Gli antichi Greci affermarono e difesero il matrimonio monogamico, respingendo con disprezzo la poligamia dei barbari, ma l’uomo ateniese (oltre che avere rapporti sessuali con un pais, un ragazzo fra i tredici e i diciassette anni) poteva avere a disposizione tre donne. Il prof. Dino Simone ci porta in quel lontano passato, per mostrarci le radici del delitto d’onore, ancora diffuso nel Sud Italia fino a non molti decenni fa. Tuttavia, con una particolarità: l’uomo tradito si vendicava soltanto sul suo rivale. Non esisteva l’attuale ed efferato femminicidio.
di Dionisio (Dino) Simone

Ecco il passo dell’orazione di Demostene “Contro Neera”, che dimostra la possibilità concessa agli uomini ateniesi di “tenersi” tre donne:
«Noi ci teniamo le cortigiane (hetàiras) per il nostro piacere, le concubine (pallakàs) per la cura quotidiana del nostro corpo, le mogli (gynàikas) per la procreazione di prole legittima, e per avere una fida custode del focolare». [Demostene, Processo a una cortigiana (Contro Neera), Marsilio Editori, a cura di Elisa Avezzù, § 122].
Alla moglie non rimaneva che il titolo di consorte legittima, madre di figli legittimi, mentre i figli della concubina, che il marito accoglieva in casa sua, alla stessa mensa e con la quale viveva more coniugali, erano liberi (eleutheròi), ma bastardi (nòthoi), quindi privati dei diritti dei figli legittimi.
Moglie e concubina partecipavano al pranzo rispettivamente con marito e compagno, ma erano severamente escluse dai simposi, a cui prendevano parte le etère (“compagne”), donne colte che sapevano conversare sugli argomenti più vari, cantare, suonare e danzare, e inoltre intrattenevano rapporti sessuali a pagamento con i presenti.
Come le cortigiane nelle corti italiane del Cinquecento, erano delle prostitute di un livello più alto, rispetto alle pornài, che si prostituivano nelle strade o nei bordelli e che i Romani chiamavano lupae, da cui i “lupanari”.
Moichèia (adulterio) era qualunque rapporto sessuale al di fuori del matrimonio.
«Poiché lo scopo del matrimonio fra cittadini era quello di generare figli legittimi, l’adulterio era un’ingiuria alla collettività; la sua conseguenza poteva infatti essere l’introduzione di un bambino che non aveva alcun legame di parentela col marito nella sua casa, nei gruppi dei parenti, negli elenchi dei cittadini ateniesi…
Che l’adulterio si verificasse attraverso la violenza carnale o attraverso la seduzione, l’uomo era considerato legalmente colpevole o parte attiva… La donna accusata non aveva alcuna possibilità di proclamare la propria innocenza… non le era consentito di partecipare a cerimonie pubbliche e per lei il danno più grave era l’emarginazione sociale.
Le punizioni per l’uomo, colto a commettere adulterio con una cittadina, sono indicative dell’atteggiamento degli Ateniesi verso le proprie famiglie e le proprie donne… Il marito offeso aveva il diritto, ma non l’obbligo, di uccidere il seduttore». (Sarah B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Einaudi, pp. 91- 92).
La donna greca cedeva, con una certa frequenza, all’adulterio, tuttavia, a causa delle poche occasioni che aveva di mostrarsi in pubblico, difficilmente poteva iniziare e condurre a termine da sola la relazione. Di solito erano le mezzane, le schiave-ancelle, corrotte, che a loro volta corrompevano la padrona, ne vincevano gli scrupoli (come nel caso della moglie di Eufileto e della nutrice nell’Ippolito di Euripide).
Poiché la responsabilità dell’adulterio e della seduzione era tutta dell’uomo, per la donna la legge non prevedeva alcuna pena, perchè veniva giudicata parte debole, secondo la discriminazione di genere a cui erano legati gli Ateniesi del tempo, tranne il ripudio da parte del marito.
Se il marito non lo faceva, perdeva i diritti civili (era punito con l’atimia, il disonore).
La legge sull’adulterio serviva a tutelare l’onore del gruppo familiare a cui la donna apparteneva e la prole legittima. Chi sorprendeva nella propria casa un moichos, un uomo in flagranza di reato che intratteneva un rapporto sessuale con una donna libera della famiglia, poteva ucciderlo e l’omicidio era considerato legittimo, “per causa d’onore”.
L’orazione Per l’uccisione di Eratostene è stata scritta da Lisia per un “delitto d’onore”, in difesa di Eufileto, un marito che aveva ucciso l’amante della moglie, colto sul fatto nella sua casa.
Eufileto è un onesto cittadino ateniese che si avvale del diritto di vendetta concessogli da una legge di Draconte, che permetteva di uccidere l’adultero in flagranza di reato, ma prevedeva anche la possibilità, da parte del reo, del pagamento di una riparazione in denaro (è questa la disperata proposta di Eratostene).
Eufileto viene citato in giudizio dai parenti del morto, perché costoro sostengono che nel suo comportamento ci sarebbe stata premeditazione: venuto a conoscenza della tresca tra Eratostene e la moglie, egli avrebbe attirato in casa sua il seduttore con un tranello, servendosi di una schiava, e l’avrebbe assassinato.
Nell’Atene del V-IV sec a.C. nei processi non era prevista la figura dell’avvocato. I discorsi, di accusa o di difesa, scritti da un “logografo” per i suoi clienti, venivano poi da questi pronunciati davanti ai giudici.
Lisia è stato uno dei più importanti “logografi” del suo tempo e di lui ci sono giunte ben trentaquattro orazioni, di difesa e di accusa, su argomenti molto diversi, tra cui: sacrilegio, empietà, diffamazione, diserzione, reato fiscale, corruzione, contro i mercanti di grano, che aumentavano i prezzi quando si temevano periodi di crisi, per motivi politici, per un invalido, accusato di percepire ingiustamente il sussidio statale.
Come si vede, “nihil novi” rispetto ad oggi. Quanti percepiscono la pensione o il reddito di cittadinanza senza averne diritto?
Acuto osservatore della natura umana, Lisia sa cogliere nella personalità del committente i tratti più idonei a dare di lui un’immagine persuasiva e, nell’orazione in difesa di Eufileto, la linea da lui seguita si basa sulla dimostrazione che quello del suo cliente è stato un omicidio giustificato, un phònos dìkaios, senza premeditazione.
Se fosse risultato premeditato, Eufileto avrebbe corso un grave rischio. Per questo Lisia mira a dimostrare che Eratostene, colto in flagrante, è stato ucciso legalmente e che Eufileto, che non aveva mai sospettato nulla, non avrebbe potuto premeditare l’assassinio.
Ecco una parte del resoconto che Eufileto fa ai giudici:
«Nei primi tempi (mia moglie) era la migliore di tutte le donne, una brava massaia (oikonòmos deinē ), parsimoniosa (pheidòlos), e amministratrice attenta di ogni cosa (akribōs pànta dioikousa), ma quando morì mia madre…. mia moglie, uscita di casa per seguire il suo funerale, fu notata da quell’uomo e col tempo si lasciò sedurre (diaphthèiretai); egli riuscì a corromperla (apōlesen) facendo la posta (epiterōn) alla serva che andava al mercato e avanzando per mezzo di lei le sue proposte… Quando ci nacque il bambino, lo allattava la madre; e, per non farle correre rischi nello scendere le scale quando doveva lavarlo, io andai a vivere al piano di sopra e le donne al piano di sotto [1]. Ormai questa era diventata una consuetudine, tanto che spesso mia moglie scendeva da basso a dormire accanto al bambino, per allattarlo e non farlo piangere. Le cose andarono avanti così per parecchio tempo e io non ebbi mai alcun sospetto. (Lisia, Per l’uccisione di Eratostene, I, 6-10, passim, sta in: Lisia, Orazioni I-XV, BUR, trad. di Enrico Medda).
Di notte la serva faceva piangere di proposito il bambino per far scendere la mamma ad allattarlo, in realtà perché incontrasse l’amante.
La difesa preparata da Lisia è molto abile. Egli presenta Eufileto come un marito troppo ingenuo che non aveva sospettato niente, nonostante gli strani comportamenti di sua moglie negli ultimi tempi.
Un giorno però Eufileto fu messo al corrente dei tradimenti di sua moglie da una vecchia, mandata da una donna con cui Eratostene aveva una relazione e che si sentiva da lui trascurata. Ecco allora il ragionevole sospetto che il cliente di Lisia abbia deciso di vendicarsi, premeditando la vendetta e la punizione del seduttore.
Eufileto è andato oltre quello che la legge di Draconte permetteva e se, grazie alle argomentazioni a lui suggerite da Lisia, non avesse convinto i giudici, avrebbe meritato la condanna per il suo delitto volontario.
[1] Nella casetta di Eufileto, a due piani, l’appartamento delle donne, la gynaikonìtis, era al secondo; fu poi spostato astutamente dalla moglie al pianoterra, per poter ricevere di notte le visite di Eratostene.






