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IPAZIA, DONNA SAPIENTE UCCISA DAL FANATISMO RELIGIOSO

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Il pensiero classico è fonte di insegnamento e di orientamento in questa complessa e cangiante epoca digitale. Il prof. Simone tratteggia con grande efficacia la storia e la morte di Ipazia, diventata un’icona della resistenza ad ogni fanatismo e in epoca contemporanea un simbolo del femminismo.

di Dino Simone

“Ipazia  fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica. Fu bellissima e amata dai suoi discepoli. Fu fonte di scandalo e oracolo di moderazione. Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa. Della sua vita si è detto di tutto, ma ancor più della sua morte.”

(Silvia Ronchey)

Ipazia è stata una delle figure più influenti della cultura alessandrina tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C.

Il nome Hypatia, datole dal padre, il matematico Teone di Alessandria, significa “alta, suprema, eccellente”, un nome augurale (nomen est omen, dicevano i latini), e  Ipazia fu davvero un’eccellenza in tutti i campi: è stata matematica, astronoma e filosofa neoplatonica.

Massacrata da una folla di cristiani inferociti, per la sua tragica fine è diventata un’icona della resistenza ad ogni fanatismo e in epoca contemporanea un simbolo del femminismo.

Giovanna d’Arco, miniatura

Mille anni dopo, nel 1431, si ripropone lo stesso accanimento nei confronti di una donna eccezionale, Giovanna D’Arco, condannata a morire sul rogo con l’accusa di essere una strega e un’eretica, solo perché sosteneva di sentire delle “voci divine”  che le indicavano qual era la sua missione: scendere in campo e difendere la sua patria dagli Inglesi. Lo fece con grande eroismo e coraggio, contro tutto e tutti. Fu ridicolizzata e derisa più volte, soprattutto per il suo essere donna. Nonostante i successi militari e l’amore che il popolo nutriva per lei, fu tradita e venduta agli Inglesi e  sottoposta ad un lungo processo, al termine del quale fu arsa viva.

Ma mentre Giovanna d’Arco è stata proclamata santa dalla Chiesa cattolica, nel caso di Ipazia lo è stato il responsabile della sua morte, il vescovo Cirillo.

Gli scritti di Ipazia sono andati perduti ed è difficile ricostruirne il pensiero: sono le testimonianze dei suoi contemporanei a darci notizie della sua fama. Sinesio  di Cirene, suo discepolo e futuro vescovo di Tolemaide, la chiama “madre, sorella, maestra e benefattrice”, e le fonti la ritraggono come una scienziata e filosofa che partecipa attivamente alla vita politica:

Ipazia – Raffaello, Scuola di Atene

“Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”. (Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica VII , 15).

Su di lei esiste una copiosissima letteratura e in tutti questi secoli sul suo conto sono fiorite molte leggende, ma  Ipazia deve la fama di cui gode soprattutto alla sua tragica morte, che però va contestualizzata in quella che era una caratteristica della città di Alessandria in quei tempi, il frequente ricorso alla violenza e ai tumulti da parte dei suoi abitanti.

Cirillo di Alessandria

Ma se di certo si sa poco della sua vita, non mancano i dettagli sulla sua morte, anche se spesso in contrasto fra loro.

Il 415 d. C sembra la data più sicura del suo brutale assassinio, anche se non se ne conoscono esattamente le modalità. La fonte più citata è l’Historia Ecclesiastica  di Socrate Scolastico, autore cristiano del V secolo, che, nel libro VII, parla sia di Ipazia sia della lotta al paganesimo del vescovo di Alessandria Cirillo.  

La data di nascita di Ipazia oscilla, invece, fra il 355 e il 370, quindi la filosofa sarebbe stata uccisa non a  quarantacinque anni, ma  tra i cinquanta e i sessanta, per quei tempi ormai “anziana”. Lo conferma il termine usato dal Lessico Suda (un’enciclopedia del X secolo, scritta in greco bizantino): il neutro to gynaion, “ l’anziana donna”, invece del femminile ē gynē, “la donna”.

 La diffusa datazione della nascita di Ipazia attorno al 370 può dipendere, più che dalle fonti storiche, dal desiderio di alcuni contemporanei di considerarla (relativamente) giovane e bella al momento della morte.

E appunto alta, giovane, nuda, bianca come la neve la raffigura, mentre viene aggredita in chiesa davanti all’altare, il pittore Charles W. Mitchell,  nel dipinto La morte di Ipazia (del 1885), che si ispira ad un noto romanzo inglese scritto a metà dell’Ottocento.

La morte di Ipazia, di Charles William Mitchell

Nata e vissuta in una delle città più importanti dell’Impero romano, che in quel tempo era al centro del delicato passaggio dal paganesimo al cristianesimo, Ipazia, con le sue dottrine ed il suo insegnamento era il simbolo di un paganesimo ancora esistente, ma che andava svanendo, mentre il cristianesimo niceno era diventato la religione unica e obbligatoria dello stato, per effetto dell’editto di Tessalonica,  promulgato nel 380 dall’imperatore Teodosio, che, alla sua morte (395), divise l’Impero tra i due figli, assegnando l’Occidente a Onorio, l’Oriente ad Arcadio.

Antagonista e detrattore di Ipazia è stato il vescovo Cirillo, la cui responsabilità nell’assassinio della filosofa  emergerebbe dalle fonti antiche, come ritiene lo storico e filologo Luciano Canfora, che lo considera il mandante. Vescovo di Alessandria, Cirillo adoperò il “pugno di ferro” nella cacciata degli Ebrei dalla città, guidando personalmente l’assalto alle sinagoghe.

L’attrito del vescovo con il prefetto d’Egitto Oreste, che nutriva deferenza nei confronti di Ipazia, fu all’origine dell’uccisione della donna, accusata dal clero di influenzare il prefetto in senso ostile al vescovo. La sua casa, frequentata dal prefetto Oreste, era diventata il ritrovo degli ingegni più eletti.

Dopo aver ricevuto nelle scienze matematiche e filosofiche un’eccellente istruzione, Ipazia aveva cominciato a insegnare per le strade della città, indossando il mantello (generalmente logoro)  dei filosofi , il trìbōn; predicava il platonismo e otteneva un grande successo grazie al suo fascino personale. Aveva scelto di restare vergine, pur essendo molto avvenente e amata dai suoi discepoli, era venerata da tutta la città, ma i cristiani fanatici furono causa della sua rovina.

Dalla Storia Ecclesiatica di Socrate Scolastico risulta che nel marzo del 415 un gruppo di cristiani, guidati dal lettore (anagnostēs) Pietro, sorprese Ipazia mentre ritornava a casa, la tirò giù dalla lettiga, la trascinò nella chiesa costruita sul Cesareion e la uccise brutalmente, scorticandola fino alle ossa, ostràkois, con “gusci di ostriche” (ma il termine era usato anche per indicare le tegole o i cocci, che un tempo ad Atene servivano per incidervi i nomi delle persone da condannare all’ “ostracismo”, all’esilio), la fece a pezzi e portò  i resti in un luogo detto Cinarion, dove furono bruciati.

“Tale fatto comportò una non piccola ignominia sia a Cirillo sia alla Chiesa alessandrina. Infatti dalle istituzioni dei cristiani sono totalmente estranee le stragi e le lotte e tutte le cose di tal fatta”. (Socrate, op. cit., VII,  15).

Circa l’identità degli assalitori, sebbene nessuna fonte li indichi con precisione, alcuni studiosi li identificano con i parabalani (dal verbo greco parabàllō, “esporsi al pericolo”,“rischiare la vita”), membri di una setta che nella Chiesa delle origini si dedicavano alla cura dei malati, specie degli appestati, e alla sepoltura dei morti, sperando così di morire per Cristo. Oltre che svolgere opere di misericordia, è opinione diffusa tra gli studiosi che costituissero una sorta di milizia personale del vescovo, la sua “guardia del corpo”: appare verosimile che, nel turbolento contesto dell’Alessandria del IV e V secolo,  il vescovo niceno (cioè cattolico) cercasse di salvaguardare la propria incolumità.

L’inchiesta per l’uccisione di Ipazia si risolse con un nulla di fatto, perché i temuti parabalani, che erano stati posti sotto l’autorità del prefetto, con un’ordinanza imperiale vennero di nuovo affidati al vescovo di Alessandria, che  era ancora Cirillo.

La versione dei fatti di Socrate Scolastico è considerata una versione “cristiana moderata”, in accordo con il punto di vista dell’Impero bizantino.

 Invece la versione “cristiana radicale” dei fatti è stata tramandata nel  secolo VII dal vescovo Giovanni di Nikiu, che si allineava alle posizioni della Chiesa copta, favorevole a Cirillo. Secondo Giovanni di Nikiu, Ipazia era da considerare una strega e la sua eliminazione era un titolo di merito per il vescovo Cirillo di Alessandria.

”Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo, perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi. Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un’alta sedia. Avendola fatta scendere, la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì, quindi bruciarono il suo corpo in un luogo chiamato Cinaron. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo esaltarono perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città”. (Giovanni di Nikiu, Cronaca).

 

Cent’anni dopo i fatti, il filosofo pagano Damascio indica nell’invidia (phthònos) di Cirillo per l’autorevolezza di Ipazia la ragione del linciaggio, che sarebbe stato da lui stesso organizzato e ordinato, ma, che la causa scatenante di tutto fosse l’invidia, appare aneddotica e leggendaria: improbabile che il vescovo della città non fosse già a conoscenza della fama e del successo della filosofa. Cirillo sarebbe stato esasperato alla vista della folla che si accalcava davanti alla porta di Ipazia per la “salutatio matutina”: a quel punto tramò la sua uccisione.

Damascio, che pure considera Ipazia “inferiore in quanto donna” e quindi inadatta alla filosofia, la giudicava pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni: tutta la città l’amava e la ossequiava  grandemente e i capi, ogni volta che dovevano affrontare questioni pubbliche importanti, erano soliti recarsi prima da lei.

In diversi scritti, e poi nella Storia della letteratura greca, Luciano Canfora ha ribadito la colpevolezza del vescovo Cirillo. Per lui non ci sono dubbi: il mandante dell’uccisione di Ipazia fu Cirillo.

Secondo Silvia Ronchey, autrice del bel libro IPAZIA. La vera storia, Edizione Mondolibri, Milano 2010, una delle opere più recenti e complete su Ipazia, il contrasto fra Cirillo e Ipazia non è un conflitto fra religione e filosofia; è un contrasto politico, tra il potere statale, personificato in Oreste e quello religioso di Cirillo.

Per Damascio  Cirillo “si rose a tal punto nell’anima che tramò l’uccisione di Ipazia, in modo che avvenisse il più presto possibile”. Il resoconto dell’assassinio assai dettagliato porta l’accento sulla causa politica del crimine: la convinzione, molto diffusa,  nel clero di Alessandria e condivisa anche da Cirillo, dell’influenza di Ipazia sul prefetto d’Egitto Oreste. La decisione di eliminare Ipazia nasce dunque dalla persuasione del pericolo da lei rappresentato in una città inquieta ed importante come Alessandria.

 Secondo l’Enciclopedia Cattolica (s.v. Cirillo), invece, non si può imputare con certezza a Cirillo questo assassinio, nonostante le insinuazioni di Socrate, il quale non è imparziale. Le posizioni degli studiosi sono variegate: gli storici più attenti alle fonti negano che vi sia un collegamento diretto tra Cirillo e gli assassini di Ipazia, mentre quelli laicisti lo affermano con una certezza che non trova fondamento nei documenti storici, raffigurando Cirillo come una sorta di radicale e violento fondamentalista cristiano, che, se non diede l’ordine di morte, ne fu la causa indiretta, per aver creato tensioni in città.

Il sacrificio di Ipazia è uno smembramento rituale, basti pensare alle Baccanti di Euripide. Che la morte di Ipazia sia avvenuta per smembramento, che cioè sia stata fatta a pezzi, si può ritenere verosimile. Questo tipo di morte era riservato in particolare ai colpevoli di stregoneria o magia, e, secondo la testimonianza di  Giovanni di Nikiu, Ipazia era considerata una strega.

Che invece Ipazia sia stata “solo” scorticata viva, con un supplizio riservato nell’antichità ai grandi eretici, sembrerebbe suggerito dal tipo di lame a disposizione dei sacrificatori: ostraka, “conchiglie taglienti” ma anche cocci aguzzi. Non meraviglia che il cristianesimo dei parabalani fosse inquinato da simili elementi di ferocia.                                                                                                     

Tra le varie indicazioni, gli studiosi contemporanei accettano per lo più, come suggerito dalla fonte più antica (Socrate), la data di morte al 415  e la modalità dell’omicidio con spogliazione (forse per una macabra parodia del rito battesimale), massacro con cocci (o anche tegole o conchiglie), seguito da cremazione. Controversa è l’identificazione degli omicidi. Le fonti forniscono informazioni discordanti anche per quanto riguarda il numero degli assassini: il gruppo di pochi fanatici citato da Socrate diventa nelle fonti successive una grande moltitudine, per un’amplificazione tipica della trasmissione delle leggende.

Le fonti sono invece concordi nel riferire che, sebbene fosse una donna, Ipazia aveva un grande ascendente sui capi della città di Alessandria, in particolare sul governatore Oreste.

Tuttavia della vera Ipazia , nonostante tutta la letteratura sul suo conto, continuiamo a sapere ben poco.

Soprattutto dall’illuminismo in poi Ipazia è diventata il simbolo della libertà di pensiero, anche se con distorsioni e deformazioni, e la sua storia è stata attualizzata e adattata ai tempi.

A partire dall’epoca moderna, la vicenda di Ipazia ha ispirato nel corso dei secoli poeti, scrittori ed artisti, fino a fare di lei un mito e un simbolo, soprattutto in ambienti laicisti e anticristiani.

Durante l’Illuminismo francese, Ipazia viene citata nella celebre Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1755), dove è scritto che fu fatta uccidere da Cirillo, un uomo “imperioso e violento”.

L’opera più nota e diffusa sull’argomento è il romanzo Ipazia, nuovi nemici con vecchie facce (1853), dell’anglicano Charles Kingsley, che è stato definito “un condensato di erotismo sadico”, opera di “un chierico perverso”.

Recentemente sono state pubblicate in Italia altre opere romanzate dedicate a Ipazia, nelle quali è ricorrente un’esaltazione apologetica della sua figura e un talvolta macabro e morboso interesse per la sua tragica fine.

Nel film Agorà, del regista Alejandro Amenábar, uscito nelle sale italiane nel 2010, dove Ipazia è interpretata dall’attrice Rachel Weisz, la ricostruzione degli ultimi anni di vita e della tragica morte della filosofa è stata tratta dal testo di Socrate Scolastico, al quale però gli autori hanno aggiunto elementi romanzeschi e fatti non realmente accaduti:

  1. a) nel 415 d.C, anno in cui sono ambientati i fatti, la filosofa non è più una donna giovane, come è l’attrice, ma doveva avere più di sessant’anni;
  2. b) anche se Ipazia aveva un grande ascendente sul governatore Oreste, non vi sono indicazioni che tra i due vi fosse un qualche legame affettivo, né che Oreste fosse stato un suo discepolo;
  3. c) il vescovo Cirillo nel film accusa direttamente Ipazia di stregoneria, imponendo al prefetto Oreste di accettare questa condanna ed istigando poi i parabalani ad ucciderla. In realtà non c’è stata un’accusa diretta contro la donna, sembra invece che la morte della filosofa sia dovuta ai non buoni rapporti tra il vescovo ed il prefetto Oreste, sia per il diverso atteggiamento nei confronti degli Ebrei, sia per l’idea del vescovo che la conversione del prefetto al cristianesimo fosse “finta” e dovuta a fini politici;
  4. d) la morte di Ipazia non è dovuta direttamente al vescovo, ma nasce dal clima di tensione che lui stesso ha contribuito a creare tra cristiani e pagani.

Proprio perché su Ipazia i pareri sono discordanti, mi piace  concludere queste note con le parole della Ronchey, che condivido in pieno:

“Su un punto non si può non essere concordi: a qualunque cosa Ipazia sia somigliata di più, a una studiosa o a una sacerdotessa…; che sia stata giovane o no, che abbia fatto o no davvero innamorare i suoi allievi… ; che l’insegnamento iniziatico da lei impartito con tanto successo … offrisse o no la rivelazione che a un livello alto la teologia platonica inglobava quella cristiana… ; che sia stata risoluta nello sbarrare il passo all’ingerenza della chiesa nello stato … o che la sua morte sia stata solo un incidente dovuto al subitaneo isterismo di un influente prelato cristiano [Cirillo] ottenebrato dall’emulazione e dall’ambizione…; in ogni caso ogni volta che nella storia si ripropone il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, una cosa è certa: siamo e saremo dalla parte di Ipazia” ( S. Ronchey, op. cit. , pag 193).

Rachel Weisz nel film Agorà

 

 

 

 

 

 

 

 

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