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INTERVISTA A ROBERTO TALENTI, MOLESE, RICERCATORE EUROPEO: “GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI PEGGIORANO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. MA IL DIRITTO EUROPEO NON SEMBRA ANDARE NELLA GIUSTA DIREZIONE”

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Roberto Talenti, concittadino molese e ricercatore in diritto europeo e della sostenibilità, ha recentemente conseguito un dottorato di ricerca presso la prestigiosa Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Considerata la rilevanza dei temi di cui si occupa e la sua recente proposta di collaborare, occasionalmente, con Mola Libera, lo abbiamo intervistato.

“Roberto, anzitutto, potresti spiegare cos’è un dottorato di ricerca e in cosa consiste, soprattutto nelle discipline sociali?”

«Il dottorato è, in sostanza, il più alto titolo di studio riconosciuto in ambito universitario. Si può intraprendere dopo la laurea magistrale e si distingue dagli altri percorsi per due motivi principali: in genere è retribuito, tramite fondi pubblici o, sempre più spesso, privati, e sostituisce la frequenza tradizionale dei corsi con attività di studio e ricerca autonoma.

Il compito del dottorando (o della dottoranda) è sviluppare un progetto che contribuisca al sapere e, possibilmente, alla società. Nell’immaginario collettivo il ricercatore è spesso visto come una persona in camice bianco, circondata da provette. In effetti, molti lavorano nelle cosiddette “scienze dure”: chimica, biologia, fisica, matematica, ma anche applicate, quali ingegneria, farmacia e medicina.

Esistono però anche ricercatori che passano le giornate a fare interviste, sondaggi, a studiare archivi, testi antichi, documenti legali o opere teoriche. È il caso delle scienze umane e sociali, tra cui troviamo, tra le altre, filologia, filosofia, economia, diritto, scienze politiche. Io appartengo a questo secondo gruppo.

La ricerca sociale ha innanzitutto un compito: ricordarci che la società in cui viviamo non è l’unica possibile. Serve a evidenziarne i limiti, a individuarne le cause e, quando possibile, a proporre soluzioni. Quanto è equilibrato il rapporto tra lavoro e tempo libero? Perché, nonostante le conoscenze sul cambiamento climatico, non esiste ancora un sistema normativo internazionale davvero efficace? Come garantire l’indipendenza della magistratura dal potere politico? (Domanda particolarmente rilevante in questo periodo, pre-referendum). Sono solo alcuni esempi dei temi che affrontiamo ogni giorno.»


“Di cosa si occupa la tua ricerca e perché ritieni importante comunicarne i contenuti?”

«Il mio lavoro si concentra sull’efficacia delle norme europee sul cambiamento climatico, in particolare nel settore della produzione e del consumo di alimenti di origine animale. I dati scientifici (scienze dure, appunto) mostrano che, pur fornendo meno di un quarto del fabbisogno calorico europeo, gli alimenti di origine animale generano oltre l’80% delle emissioni agricole di gas serra e occupano più di due terzi dei terreni coltivati.

Ho quindi analizzato il quadro normativo per capire se stia davvero contribuendo a ridurre queste emissioni. Il tema è centrale, soprattutto perché dal 2021 l’Unione Europea ha assunto l’obiettivo vincolante della neutralità climatica entro il 2050.

I risultati delle mie ricerche però sono preoccupanti: l’UE e i principali Paesi produttori, Italia in testa, non hanno costruito un sistema adeguato. Al contrario, fondi pubblici, come quelli della Politica Agricola Comune, continuano a sostenere l’allevamento intensivo, aumentando artificialmente la redditività del settore e aggravando il degrado ambientale.

Se incrociamo questi dati con i report dello European Advisory Board on Climate Change, emerge che l’Europa rischia seriamente di non rispettare i propri impegni. Le conseguenze sarebbero un clima più instabile, ecosistemi fragili, crisi alimentari, povertà e migrazioni.

A questo punto mi sono chiesto: se questo sistema è dannoso per l’ambiente e per il clima, a chi conviene davvero mantenerlo? Ho cercato di capirlo analizzando anche gli effetti sulla salute umana e sulla giustizia globale.

Da un lato, è ormai evidente che in Europa consumiamo troppi alimenti di origine animale: in media, il consumo di carne e derivati è circa il doppio rispetto alle linee guida nutrizionali nazionali. Questo contribuisce alla diffusione di malattie croniche e peggiora la qualità complessiva delle nostre diete, invece di migliorarla.

Dall’altro, questo modello non aiuta affatto a contrastare problemi globali quali la fame nel mondo. Al contrario, una parte significativa della produzione europea viene esternalizzata nei Paesi del Sud globale, dove intere comunità perdono spesso casa, lavoro e accesso al cibo. Accade perché governi compiacenti e grandi aziende favoriscono l’espropriazione delle terre, il cosiddetto “land grabbing”, per destinare enormi superfici alla produzione destinata ai mercati europei.

Mi sono anche accertato che il sistema non migliora neppure il benessere degli agricoltori. Solo un quinto degli agricoltori europei è impegnato nella produzione zootecnica, eppure l’80% dei fondi della PAC (oltre 380 miliardi di euro tra il 2023 e il 2027) viene assegnato agli allevatori. Questo significa che la maggioranza degli agricoltori riceve risorse limitate, mentre pochi grandi operatori concentrano gran parte dei benefici, senza che ciò produca vantaggi reali per la collettività.

A trarne vantaggio, dimostrerebbe la mia ricerca, sono soprattutto i grandi allevatori industriali e la grande distribuzione. Attraverso lobby ben organizzate, come Confagricoltura in Italia e Copa-Cogeca a Bruxelles, riescono a presentare i propri interessi come quelli di tutto il settore, scaricando la colpa della crisi sulle norme ambientali.

Eppure, come sottolineato in una lettera scritta dal Dr. Guy Pe’er, e firmata da più di 3.000 scienziati, proteggere e ripristinare la natura è essenziale per garantire la produzione futura e la sicurezza alimentare. L’attuale modello è costoso per la società e insostenibile nel lungo periodo.

Il mio tema di ricerca riguarda tutti. Non solo perché tocca salute, ambiente e stabilità sociale, ma anche perché ignorarlo è segno di una democrazia fragile. In un continente dove il 10% della popolazione vive in insicurezza alimentare, usare oltre due terzi delle terre per produrre un cibo “inefficiente” è il sintomo di una crisi profonda.

Non c’è democrazia senza cittadini informati. È giusto sapere che fondi pubblici finiscono spesso per arricchire pochi grandi gruppi, a discapito della natura, della salute e dei salari agricoli. Così perdiamo sostenibilità, equità e partecipazione. E perdiamo democrazia.»


“Queste tematiche sembrano poco presenti nel dibattito politico italiano. È anche per questo che hai deciso di collaborare con Mola Libera?”

«Credo che per troppo tempo la ricerca universitaria abbia parlato solo a sé stessa. Negli ultimi anni si è aperta a governi e aziende, non sempre con buoni risultati, ma ha continuato a dialogare poco con i cittadini.

Dal mio punto di vista, comunicare la ricerca è un dovere morale. I fondi pubblici destinati all’Università, d’altronde, sono dei contribuenti e dovrebbero tornare alla collettività sotto forma di conoscenza e benefici concreti. Non basta tenere lezioni o scrivere libri destinati a pochi.

Grandi divulgatrici e divulgatori come Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Alessandro Barbero e Ilaria Capua dimostrano quanto la ricerca possa arricchire la società, se condivisa. Allo stesso tempo, mostrano quanto ancora sia insufficiente l’impegno delle università nella divulgazione.

Negli ultimi anni si è affermato un modello di “università-azienda”, che premia chi pubblica di più o vince più progetti, non chi dialoga con i cittadini. È la stessa logica di competizione e mercificazione che ritroviamo anche nei sistemi alimentari.

In questo contesto, provare a fare divulgazione è il minimo. Fortunatamente, sempre più ricercatori stanno prendendo coscienza di questa responsabilità. Vorrei essere uno di loro.

Detto ciò, i motivi per cui collaborare con Mola Libera sono principalmente due. Il primo è l’indipendenza. Non condivido quanto scritto in ogni articolo pubblicato su questa piattaforma, e va bene così: questo è pluralismo. Un pluralismo che, però, nei grandi giornali viene spesso indebolito. Come spiegava Noam Chomsky (figura ad oggi più controversa che mai, e a merito) nel suo celebre Manufacturing Consent, nei grandi media l’indipendenza è spesso compromessa da fattori quali la proprietà e la pubblicità.

Da un lato, molti giornali sono ormai vere e proprie aziende inserite in grandi conglomerati economici, il cui obiettivo principale è il profitto. In questo contesto, difficilmente un quotidiano metterà in discussione gli interessi del gruppo di cui fa parte. Dall’altro lato, gli inserzionisti rappresentano una delle principali fonti di finanziamento e, di conseguenza, possono influenzare temi, linguaggi e modalità del dibattito pubblico.

Il risultato è un’informazione spesso più attenta agli equilibri economici che al diritto dei cittadini a essere pienamente informati.

Il secondo motivo è che si tratta di un giornale locale. Come tanti, a diciotto anni ho lasciato Mola per studiare. È stato un privilegio, un dono della fortuna. Oggi, poter condividere con la mia comunità di origine i risultati del mio lavoro mi sembra un modo, piccolo ma sincero, per restituire qualcosa.

È un modo per condividere, arricchire e rafforzare una cittadinanza a cui resto profondamente legato.»

Per seguire i contenuti di Roberto, si possono consultare il profilo Linkedin, Instagram, o ResearchGate.

Roberto Talenti

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