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IL PANEGIRICO DELL’ADDOLORATA E LA RICCA MOLA DI META’ SETTECENTO

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Presentato il volume “Mola 1747, Panegirico dell’Addolorata”. Il documento ritrovato a Trieste, non è solo una preziosa testimonianza di carattere religioso, ma un probabile rimando indiretto al commercio via mare dei molesi nell’epoca d’oro della nostra città.

Giovedì sera, 5 settembre, in Via Di Vagno 86, sede della “Fabbrica del benessere”, è stato presentato il volume  Mola 1747, Panegirico dell’Addolorata” a cura degli Autori prof. Vito Didonna, che ha studiato e spiegato il manoscritto, e di Filippo Affatati, collezionista, che ha ritrovato il prezioso documento presso un antiquario di Trieste nel 2013.

Giangrazio Di Rutigliano ha moderato l’incontro, l’attrice Dolores Mangiolini ha letto alcuni brani dal libro e ha presenziato il presidente del Comitato Festa Patronale Vito Lucarelli, a rimarcare una presentazione inserita all’interno della programmazione per la festività dedicata alla patrona di Mola Maria SS. Addolorata.

L’attrice e autrice teatrale Dolores Mangiolini, legge alcuni brani del Panegirico

Il volume, con la prefazione di Giangrazio Di Rutigliano, è articolato nella storia del documento ritrovato da Filippo Affatati, nella trascrizione del documento, nella stampa del documento originale, scritto con calligrafia professionale, e in cenni alla storia della Chiesa della Maddalena e della Festa della Madonna Addolorata a Mola.

Un richiamo è anche riservato alle imbarcazioni mercantili utilizzate dalla marineria molese nel Settecento, al trabaccolo in particolare, con la specifica che il documento potrebbe essere stato trasportato a Trieste (dove è stato ritrovato) da armatori molesi che avevano scambi continui con i porti dell’Alto Adriatico, in particolare con Venezia e Trieste.

Cos’è il panegirico?

Nato nell’Antica Grecia e diffusosi presso la civiltà romana, in onore di personaggi pubblici, in epoca successiva indica soprattutto un discorso enfatico in lode di un santo o di un altro personaggio del culto cristiano.

Il “Panegirico dei dolori della Vergine recitato in Mola nella Chiesa della Maddalena nell’anno 1747“, costituisce un “mirabile esempio di eloquenza barocca e manieristica nell’esaltazione dei dolori dell’Addolorata, ispirandosi ai modelli del predicatore francesce Bossuet”, come spiega il prof. Didonna.

Il documento è composto da otto pagine, scritte a mano in un corsivo italiano leggibile, con l’utilizzo di una struttura sintattica latina.

Una delle pagine del Panegirico

Fu recitato da un predicatore ignoto, probabilmente francescano, davanti al pubblico che affollava la Chiesa della Maddalena in occasione della festività patronale, tra cui l’arciprete Sante Noya e Benedetto Vaaz, oltre ai confratelli dell’Addolorata.

Nel panegirico, articolato in tre parti (introduzione, orazione centrale e chiusura) vengono celebrati i sette dolori di Maria, i suoi spasimi, al cospetto della sofferenza e della morte di Cristo.

E il termine “spasimo”, comparendo nell’orazione per ben tredici volte rimanda, come ha spiegato il prof. Didonna, al culto della Madonna dello Spasimo, diffusosi anche nel Regno di Napoli, provenendo dalla Terrasanta, e approdato a Mola, dove, ancora oggi, è custodita la sua statua, in abito bianco (segno di lutto in Oriente), nella Chiesa della Purificazione di Piazza dei Mille, restaurata in epoca recente, come ha ricordato dal pubblico Benedetto Liotine, con una testimonianza personale.

La Madonna dello Spasimo nella Chiesa della Purificazione di Piazza dei Mille (foto Mola Libera, venerdi santo 2019)

Nell’ultima parte, il panegirico si sofferma nell’esaltazione del lavoro di restauro della Chiesa della Maddalena e consente di ricavare preziose informazioni sulle modalità del culto che i molesi dedicavano a metà del ‘700 alla Madonna Addolorata.

L’incontro tra il Cristo morto e la Madonna dello Spasimo davanti alla Chiesa della Purificazione, in Piazza dei Mille (foto Mola Libera, venerdì santo 2019)

Una venerazione che iniziò a caratterizzare innanzitutto la gente di mare: agli inizi del culto, erano infatti gli armatori e i marinai a portare in spalla la Madonna Addolorata.

I marinai molesi, portavano quella venerazione sui trabaccoli, le pandore e i piferi, cioè le imbarcazioni mercantili dell’epoca, che solcavano l’Adriatico per trasportare i prodotti della nostra terra (olio, olive, carrube, mandorle, grano) fino ai porti di Chioggia, Goro, Venezia, Trieste. E caricavano in quei porti legname, pece, metalli e altro materiale per la costruzione, il calafataggio e la manutenzione di quelle navi a vela.

Come ho già avuto modo di scrivere in un mio precedente articolo, dedicato alla prima presentazione del panegirico avvenuta lo scorso 20 marzo, il ritrovamento del documento da parte di Filippo Affatati presso un antiquario triestino non sembra affatto casuale.

Infatti, nel suo libro sulla marineria molese nel corso del ‘700 e dell’800 (“Mola, il porto e la sua marineria”), lo storico barese Pasquale Trizio dà notizia di commercianti molesi di olio per mare che avevano frequenti contatti con Trieste e che in quella città soggiornavano per vendere i prodotti agricoli provenienti da Mola sui trabaccoli, le pandore e i piferi.

Trizio parla anche di alcuni marinai molesi che, intorno alla metà del ‘700, si imbattono in un loro compaesano e marittimo, sulla banchina del porto di Trieste: egli spiega di essersi trasferito in quella città qualche anno prima. Inoltre, Trizio fa cenno ad un armatore molese accasatosi con una donna di Capodistria, città situata nei pressi di Trieste. E, ancora, documenta di un marinaio molese che chiede di essere cancellato dalle matricole della gente di mare di Mola perchè stabilitosi in via definitiva in Trieste.

QUANDO LA MARINERIA MOLESE COMMERCIAVA CON TRIESTE

Quindi, non è assolutamente improbabile che il panegirico abbia viaggiato via mare verso Trieste e che lì sia rimasto presso l’abitazione di qualche armatore o commerciante molese che in quella città abbia preso dimora stabile.

Insomma, un ritrovamento fortunoso, per gli strani giri che fa la Storia, apre un importante sfondo di storia e di vita molese a metà del ‘700, non solo per i fondamentali aspetti religiosi ma anche per l’economia e la società del nostro paese all’altezza di quei tempi.

Un periodo probabilmente tra i più fecondi della storia patria, tenuto conto che proprio a quel periodo risale la forte crescita economica di Mola, con i commerci via mare di derrate agricole, l’impianto diffuso di frantoi oleari, l’ingresso di forti capitali derivanti dalla trasformazione agricola e dal commercio che, non a caso, vide il sorgere dei più bei palazzi nobiliari e borghesi che ancora annoveriamo, come il Palazzo Roberti.

Una nobilità e una borghesia che non si vollero privare dell’arte, non solo nella costruzione di splendidi edifici, riccamente decorati e arricchiti da mirabili dipinti, ma anche in campo musicale.

Tant’è vero che proprio al 1747, anno di stesura del panegirico, risale la costruzione del celebre organo a canne Petrus de’ Simone, ancora oggi ospitato presso la Chiesa di Sant’Antonio, motivo di lustro per il nostro patrimonio culturale.

Insomma, il panegirico in onore della Madonna Addolorata apre nuovi scenari nella ricerca storica e della nostra identità, ancora tutti da esplorare.

Sarebbe oltremodo proficuo investire da parte dell’Amministrazione comunale in studi approfonditi legati a quel periodo e non solo.

Infatti, il riportare da parte degli storici Giuseppe Berlingerio e Salvatore Consiglio, nel loro recente libro sul nostro castello, di una preesistente cisterna di fattura altomedioevale (attestata dalla Soprintendenza ai Beni culturali) nel luogo che vide la costruzione del maniero angioino, riapre anche scenari molto interessanti, tutti da vagliare con animo scevro da tesi precostituite, sulla vera origine di Mola.

A tal proposito, non dovrebbero necessariamente considerarsi casuali, quanto meno in epoca medioevale, il ritrovamento della lapide di Agosmundus nella cripta della Chiesa Matrice (datata 1150) e, come da ritrovamenti e studi recenti di cui si è detto sopra, la presenza di una cisterna che, probabilmente, faceva parte di una “casa a torre alla marinara di epoca normanna”, quindi in periodo precedente alla fondazione (o più correttamente) alla rifondazione per opera di Carlo d’Angiò.

Durante la dominazione normanna, e successivamente in quella sveva, sulla costa molese potrebbe essere esistito un piccolo porto utilizzato per gli attraversamenti sulla sponda opposta dell’Adriatico e probabilmente per i viaggi in Terra Santa, come riferito dallo storico napoletano Pietro Giannone nella sua Storia civile del Regno di Napoli. Un porto con la probabile presenza di un nucleo abitato, forse distrutto a seguito di eventi bellici.

Ipotesi finora scartate da storici locali ma che, invece, avrebbero bisogno di maggiori e più puntuali e approfondite ricerche.

La presentazione del libro “Mola 1747 – Panegirico dell’Addolorata”. Da sinistra: Dolores Mangiolini, Giangrazio Di Rutigliano, Vito Didonna, Vito Lucarelli, Filippo Affatati

 

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