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IL PROF. SIMONE E L’ESPERIENZA DELLA MALATTIA: SENECA PER RITROVARE LA SERENITA’

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Il prof. Dino Simone racconta un non felice recente periodo della sua vita, segnato dalla malattia, per fortuna superata. E ci spiega come ha trovato la capacità di reagire attraverso la rilettura e la meditazione del “De tranquillitate animi” di Seneca.

di Dionisio (Dino) Simone

“Sta’ tranquillo”

Ho passato un lungo periodo in cui non sono stato bene fisicamente e psicologicamente, in cui mi è mancata  la tranquillità, la serenità.

“Sta’ tranquillo”, passerà tutto, continuava a ripetermi mio figlio Cristiano, un “luminare” nel campo della Genetica.

Sapevo che, solo riconquistando completamente la perduta “tranquillitas animi”, avrei ritrovato il mio equilibrio interiore e avrei potuto dedicarmi ai miei interessi, la lettura, la scrittura e riprendere a frequentare gli amici, le mostre, le presentazioni dei libri.

Per fortuna sono già in gran parte uscito dall’isolamento forzato, quasi un lockdown (o “confinamento”?, vocabolo che è stato proposto più volte dai linguisti, in sostituzione dell’anglismo), che nessuno mi aveva imposto.

Questo malessere, che durava da parecchio tempo, mi ha suggerito di rileggere il “De tranquillitate animi” di Seneca. Quale lettura, più appropriata, più utile per me del dialogo senecano?

Statua di Seneca a Cordova, sua città natale (Cordŭba, capitale dell’Hispania Ulterior o Baetica, odierna Andalusia)

Mi piace riportare il passo del testo (de tranq. I, 2) in cui sono presenti due aggettivi che meglio esprimono il mio stato d’animo di allora: “querulus” (lamentoso, lagnoso) e “morosus” (fastidioso, insofferente): «In statu ut non pessimo, ita maxime querulo et moroso positus sum: nec aegroto nec valeo» (Mi trovo in una disposizione d’animo quanto mai sgradevole che mi rende lagnoso e fastidioso: non sono malato, ma non sto neppure bene), dice Sereno, l’interlocutore di Seneca.

Anche la mia, come quella di Sereno, è stata una strana infirmitas, una malattia dell’animo oscillante fra due estremi: una condizione di smarrimento, dovuto alla solitudine e ai dolori che mi hanno perseguitato per tanto tempo, e l’esortazione, non solo del mio medico, ma di tutti, parenti e amici, a reagire, a convincermi di essere guarito.

Il problema di Sereno è filosofico: come comportarsi nell’otium epicureo, il mio è stato soprattutto psicologico, come uscire da quello stato di prostrazione, dovuto in parte anche al caldo torrido, all’afa che ci ha oppressi in questa estate fuori del comune.

Per tutti e due la soluzione è stato il raggiungimento della “tranquillitas animi”, ma la piena serenità è una difficile conquista, specie se si deve lottare contro le ansie, le paure.

La mia “malattia” consisteva soprattutto nella paura di non poter più vivere come  prima, soprattutto di non essere più indipendente.

Ecco le “fluctuationes” (oscillazioni) di Sereno: ama la vita semplice, la parsimonia, ma, pur abituato alla frugalità, è abbagliato dallo splendore del lusso; vorrebbe “in mediam ire rem publicam”, partecipare alla vita politica, per essere utile a tutti gli uomini, ma, di fronte alle prime avversità, pianta tutto e si ritira nella quiete privata.

Per quanto riguarda lo scrivere, è indeciso se comporre “saeculis duratura”, opere immortali, o limitarsi a qualcosa di semplice, solo per se stessi. Ama tanto i libri, ma si sente oppresso dal gran numero che ne ha in casa.                    

Seneca, nel suo intervento, paragona lo stato d’animo di Sereno a quello di un convalescente, che, uscito da una lunga e grave malattia, anche quando si è completamente ristabilito rimane inquieto e pieno di sospetti.

Per il filosofo, chi si trova in questa situazione è già guarito, ma deve ancora riabituarsi alla buona salute.

A Sereno basta un solo rimedio, la fiducia in se stesso, la volontà di non lasciare la strada giusta su cui si trova, di non smarrirsi, per conseguire l’imperturbabilità, la “euthymia” greca, la tranquillità, la serenità.

Tra i consigli che Seneca dà all’amico c’è anche quello di non seguire la moda, di non affannarsi a comprare libri, a riempire la casa di opere che in tutta la vita non riuscirà a leggere, che tolgono il piacere della lettura e della consultazione.

Ecco le parole che Seneca rivolge a Sereno (de tranq. XI, 4 e segg ), invitandolo ad avere un modum, una misura nell’acquisto di libri:  «Studiorum quoque, quae liberalissima impensa est, tamdiu rationem habet quamdiu modum. Quo innumerabiles libros et bibliothecas, quarum dominus vix tota vita indices perlegit? Onerat discentem turba, non instruit, multoque satius est paucis te auctoribus tradere quam errare per multos […] Sicut plerisque ignaris etiam puerilium litterarum libri non studiorum instrumenta, sed cenationum ornamenta sunt. Paretur itaque librorum quantum satis sit, nihil in apparatum […] Quid habes cur ignoscas homini armaria e citro atque ebore captanti, corpora conquirenti aut ignotorum auctorum aut improbatorum et inter tot milia librorum oscitanti, cui voluminum suorum frontes maxime placent titulique?  […] enim, inter balnearia et thermas, bibliotheca quoque ut necessarium domus ornamentum expolitur. Ignoscerem plane, si studiorum nimia cupidine erraretur; nunc ista conquisita, cum imaginibus suis discripta, sacrorum opera ingeniorum in speciem et cultum parietum comparantur».

(Pure le spese per gli studi, che sono le più nobili, devono essere oculate, non andare al di là delle nostre reali possibilità di lettura, perché non ha senso ammassare libri su libri e costruire intere biblioteche quando poi in tutta la vita si finisce col leggere a malapena i titoli delle opere. Una quantità di libri eccessiva è solo di peso, non istruisce, è meglio dedicarsi a pochi autori piuttosto che perdersi fra molti. […] Così fanno molte persone, che non conoscono l’abbiccì e tengono in casa i libri non quali strumenti di studio ma come ornamento nelle loro sale da pranzo. Compriamo dunque soltanto i libri che ci servono e non per metterli in mostra […]. Si può scusare un uomo che va acquistando librerie di cedro o di avorio, vi mette dentro le opere complete di autori sconosciuti o di scarso valore, e poi sbadiglia in mezzo a tutte quelle migliaia di volumi e si compiace solo dei frontespizi e dei titoli? […] Oggi una casa non è fine, non è alla moda, se oltre al bagno e alla stanza termale non ha anche una bella biblioteca. Ci passerei sopra se a questo lusso si accompagnasse uno sviscerato amore per lo studio, ma il fatto è che tutti questi libri, opere perlopiù di grandi ingegni, raccolti e bene allineati con accanto i ritratti dei loro autori, molto spesso sono comprati solo per figura, per abbellire le pareti). (Seneca, La serenità, cura e versione di Mario Scaffidi Abate, Newton Compton, 1993).

Dopo le ore buie, sono tornato a consultare i miei libri, a leggere, a scrivere.

Come tutte le case dei prof anche la mia è tappezzata di libri, ne ho dappertutto. Ovviamente, come dice Seneca, non li ho letti tutti, specie le enciclopedie, le grandi collezioni di classici di italiano, latino e greco, ma, anche se non li ho letti tutti, tutti mi sono cari, tutti sono passati dalle mie mani, tutti li ho consultati almeno una volta.

Sono contento di essere uscito dal malessere che mi teneva lontano da tutto, anche dai miei libri. Sono stati i miei compagni di tutta una vita, specie nelle ore di otium, ma anche, e soprattutto, necessari strumenti di lavoro.

Non dobbiamo far sì che l’eccessiva quantità di libri ci faccia perdere la nostra tranquillitas animi, i libri devono essere un sollievo per aiutarci a superare i momenti bui, non causa di afflizione perché non possiamo leggerli tutti.

Nonostante la profonda differenza tra la condizione di Sereno e la mia, ci ha accomunati il bisogno di non ondeggiare fra un timore e l’altro.

Per quanto mi riguarda, ho trovato in me la forza per reagire, anche se si alternano ancora nel mio animo sensazioni e convinzioni contraddittorie, soprattutto il timore di una ricaduta in uno stato di afflizione.

Ecco una piccola parte dei miei libri

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