La ricca povertà nella vita di Hrand Nazariantz, migliore dei propri versi. Piero Delfino Pesce pubblicava le sue opere per la casa editrice “Humanitas”.
“Chi ha conosciuto Hrand Nazariantz negli ultimi anni della vita, non ha conosciuto né il grande poeta né il grande patriota, ma solo un uomo stanco, deluso da tante avversità, dimenticato da tutti. Egli viveva quasi di elemosina; la sua casa era uno squallore…” così comincia il libro dedicato al Poeta Cosmogonico di Pasquale Sorrenti dal semplice titolo: “Nazariantz”.
E sulla povertà che spoglia l’uomo del necessario e lo mostra in tutta la sua fragilità; lo rende un’offesa per i bulbi oculari assetati solo di albe e tramonti, bisognerebbe fermarsi per ripensare a tutte le volte che apriamo il sacchetto delle monetine ingombranti e ne scegliamo qualcuna, la meno utile, per farla ricadere nel palmo di quel fastidio per i nostri giorni da favola e distrazioni.

E sento di condividere il titolo: “Fedele d’Amore”, lo stesso dato a un saggio uscito nel 2012 a cinquant’anni dalla sua morte, perché tale fu fino all’ultimo, nonostante le apparenze. Egli mostrò cosa sia la dignità e la fedeltà al suo percorso “Graalico” che lo fece calice di semplicità e pellegrino sulla piramide celeste.
Il Hrand fu per un “frammento di vita culturale pugliese” l’intellettuale armeno che molto contribuì alla conoscenza delle avanguardie del suo tempo.

Ed era un punto di riferimento nei caffè sul Corso dove si faceva letteratura, poesia che apre la mente e il cuore a correnti che sono ossigeno per l’animo.
L’esule armeno fu sacerdote della cultura, polo d’attrazione con i suoi chierici, artigiani del pensare, attorno ai tavolini tondi in estate e riflessi nei grandi specchi in inverno, tutti raccolti , impegnati a mettere a fuoco i versi e sogni per rendere la città e ogni luogo come un’ara sacrificale da dove, “il Grande Canto della Cosmica Tragedia” si potesse irradiare , aurea e simbolo di chi superando ogni realtà fenomenica celebra il tempio interiore volto ad armonia di sfere, asciugandosi e liberandosi di ogni falso ornamento, privilegiando per i suoi ricami lirici dei versi asciutti, essenziali, quelli che schiudono a grandi dimensioni e non portano a se stessi.
Altro che il poetastro delle “Solitudini Stellate”, i suoi “Sogni Crocefissi” sono espressione del suo ardore che lo fece aedo dell’Amore, della Luce che ha per confini solo Amore, tanto per citare il motto del movimento Gaalico! Il vate il cui inchiostro è unione di lacrime e sangue! Mi tornano in mente suoi versi celebri:
“L’esser soli al mondo
Soli vivere e senza focolare
… Camminare stancamente senza posa, ovunque estranei”
Nei quali si coglie l’epica radice, il lamento del compositore dei canti eroici, la tradizione dei trovieri che unisce il popolo con i propri versi amplificando, arricchendo in corali il riflesso d’identità.

E’ proprio del poeta l’arte di dar voce a tutta la realtà invisibile e incomprensibile. Il poeta si raccoglie davanti al tepore del cuore sul cui crogiolo versa la propria esperienza e il suo sentire per poi setacciare vocaboli, i più giusti per suono e forza evocativa, perché sappiano trasmettere con l’impeto del fulmine e tuono il palpito del vero.
La solitudine di Hrand Nazariantz è la solitudine di un popolo, ma si dovrebbe dire di tutti i popoli a cui è sottratta la terra e sono esuli.
Il nostro, fino all’ultimo incarnò il suo ideale di uomo di cultura secondo il quale il Poeta è spirito puro, pronto a subordinare la vita materiale alle supreme esigenze dell’Arte, per lui la poesia non è solo forma ma sostanza, pane condiviso nel quale riconoscersi fratelli, è cibo dolcissimo e profumato.
E’ cibo mistico scaldato al focolare cardiaco e in tavola fumante innalza colonne eteriche che si inanellano con l’alto svelando paradisiache visioni. La Poesia in Hrand è fatta di corde vibranti, sono versi simili a corde di una lira divina che egli porta con sé per le strade dei suoi inferni e giungere alla sua amata, la sua terra sommersa dal ferro, dal fuoco, pronta a riemergere battezzata nel lago di sangue e lacrime degli eroi e madri in attesa di contemplare la Speranza ne “Lo Specchio” dorato.

E’ il Nazariantz, l’Ulisse nel periplo della vita! E’ il Nazariantz l’Orfeo che attraversa l’inferno per la sua amata! E’ il Nazariantz che testimonia con la sua vita quale sia l’essenza del poeta, ovvero: “la propria vita migliore del verso che scrive. Le sue liriche sono musica silente, sono fontane per l’anima per chi si volge misticamente ad archi di cielo e tra bagliori di stelle decifra la via che volge a Oriente.
Nella Bari nuova dei primi del novecento, progettata come fosse una scacchiera, dove tutte le vie tendono al mare, ponte e fonte di vita per il commercio, i caffè dovevano essere l’attimo di pausa, la festa gratificante per il lavoratore con il senso degli affari e la figura dell’armeno che li trasforma in cenacoli letterari doveva apparire al quanto sospetta.
La sua presenza poteva andar bene per ricchi annoiati alla ricerca di distrazioni, ma era un pericoloso polo d’attrazione per le giovani generazioni ammaliate da tanta eloquenza, perciò non stupisce che tal presenza potesse apparire al quanto forviate per stili di vita pragmatica, altro che: “In quest’ora di fatale oscillazione dell’universo che distoglie l’umanità dai suoi veri fini e dalle sue auguste tradizioni, in quest’ora di disfacimento morale, si sente il bisogno irresistibile di lanciare un appello a tutti i fratelli di tutte le fedi che, malgrado le tenebre, sono rimasti gli apostoli… della Poesia”.
Per troppi quell’armeno era profeta di sventura, ma il suo richiamo interiore, il suo ardore per la Poesia che è telescopio, periscopio e microscopio per mirare la bellezza, generò proseliti, svecchiò quella cultura provinciale rinchiusa in circoli esclusivi allergici al nuovo.
Un uomo che apre a cieli immensi, risultò naturalmente inviso a chi preferisce rotte collaudate e tuttavia quei semi attecchirono e trovarono in M. A. Sinisi, G. Montella M. Pellecchia, D. Mastrini ed altri, proseliti che come gemme di primavera universale si fecero “Poeti della Via”.
E mi preme sottolineare, quanto quelle sensibilità attente all’Arte con semplicità contribuirono a tener accesa la fiaccola della Poesia e a diradare la tenebra dell’ignoranza con le loro fatiche.
In archivi di Conversano, accompagnato da Giulio Gigante, ebbi modo di visionare locandine e manifesti di conferenze, eventi culturali organizzati dalla “università popolare” e di ravvisare nei poeti della via la stessa forza di tanti “Cervelli” che non fuggivano altrove, ma per amore del bene comune univano le proprie energie per rendere magiche certe serate. Giulio, oramai incorniciato da una chioma bianca mi raccontava di come seppe dell’esistenza di Hrand Nazariantz e di quando lo vide per la prima volta nel reparto vecchi dell’ospedale del suo paese.

Le carte che ricevette dall’intellettuale armeno erano testimonianza di un impegno di fratellanza, calore umano che unisce; capacità di dialogare, creare ponti culturali sinceri. Ho sempre pensato che il poeta cosmogonico avesse molto da dire a questo tempo e sposato insieme a Carlo Coppola, con Diego Judice e tanti altri che si dovesse soffiare con forza su quei fogli, in sinergia, per dar lustro a un’eredità di molto valore che bene farebbe alla collettività.
In lui è coniugata la lirica di carattere politico/sociale e quella simbolista. Tutto il suo impegno divulgativo, rispondeva al bisogno di ridare all’Arte la dimensione universale, perciò non può stupire la sua vocazione cosmogonica e quando misi mano al lavoro per il teatro “Rosa Hrand…agio” desideravo far emergere la Rosa mistica, i grani del suo profumo che sublimano la dualità della materialità, certezza/Spiritualità, visionaria, frutto della contemplazione intesa non come astrazione ma come spirito della ricerca del principio cosmico che tutti ci raccoglie in un grembo d’immenso Amore. Rosa e in nome della Rosa che si schiude tra gli azzurri manti, senza inciampare nella pesantezza erudita che occlude il palpito del Profondo, ma emerge assetata di luce e di acqua, essenziali per dar germoglio a semi di rugiada, perle pure del rosario, fiori del sentire sui trasparenti riverberi solenni.
La creatività ha radici nella ricerca, nella scelta della cifra migliore per irrorare gli spiriti e innalzarli al riconoscere il bello, ma per quanto si affermi e si concordi col Hrand Nazariantz che la Letteratura non debba essere “cerebralismo sterile… dei fabbricanti di orpelli… dei giocolieri della parola”, perché “La Letteratura è espressione di civiltà, sostanza di esperienza e di giusti intenti, così come si evince dalla rivista, graalismo, per troppi l’ambizione e la speculazione e far Arte è mimetizzare la miseria del Cuore che invano può oscurare “Il ritorno dei Poeti”.
In certe notti insonni mi scopro a immaginare Hrand Nazariantz a Siracusa, nello studiolo della casa rossa a discutere con Enrico Cardile sul miglior modo di tradurre i suoi lavori per la casa editrice Humanitas di Piero Delfino Pesce, senza tradirne il senso o soffocare la musicalità, peggio svilire quel tono personale e profondo che fanno uniche le sue sillogi e arricchisce la nostra sensibilità occidentale.
Mi vien difficile pensare all’erudito armeno, al suo fervore col quale organizzava insieme a Tina Suglia, Giuseppe Laterza, Franco Casavola, serate futuriste al Piccinni con Marinetti e Cangiullo e, ripensarlo indigente, un mendicante d’Amore è incomprensibile se non avessi capito la sua Povertà come dimensione privilegiata dello spirito che si spoglia davanti al mondo di ogni maschera e libera da ogni filtro di falsità che impedisce all’occhio di coglierne consapevolmente la Splendida fragilità dell’essere, la regale caducità dell’uomo autentico come sentiero del monte Calvario che rese testimone di un’umanità nuova.
ECCO CHI E’ STATO HRAND NAZARIANTZ
di Carlo Coppola

Nazariantz era nato a Iskudar secondo alcuni documenti 1886, ma più probabilmente nel 1880 come sostengono tuttI i critici che si occuparono di lui prima della seconda guerra mondiale.
Studiò a Costantinopoli nel famoso collegio Berberian e in Europa, vivendo ora a Londra presso la famiglia Goldsmith e poi a Parigi.
Dopo una grave malattia del padre, già corrispondente commerciale dei Goldsmith di Londra, fece ritorno a casa per prendere le redini della fabbrica di ricami e tappeti. Contemporaneamente non volle trascurare i suo interessi letterari. Componimenti poetici brevi, stralci di lunghi poemi, traduzioni letterarie, interventi di critica, frammenti di corrispondenza apparvero a firma “Hrand Nazaryan” prima e “Hrand Nazariats” poi finché la versione definitiva del suo nome non divenne quella in caratteri latini “Hrand Nazariantz”.
Vari furono i tentativi di traduzione e di “versare” in lingua armena molti scrittori europei da Enrico Cardile a Grazia Deledda e Torquato Tasso, a Gian Pietro Lucini e Filippo Tommaso Marinetti, da Malcom MacLaren e Kostis Palamas a Émile Verhaeren. I suoi scritti destarono curiosità, quando non vero e proprio entusiasmo, tra alcuni tra i massimi scrittori armeni dell’epoca Daniel Varoujan, Padre Simon Eremian (detto Atrushian), Padre Arsen Ghazikian, Yenovk Armen.
Tanti furono anche i contrasti con alcuni dei suoi più cari amici Rouben Sevak, Costan Zaryan, Hagop Hoshakan solo per citarne alcuni, così venuto probabilmente a sapere di azioni che si preparavano contro di lui da parte del governo ottomano, a causa della sua presunta propaganda rivoluzionaria, Nazariantz decise di sposare l’attrice d’avanspettacolo e forse collaboratrice dei servizi segreti italiani Maddalena De Cosmis, originaria di Casamassima e trasferirsi in Italia. La sua intenzione era di sostare a Bari solo poco tempo, come si legge in alcune lettere e proseguire per qualcuna delle capitali della diaspora armena d’Europa: Venezia o le Fiandre o tornare magari a Londra e Parigi dove si era inizialmente formato.
Era la primavera del 1913 e si fermò a Bari. Qui diede vita al Comitato Pro Armenia cui aderirono alcuni dei nomi più illustri del panorama culturale italiano, come Giovanni Verga e Marinetti. Per vivere iniziò a insegnare inglese nelle scuole e lavorare come traduttore e impiegato per diverse ditte, impieghi saltuari.

Negli anni a venire, pubblicò le sue raccolte di saggistica e poesia a vari editori tra cui Laterza di Bari, Sonzogno di Milano e Battiato di Catania; incoraggiato da alcuni amici tra cui Piero Delfino Pesce dalla editrice Humanitas nel 1916 pubblicò raccolta di liriche I sogni crocefissi e nel 1920 Vahakn e Lo Specchio.
Sin dal suo arrivo a Bari aveva iniziato a lavorare alla realizzazione di un luogo dove far accogliere gli Armeni scampati ai soprusi e ai singolo pogrom prima e al genocidio del 1915 poi. Dopo l’incendio di Smirne la situazione per gli Armeni anatolici si era fatta ancora più tragica, così grazie a vari aiuti di internazionali filantropiche riuscì a far giungere a Bari circa un centinaio di persone e farle alloggiare provvisoriamente nel lanificio del suo amico ing. Lorenzo Valerio, in contrada Graziamonte, poi nel villaggio “Nor Arax”, dove gli Armeni eseguivano tutte le fasi di lavorazione dei tappeti orientali secondo tecniche armene e vivevano al contempo in una piccola Armenia alla periferia della città di Bari.
Anche Nazariantz visse a lungo nel “suo” villaggio Nor Arax dove nel frattempo gli Armeni avevano messo su famiglia ed era stata avviata pienamente la lavorazione manuale dei pregiati tappeti gestita attraverso varie società esterne di breve vita.
Vicino al regime fascista, che aveva letto inizialmente come un sogno di libertà contrario alle speculazioni economiche e al lobbismo dell’alta finanza, alla fine degli anni Trenta Nazariantz diventò un ardente oppositore ideale al regime e un frequentatore dei circoli antroposofici, in cui agivano anche Tommaso Fiore e i Laterza, Benedetto Croce ed esponenti del raffinato giornalismo antifascista barese. Tutto questo avveniva sotto lo sguardo delatorio delle spie dell’O.V.R.A. (il potente servizi segreto interno del regime).

Dopo aver collaborato attivamente alle trasmissioni culturali di RadioBari alla fine degli anni Quaranta, trovatosi in gravi condizioni di indigenza economica e malattia Nazariantz si trasferì prima a Conversano dove fu ospitato presso l’Ospedale Florenzo Jaja nel “Reparto Vecchi” quindi proprio a Conversano visse una nuova brevissima giovinezza intellettuale essendo stato posto al centro delle iniziative dell’Università Popolare con a capo da Giulio Gigante. Dopo questa breve parentesi tornò nell’oblio a Casamassima al seguito della seconda moglie la giovane Maria Lucarelli.
La sua produzione letteraria continuò a circolare in vari ambienti intellettuali e per poco non venne insignita del Premio Nobel della Letteratura.
Nel gennaio 1962 il poeta morì nel Policlino di Bari per i postumi di un ictus aggravate anche dalle condizioni di povertà in cui abitava.
Solo verso la fine degli anni Ottanta se ne tornò a parlare di lui e fu allora che l’Amministrazione Comunale, su suggerimento e iniziativa della famiglia Timurian, volle dedicare un’arteria la strada che fiancheggia l’ingresso secondario della Necropoli barese alla memoria di Hrand Nazariantz, facendo di lui la prima persona al mondo a riposare nella medesima strada che porta il suo nome.
A partire dai primi anni 2000 in nome di Hrand Nazariantz è risorto definitamente l’interesse per la cultura armena a Bari. Nel 2013 fu innalzata una Croce di Pietra (Khachkar) nel giardino antistante la casa del portuale Nazario Sauro sul lungomare Imperatore Augusto. La memoria degli Armeni di Bari e lo studio dell’intellettuale Nazariantz nel contesto della diaspora armena mondiale è preservato oggi dal Centro Studi “Hrand Nazariantz” di Bari e dall’Associazione Armeni Apulia.





Grazie, non conoscevo questo grandissimo Autore e mi sono innamorata di Lui leggendo la recensione eccelsa di Carlo Coppola. Ordinerò i suoi libri, al più presto e ne diffonderò la conoscenza.