Venerdì 27 settembre alle 19,00, presso la libreria “Bari Ignota”, in Via De Rossi n° 183 in Bari, si terrà un incontro dedicato al “Monte Rosso”, un mito, una realtà nella memoria dei baresi, voluto da Luigi Bramato. Se ne parlerà con Piero Fabris, autore del volume: “La Rosa dei Venti e il Segreto del Monte Rosso” (Gelsorosso editore), con Salvatore Schirone, Federica Calabrese (di “Bari Inedita”) e altri.
Nei cassetti dei ricordi cari ai baresi vi è la memoria del “Monte Rosso”, specie in quelli più avanti negli anni, ne parlano con tanta forza evocativa che ogni volta il “cucuzzolo rosso” sembra riemergere a circa trecento metri a est dall’estremità del molo vecchio della città.
E’ un luogo che appartiene all’immaginario collettivo e appena se ne accenna, la nostalgia li agguanta.
Vi sono anziani che si infervorano nel raccontare le loro imprese fanciullesche, riferiscono di quando si tuffavano da uno scoglio del molo Sant’Antonio scommettendo su chi, sfidando i flutti marini, toccasse per primo l’isolotto ricoperto di alghe rossastre, per tal motivo denominato: “Monte Rosso”.
E tutti ne parlano come si parla di un’isola sacra, avamposto luminoso per quanti volessero approdare a Bari, venendo dal mare. Era un promontorio molto evidente con la bassa marea!
Molte le fonti storiche in cui si accenna a quel luogo dove sorgeva una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate alla quale era annesso un ospedaletto dove i monaci si prendevano cura di quanti erano colpiti dal “fuoco sacro”, ovvero l’herpes zoster, frizionandoli con grasso di maiale.
All’isolotto soggetto a bradisismo fa cenno Emanuele Mola nelle sue “Memorie della città di Bari”, ne parla Giulio Petroni nella sua “Storia di Bari” e nei primi del novecento ne scrive Armando Perotti, dopo essere stato sul posto annota: “…si vedono grandi massi delle stesse dimensioni che sembrano collocati dalla mano dell’uomo”.

Al leggendario tempietto inghiottito dal mare Gino Montella dedica un libricino dal titolo: “La chiesa sotto il mare” e altri come Alfredo Giovine, Giuseppe Signorile, Vito Antonio Melchiorre, Gigi De Santis, tanto per citarne alcuni, con i loro lavori hanno contribuito a mantenere vivo il mito del “Monte Rosso”, scrivendo e trascrivendo anche le tradizioni orali.
Alcuni anziani affermano che nei giorni di burrasca i rintocchi della campana sommersa aiutano i pescatori in balia delle onde minacciose a ritrovare la rotta per porti sicuri. Qualcuno racconta che su quella secca rossastra venivano poste sagome di pirati saraceni che la palla di cannone doveva colpire il giorno della “vidua viduae”, ovvero la festa con la quale si ricordava la flotta veneziana guidata da Pietro Orseolo II, giunta in soccorso dei baresi assediati.
Si racconta che scese in campo anche il mare al fianco di un esercito di guerrieri angelici contro i feroci saraceni, profanatori della chiesetta e il suo convento ricco di suppellettili di pregio. Gli invasori commisero ogni sorta di atrocità e non risparmiarono nemmeno la bella e buona “Sapienza- Luce” amata da tutti per la sua dedizione ai bisognosi, promessa al nobile Cavaliere di Sassi D’Oro, nipote del Marchese di Stella al Monte.
Il mare davanti a tanto orrore trasformò grandi onde in immensi tentacoli con i quali avvolse il tesoro dei monaci e il corpo esamine della promessa sposa per custodirli nei suoi fondali. Il cavaliere al suo ritorno provò a cercarla per ogni dove senza riuscire ad aver notizia.
Un giorno gli dissero che era morta, che era stata uccisa e stuprata dai turchi incursori. disperato si raccolse davanti all’arco d’accesso più antico della città, (oggi conosciuto come “uarche de Sand’Andè”, sotto il fortino voluto da Isabella d’Aragona), si fermò a lungo a contemplare addolorato quel che rimaneva della cappella; pensò ai suoi peccati e poi decise di passare il resto della sua vita sull’isolotto come un eremita.
Il mare lo osservò e si dispiacque nel vederlo ridotto “a pezza da piedi” e allora decise che in alcuni giorni dell’anno, il principe cavaliere e la sua amata sarebbero tornati ad abbracciarsi sotto i riverberi della luna nuova. E quando lei emerse dai fondali il nobile cavaliere non credette ai propri occhi, spalancò le braccia e la strinse a sé forte forte, ma il tempo della luna passò troppo in fretta per loro e i rintocchi della campana divennero sinistri, perché la notte doveva cedere il passo all’aurora.
Era difficile staccarsi, il mare e i cavalieri marini cercarono di dividerli, seppur a malincuore. Tutti i pesci fecero capolino e furono testimoni di tanto amore, ma bisognava rispettare le leggi della natura e tornare alla normalità.
Le onde erano i manti trasparenti dei cavalieri che cercarono di separarli, con lame affilate invano li colpivano, il loro amore li rendeva forti e uniti come cosa unica e sola, il sangue sgorgava dalle loro ferite e rendeva le alghe, scarlatte ai loro piedi.
Al mattino dei due rimase una collinetta ammantata di bagliori vermigli cara ai pescatori perché la considerano un luogo molto pescoso.
Sappiamo delle immersioni di tanti subacquei che volevano riscontri sull’esistenza di un molo su quella secca, i quali ci hanno mostrato foto molto interessanti di quel sito, ma noi desideriamo tener viva la sua magia più della verità storica ed è per questo che ci piace l’idea di Sabino Dammicco, appassionato di storia e tradizioni locali, che propone fosse posto da quelle parti un cartello, una lapide che tenga viva la leggenda di quel luogo così importante per i baresi.






Bellissima e commovente questa leggenda che andrebbe resa celebre nella nostra cultura.