianche membra macchiate di sangue, gli occhi intorpiditi dalla morte imminente, le labbra sfiorite.
Sul labbro muore anche il bacio,
che Cipride non coglierà mai più.
Anche da morto Afrodite desidera il bacio,
ma Adone non sa che l’ha baciato da morto.
Scalza, spettinata, desolata Afrodite vaga per le selve e chiama ad alta voce il suo sposo; e mentre la pungono i rovi si percuote il petto. Non è più bella.
Ha perduto il suo bel ragazzo e con lui la sua sacra bellezza;
Afrodite era bella quando Adone era vivo,
la sua bellezza è morta con Adone.
Il pianto di Afrodite accanto ad Adone morente è pieno di pathos e, insieme, di un sentimento voluttuoso. È lo strazio di una storia d’amore impossibile, tra una dea e un mortale – vita eterna di lei, esistenza effimera di lui.

“Resta qui, Adone infelice, perché a te mi avvicini per l’ultima volta,
per abbracciarti e unire le mie labbra alle tue labbra.
Svegliati un poco, Adone,dammi l’ultimo bacio,
baciami tutto il tempo che è vivo il tuo bacio,
finchè esali il respiro dalla tua bocca e il tuo spirito
passerà dentro di me, finchè avrò assorbito
il dolce tuo incanto e bevuto il tuo amore, e custodirò questo bacio
come lo stesso Adone, perché tu mi sfuggi, infelice.
Fuggi lontano, Adone, e vai sull’Acheronte,
dal re crudele e selvaggio ed io, infelice,
vivo, e sono una dea, e non posso seguirti”.
E rivolta a Persefone, la dea dell’oltretomba, la prega di accogliere il suo sposo perché di loro due lei è più potente e in lei si riversa ogni bellezza.
Il poeta esorta quindi Afrodite a mettere sul letto d’oro il morto Adone, a cessare per il momento il compianto e a non percuotersi più il petto: dovrà piangere Adone tanto ancora, da qui ad un altro anno.
“Gettagli sopra fiori e corone; adesso che è morto
tutto è morto insieme con lui, e tutti i fiori.
Bagnalo con unguenti di Siria e con profumi: periscano
tutti i profumi, ora che è morto, o Adone, il tuo profumo” (vv. 1-98, passim, trad. di G. Paduano).

Nel pianto appassionato, tristissimo della dea c’è qualcosa di molle e di voluttuoso e, insieme, di sfrenato, di orgiastico. Il carme di Bione è stato definito dal Perrotta, grande storico della letteratura greca, “l’ultimo fiore della poesia greca: strano, purpureo fiore, dall’acuto e inebriante profumo”.
***
Il culto di Adone era diffuso in tutta la Grecia. L’Idillio XV di Teocrito, Le Siracusane o Le donne alla festa di Adone (Syrakòsiai ē Adōniazousai), ne costituisce la testimonianza più diretta e più completa ad Alessandria, al tempo della regina Arsinoe II (278-270 a. C), sorella e moglie di Tolomeo II Filadelfo, e ci offre una descrizione vivace e particolareggiata della festa, allestita a corte dalla regina. Le “Adonie” ad Alessandria cadevano in estate: si portavano in processione le immagini di Adone e di Afrodite, circondate da simboli di ogni specie della lussureggiante vegetazione estiva; il canto magnificava la gioia dell’amore delle due divinità, ma ricordava l’avvicinarsi dell’ora fatale della separazione ed augurava il ritorno di Adone l’anno venturo.
Nelle festività per Adone, alla celebrazione dell’eros veniva accostato il lamento funebre, perché la morte improvvisa del ragazzo aveva posto fine all’amore che legava il giovane cacciatore alla dea.
La celebrazione si svolgeva in due giorni: nel primo si festeggiava l’unione di Afrodite con Adone; la coppia veniva esposta all’ammirazione del pubblico ed erano praticate le offerte, tra cui particolare rilievo avevano i cosiddetti “giardini di Adone”; nel secondo giorno le donne, in atteggiamento di lutto, conducevano l’immagine di Adone sulla riva del mare per riconsegnarlo al mondo degli Inferi, dove il giovinetto godeva dell’amore di Persefone.
Secondo James G. Frazer (Il ramo d’oro I, pagg. 535 e segg.), la miglior prova che Adone fosse una divinità della vegetazione, e specialmente del grano, ci viene proprio data dai giardini di Adone. Erano questi delle ceste e dei vasi pieni di terra, in cui si seminavano grano e orzo e varie specie di fiori, che per otto giorni venivano curati quasi esclusivamente da donne. Il calore del sole faceva germogliare in breve queste piante, ma, poiché non avevano radici, appassivano rapidamente e, al termine di otto giorni, venivano portate via con le statuette del morto Adone e gettate con esse in mare o nelle sorgenti.
Questi giardini di Adone si possono interpretare come rappresentazioni di Adone o manifestazioni del suo potere. Essi rappresentavano il dio nella sua natura originale, sotto forma vegetale, mentre le sue immagini lo rappresentavano sotto la forma umana e più recente.
Una traccia del sincretismo dei riti di Adone si poteva riscontrare in Sardegna, dove, nel corso dei riti solstiziali di San Giovanni (24 giugno), si trovavano attestati i vasetti con i germogli, fatti crescere in casa per pochi giorni.
I piatti con i germogli di grano, simbolo della resurrezione, che il venerdì santo ornavano nelle nostre chiese i cosiddetti “sepolcri” e che ora durante la settimana santa adornano l’altare della “reposizione”, secondo il Frazer possono essere la continuazione, sotto un nome diverso, del culto di Adone.
Nell’Idillio XV Teocrito ci presenta due amiche della borghesia di Alessandria, Gorgò e Prassinoa, siracusane di origine: è in corso l’annuale festa in onore di Adone, organizzata con grande sfarzo dalla regina Arsinoe e le due amiche intendono godersi lo spettacolo.
Gorgò va a casa di Prassinoa. Attraverso la loro conversazione, che si snoda molto vivace, attraverso gli episodi minimi che costellano la loro giornata, veniamo messi in contatto con la piccola realtà quotidiana e familiare che costituisce il loro mondo: i mariti (recriminazioni da parte di Prassinoa nei confronti del marito Dinone, che ha scelto di vivere in periferia; ma anche al marito di Gorgò, Dioclide, tocca una cospicua dose di critiche), i figli, la servitù, la gestione della casa, la cura nell’abbigliamento.
La scena cambia: ascoltiamo qualche battuta del dialogo tra due amiche mentre sono per la strada.
Prassinoa – Tolomeo [Filadelfo], molte belle cose sono state fatte,
da quando tuo padre [Tolomeo I Sotèr] è tra gli immortali. Non c’è più un furfante
che ti si accosti di soppiatto a molestarti, all’uso egizio,
mentre cammini; non è come prima, che degli individui fatti di frode
ti giocavano brutti scherzi; tutti uguali, imbroglioni, gentaccia.
[Sembra di sentire gli stessi luoghi comuni con cui oggi è lodato l’ex ministro dell’Interno, grazie al Decreto Sicurezza bis].
Cara Gorgò, che sarà di noi? Ecco i cavalli
da parata del re. Amico non mi pestare.
Quello rosso si è impennato! Guarda come è selvaggio! (Teocrito, Le Siracusane, vv. 46-53, trad, di B. Palumbo Stracca).
Finalmente sono arrivate davanti alla reggia: c’è una grande calca.
Gorgò – E’ facile entrare nel palazzo? – chiede a una vecchia.
Vecchia – A furia di tentare, gli Achei entrarono a Troia,
bella figliola! Tentando e ritentando si fa tutto.
Gorgò – Guarda, Prassinoa, quanta gente alla porta.
Prassinoa – Straordinaria. Gorgò dammi la mano…
Gorgò – Entriamo tutte insieme. Tienti stretta a noi (alla serva).
[…]
Prassinoa – Davvero c’è folla! Si spingono come porci.
Un uomo – Coraggio, donna , siamo al sicuro.
Prassinoa – Ci hai protette. Che persona dabbene e gentile!
Una volta nella reggia le due amiche ammirano gli arazzi alle pareti, fini e belli, le cui figure sembra che si muovano (Sono vive, non tessute!). È lo stesso apprezzamento che, come abbiamo visto, è stato rivolto alla scena tessuta da Aracne, in gara con Atena, nelle Metamorfosi di Ovidio.
Gorgò – Prassinoa, vieni qui. Prima di tutto guarda quei drappi variopinti,
come sono fini e belli. Li diresti vesti di dèi!
Prassinoa – Atena veneranda, che brave tessitrici li hanno lavorati,
e che artisti hanno fatto quei disegni così precisi!
Come sono vere le pose, e come si muovono vere le figure,
sono vive, non tessute!
[Per le siracusane l’opera d’arte è tanto più pregevole, quanto più riesce a riprodurre in maniera veritiera la realtà: la loro ammirazione è espressione della concezione dell’arte come mimesi].
E guarda qui, che meraviglia, come giace sul letto
d’argento, con la prima barba che gli scende dalle tempie,
l’amatissimo Adone, amato anche nell’Acheronte (vv. 60-86, passim).
Le due amiche sono invitate in maniera brusca a non parlare (Smettetela, disgraziate, di ciarlare in continuazione, come tortore), a fare silenzio perché sta per iniziare il canto in onore di Adone. La festa ci appare molto animata, straordinaria, sorprendente, perché la vediamo con gli occhi incantati di Gorgò e della sua amica.
Nell’ultima parte dell’idillio è riportato l’inno in onore di Adone, eseguito da una celebre cantante.
Signora, che ami Golgi e Idalio e l’alta Erice,
Afrodite che giochi con l’oro,
come è bello Adone, che le Ore ti hanno condotto
dall’eternamente fluente Acheronte
nel dodicesimo mese; le Ore dal passo delicato,
lentissime tra gli dèi, ma desiderate
esse giungono tra gli uomini, recando sempre qualcosa.
Con un accenno encomiastico alla famiglia reale, Teocrito ricorda la divinizzazione della precedente regina, Berenice, la cui figlia Arsinoe, simile a Elena, onora Adone e lo colma di bei doni: frutti di stagione, i teneri giardini custoditi nei canestri d’argento, gli aurei vasi di unguento di Siria e i dolci che le donne preparano con bianca farina e miele, in forma di uccelli o di animali. Sono state allestite verdi pergole su cui volteggiano gli Amorini; e poi ebano, oro o aquile di bianco avorio; viene quindi preparato un letto, su cui sono stese coperte di porpora, con le statue di Adone e di Afrodite, che vengono salutate prima della notte d’amore.
Si prefigura poi la seconda parte della cerimonia, con il ritorno di Adone al mondo degli Inferi.
Diciotto o diciannove anni ha lo sposo;
non punge il suo bacio; attorno al labbro ha ancora la bionda peluria.
Ora Cipride goda, avendo il suo sposo;
all’alba, nella rugiada, noi in folla porteremo lui
presso le onde spumeggianti della riva;
e sciolta la chioma, lasciate cadere le vesti sulle caviglie,
col seno scoperto intoneremo un canto melodioso.
Tu solo dei semidei, Adone diletto, qui vieni,
si dice, e poi torni all’Acheronte…
[…]
Sii benigno con noi, Adone, adesso e sempre: per la nostra gioia
sei venuto. Adone, quando ritornerai, caro a noi verrai!” (vv. 100-144, passim).
L’ode, con il suo gusto per la descrizione sensuale, ci permette di cogliere la religiosità esteriore di un’epoca che ha ormai perso il senso del divino.
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Nel IV Mimiambo il poeta Eroda, contemporaneo di Teocrito, presenta due amiche Cinno e Coccale che si recano al santuario di Asclepio, il dio della medicina, a sacrificare un gallo. Al di là della differenza dell’ambientazione e del dio, molte sono le analogie fra i due testi, in particolar le espressioni di ingenuo stupore delle due amiche nell’osservare alcune statue e in particolare un dipinto del famoso Apelle, di cui Cinna difende l’abilità e il realismo della tecnica pittorica, come avevano fatto Gorgò e Prassinoa nell’apprezzare il realismo degli arazzi della reggia di Alessandria.
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In un contesto diverso, nel carcere, prima di morire, anche Socrate, dopo aver bevuto la cicuta, mentre il phàrmakon sta facendo effetto, producendo la paralisi progressiva degli arti, invita il discepolo Critone a sacrificare un gallo ad Asclepio: “Critone, disse – e furono le sue ultime parole – siamo in debito di un gallo ad Asclepio; offriteglielo; non vi dimenticate” (Platone, Fedone, 118).
Offrivano un gallo ad Asclepio, il dio della medicina, quelli che guarivano da una malattia e per Socrate la morte era una guarigione, perché liberava l’anima dalla prigione del corpo (sōma, corpo=sēma, prigione, tomba).

La morte, trasmigrazione dell’anima nell’Ade, verso la vera vita, avrebbe permesso a Socrate di incontrare i veri giudici: Minosse, Eaco e Radamanto, e di parlare con Orfeo, con Esiodo, con Omero, con Aiace Telamonio e con altri, morti per effetto di un giudizio ingiusto (Platone, Apologia di Socrate, 40-41).




