La scrittrice Tinta Anna Valentini ripercorre il grande successo televisivo della fiction RAI “La compagnia del cigno”, mirabilmente sceneggiata dall’autore napoletano Ivan Cotroneo.
di Tinta Anna Valentini

Apro una lunga parentesi: io adoro Ivan Cotroneo!
E’ dal lontano 2005, da quando ho letto il suo libro “Cronaca di un disamore” che non ho smesso più di seguire questo ottimo autore e sceneggiatore napoletano.
All’epoca era ancora poco noto ai più e quando, dopo aver recuperato il suo indirizzo di posta elettronica personale, gli scrissi una mail in merito suo libro – che tanto mi aveva toccato -. Mi rispose subito, in maniera molto cordiale.

Gli inviai alcune mie poesie e lui mi disse che, per quanto potesse valere il suo modesto parere, avrei dovuto continuare a scrivere.
Pertanto è un po’ colpa sua se sono ancora qui. Se continuo a spacciarmi per una scrittrice. Sfortunatamente di questo scambio di mail non c’è più traccia (internet maledetto!), ma tanto vi dovevo anche per giustificare la mia adorazione per l’autore in questione.
Chiusa la parentesi, posso dichiarare di essere di parte quando devo esprimere un parere su un’opera o una sceneggiatura di Ivan Cotroneo. Ma non temo alcuna smentita quando affermo che, senza dubbio, le fiction da lui sceneggiate sono le più interessanti e non omologate tra tutte quelle prodotte e realizzate dalla Rai.
Basti pensare all’atmosfera pop di “Tutti pazzi per amore”, andata in onda più di dieci anni fa, che trattava l’argomento delle famiglie-molto-allargate o “Sirene”, in cui la presenza di questi affascinanti personaggi leggendari è il pretesto per parlare di accettazione e diversità.
Tema, quest’ultimo, molto caro a Cotroneo che, nelle sue sceneggiature, introduce sempre un protagonista fuori dagli schemi o coglie l’occasione per affrontare argomenti legati all’universo LGBT, che si tratti della maternità vissuta da una coppia fromata da due donne (come in “E’ arrivata la felicità”) o la questione dell’affido di minori ai single o coppie omosessuali, come nella fiction di cui sto per parlare.
Innovativa per temi e contenuti “La compagnia del cigno”, giunta alla seconda stagione, si discosta completamente da altri prodotti televisivi, figliastri e brutte copie di Montalbano, in cui se non ci sono commissari/poliziotti/assassini/morti ammazzati non c’è audience.

Tempo fa su Facebook registi e autori pugliesi dibattevano proprio su questo: sulla standardizzazione dei contenuti delle fiction italiane in cui, pur di non rischiare il flop, si rasenta la prevedibilità.
Non così nell’opera di Ivan Cotroneo, qui anche in veste di regista.
Con il Conservatorio di Milano come palcoscenico ideale e reale, “La compagnia del cigno” ha il pregio di avvicinarci al mondo della musica classica ed è interpretata da giovani protagonisti, la maggior parte dei quali musicisti anche al di là dalla finzione scenica.
Ma i temi trattati non sono solo quelli connessi alle dinamiche proprie di un ambiente altamente performante e esigente come quello della musica ” alta”, in cui confronti e scontri, ambizioni e invidie sono all’ordine del giorno, ma quelle alla crescita personale degli allievi, in quanto individui traghettati verso l’età adulta.
Se nella prima stagione la musica e l’amicizia tra i sette personaggi principali era il tema fulcro della fiction, l’attenzione adesso si sposta sulla loro crescita come uomini e donne, con tutte le complessità e difficoltà del caso. Uomini e donne che devono ritagliare il loro posto nella società e dare senso e spessore alla vita quotidiana.
Matteo (Leonardo Mazzarotto), non è più il ragazzo venuto dalla provincia post-terremoto che deve inserirsi nella grande città e in una nuova realtà, superando traumi familiari e personali, anche grazie all’aiuto dello zio ( Alessandro Roia).
Con la sua ragazza, Sofia (Chiara Pia Aurora) si trova di fronte a una scelta adulta: diventare o meno genitori, condividere le conseguenze di una gravidanza imprevista, frutto di un unico rapporto non protetto e rinunciare- forse- alle proprie ambizioni artistiche. Sara (Hildegard De Stefano), violinista non vedente, s’innamora per la prima volta e lascia cadere la corazza che si è cucita addosso per non soffrire. Niente più avventure di una notte e senza impegno, per provare a costruire un rapporto più solido e scoprire che, quando si è persone complicate, tutto è meno lineare di ciò che sembra. Anche in amore.
Robbo (Ario Nikolaus Roi) scende dalle nuvole e prova -anche lui- l’ebbrezza del primo innamoramento e della prima esperienza sessuale. Ma anche della prima ubriacatura, della prima trasgressione, della sua prima scelta contraria ai dettami materni. Capirà, però, ben presto che essere grandi vuol dire anche accettare dei compromessi o rinunciare ad essi, col rischio di perdere ciò a cui si tiene di più.
Il passo più grande di Rosario (Francesco Tozzi) sarà quello di cercare il padre biologico mai conosciuto prima, per tornare a casa con un pugno di mosche tra le mani e tanta delusione. Non più un ragazzino cicciottello e con l’aria da bonaccione, Rosario è diventato un giovane uomo che sa ciò che vuole, anche quando dovrà scontrarsi con la mentalità e la filosofia di vita orientale della cantante lirica Anna, di cui è innamorato. Infine Barbara (Fotinì Peluso) e Domenico (Emanuele Misurace) affronteranno una rottura violenta, tragica, dolorosa.
Il passato di Barbara, infatti, tornerà prepotentemente a stravolgere la sua vita e distruggerà la serenità raggiunta. Passato che ha il volto di Lorenzo nuovo violinista, arrivato a Milano da Roma, vecchio amore di Barbara. Quello da cui era fuggita. Dietro la facciata di bravo ragazzo Lorenzo nasconde una personalità narcisista, violenta, prevaricatrice. Lorenzo è l’emblema del tipico uomo capace di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, senza porsi limiti, annientando completamente l’identità della propria donna pur di possederla, trattarla come un oggetto.
Le prove a cui la vita sottoporrà i protagonisti li porterà ad allontanarsi, a chiudersi in se stessi, a rimettere in discussione la loro amicizia. Si accorgeranno che la musica, in passato collante fondamentale per il loro rapporto, quella stessa musica che li ha fatti riunire nella fantomatica ” Compagnia del Cigno”, può diventare elemento di rottura, di allontanamento, soprattutto quando l’ambizione e il desiderio di primeggiare offuscano i sentimenti genuini.
Ovviamente la musica svolge un ruolo fondamentale in questa fiction, potremmo dire che addirittura uno dei protagonisti principali della storia, dato che, comunque tutto da lei ha inizio e tutto ruota intorno a lei. Per qualcuno, per esempio Domenico, la musica rappresenta uno strumento di riscatto sociale. Per tutti è il futuro.
Un ruolo importante nella fiction è rivestito anche dal rapporto tra i giovani musicisti e il loro insegnanti, o meglio Maestri che va al di là di quello dettato dagli orari di lezione e dalle discipline. Un rapporto di fiducia, di obbedienza, di crescita reciproca, in uno scambio continuo. Rapporto che è sintetizzato in una frase che Sara pronuncia quando le viene chiesto se Marioni sarebbe capace di commettere un omicidio ” Ma lui è il mio Maestro!”
Luca Marioni è Alessio Boni, un insegnate ruvido, burbero, di poche parole, apparentemente scostante, ma molto legato ai suoi ragazzi, capace di ascoltarli quando chiedono il suo aiuto. Anna Valle è sua moglie, Irene Valeri, una donan che ha vissuto un grande dolore e da poco è tornata alla vita, riscoprendo l’amore per la sua professione e per suo marito. Sono loro i principali punti di riferimento dei sette musicisti.
Tra questi due personaggi, nell’equilibrio personale e professionale che sono riusciti a costruire, si intrometterà con violenza un terzo incomodo, il Maestro Teoman Kayà (il modello e attore turco Memhet Gunsur), tornato a Milano per cercare di reuperare, dopo venti anni ciò che ritiene gli sia stato ingiustamente tolto.
Kayà è il passato che vuole distruggere il presente per invidia, per gelosia o forse solo per paura. Un personaggio affascinante e ambiguo che cercherà di strappare a Marioni l’affetto dei suoi ragazzi, ma anche la sua dignità e serenità. Kaya’ è il rancore che si trasforma in odio, nascosto dietro una facciata di apparente amicizia e di buoni sentimenti, false buone intenzioni.
Altri attori tra cui Angela Barladi e Rocco Tanica ( musicista del gruppo ” Elio e le storie tese”) e altri personaggi completano il quadro di questa fiction che merita di essere vista ( su Raiplay sono disponibili le puntate anche della prima stagione). “La Compagnia del Cigno” non è solo un prodotto da intrattenimento, perchè riesce a toccare anche argomenti pesanti con delicatezza, con intelligenza e ha tutte le carte in regola per arrivare al cuore e alla mente dello spettatore.
Per concludere apro un’altra parentesi; spero che Ivan Cotroneo legga questo articolo e prima o poi mi chieda di trarre una fiction da qualcuno dei miei libri. E’ chiedere molto?





