Agli eventi culturali murgiani, nell’ambito della kermesse “Federicus” di Altamura, si smontano gli stereotipi sull’Età di Mezzo.
di Francesco Mastromatteo
«Come dico agli studenti iniziando il mio corso, il Medioevo non esiste».
Comincia con questo apparente paradosso del prof. Francesco Violante, caro a molti maestri della medievistica, l’interessante convegno su false notizie, usi e abusi della storia, tenutosi ad Altamura nell’ambito della rassegna di “Federicult”, parte della kermesse di “Federicus”, la festa medievale della Città del Pane ed ennesima conferma di come l’incontro fra rievocazione e mondo accademico possa portare a uno scambio positivo e proficue possibilità di divulgazione della conoscenza storica.

L’Età di Mezzo, spiega il docente dell’Università di Bari, non esiste se non come concetto: è una costruzione intellettuale, che nasce con intento polemico in età umanistica e rinascimentale, e viene codificata nei manuali del ‘600.
In realtà istituzioni medievali quali il comune, la banca, l’università erano ampiamente accettate dagli umanisti, che però si rifacevano alla classicità quale modello letterario.
Nel ‘700 ed ‘800 la percezione del Medioevo muta a seconda della contingenza politica: diventa negativa (lo dimostra la lotta al retaggio feudale), o al contrario si esaltano positivamente cortesia e cavalleria in base ad un complesso rapporto psicologico, che le vede come un rifugio contro le storture del presente.

Ecco che quindi possiamo decostruire tanti stereotipi sui cosiddetti “secoli bui”: tuttora usiamo oggetti e invenzioni medievali, dall’abbigliamento (bottoni, occhiali), alle banconote, alle cifre indiane importate dai musulmani, e la famiglia patriarcale “allargata” è più moderna di quanto non si pensi: nel Medioevo prevaleva la famiglia nucleare, molto più simile a quella attualmente in voga.
Quanto al protagonista dell’evento altamurano, Federico II, Violante conclude: «era un uomo del suo tempo, ma affermare che la sua vicenda sia analoga e paragonabile a quella di altre corti mediterranee, con il loro fermento culturale, non significa sminuirlo ma sottrarlo alla costruzione ideologica di chi, come Nietzsche, ha visto in lui un precursore della modernità».

E’ invece toccato al professor Fulvio Delle Donne, docente presso l’Università degli Studi di Basilicata, il compito di affrontare il tema della cultura presso la corte federiciana. Il sovrano, spiega il filologo, aveva piena consapevolezza del suo ruolo universale, contrapposto a quello del papato che d’altronde non è sempre stato centrale, ma è stato costruito nel tempo.
Nell’era della convinzione di una direzione preordinata sotto due guide, l’innovazione di Federico II è quella di definire con maggiore precisione la preminenza della legge; il suo Codex del 1231, ben strutturato, nel proemio tratta dell’origine divina del potere, secondo una fusione di concezioni filosofiche: cristianesimo, platonismo, aristotelismo (di cui abbiamo le prime traduzioni nel Meridione).
Due autorità preservano il Creato, ed il potere imperiale ora sottrae al papato la gestione degli uomini. In questa scomposizione e ricomposizione delle istituzioni Federico è aiutato dal vescovo di Capua; se le trasformazioni spesso sono lente e graduali, egli ha invece dato un’accelerazione al processo.
Ben diversa da certe visioni stereotipate è pure la realtà della sua corte itinerante con annesso serraglio: accanto ai nobili ed ai cavalieri si affollano accattoni e prostitute. Gli spostamenti erano continui per i combattimenti, e nel Medioevo la capitale è dove sta il sovrano, altrimenti la sua presenza si concretizza nei castelli e nelle monete, simboli del potere.
Occorre pure sfatare il mito della scuola poetica siciliana, invenzione ottocentesca: la cultura era quella dotta in latino e la forma poetica in volgare è portata a compimento dopo un lungo periodo, non è una linea unitaria sin dalle origini.
In quel contesto opera Pier della Vigna, che Dante non valorizza come logoteta ma per la letteratura e la retorica, essendo le epistole la forma più alta di produzione nel Duecento (250 i suoi manoscritti superstiti: un best seller dell’epoca); l’ars dictandi prevedeva la lettura ad alta voce con la sua sintassi complessa, fatta per essere declamata. «La grandezza di Federico – conclude Delle Donne – è aver organizzato, da punto di riferimento, una cultura che ha cambiato verso alle cose.
Primo nella storia a pensare che la scienza potesse far diventare nobili, in una disputa a corte fa emergere come la vera nobiltà sia quella di spirito e si acquisisca attraverso il sapere. Lo Studium di Napoli quindi non è destinato solamente a creare un apparato di burocrati, ma anche alla formazione secondo la visione imperiale. Il suo Regno unitario in tal senso è la parte più innovativa, contro la visione risorgimentale deformata che esaltava i liberi comuni».
E proprio al «sovrano nobile di spirito che attira gli altri spiriti nobili» era dedicata la prolusione del prof. Francesco Panarelli nell’incontro organizzato in estate dagli “Amici della Fondazione Ettore Pomarici-Santomasi” della vicina Gravina in Puglia. In particolare, lo storico dell’Università di Basilicata si concentra sul rapporto fra Dante e il Mezzogiorno d’Italia, che tanto ha pesato sul giudizio storiografico.
Il Sommo Poeta, che nel “De vulgari eloquentia” getta i semi dell’interpretazione della figura di Federico II, considerato l’ultimo imperatore dei romani, se ne occupa in particolare durante l’esilio, concentrandosi sull’elaborazione del suo pensiero politico, che vede l’Impero come soluzione ai mali dell’Italia.

Mentre però Enrico VII è al di sopra delle fazioni e dei regni, e ha tra i suoi nemici re Roberto d’Angiò, con la sua “unio regni ad imperium”, Federico è un problema per Dante, che, dopo averlo osannato, per questo doppio ruolo lo metterà fra gli eretici del VI canto dell’Inferno.
Manfredi invece è messo nel Purgatorio perché non pone problemi; si presenta direttamente come nipote dell’imperatrice Costanza, mentre si evita di citare Federico: un giudizio ambivalente su una figura complessa, spesso condannata alla mitizzazione, e che va invece ricondotta alla sua straordinaria dimensione storica.




