Come avviene ormai da diversi anni, il tema dei profughi, degli immigrati, è sempre all’ordine del giorno, oggi per il decreto sicurezza bis e per la “Sea Wacht”. Partendo dall’attualità, ospitiamo l’articolo del prof. Dino Simone, in parte tratto da un capitolo del suo libro, “Come un Gabbiano” (sull’esodo da Pola nel 1947).
di Dino Simone
PROFUGHI
Il tema dei profughi, degli immigrati, è all’ordine del giorno, come avviene ormai da diversi anni. Non dobbiamo dimenticare quando migranti erano gli italiani, ma non è questo un discorso di politica e di attualità, è un percorso autobiografico e letterario.
Anche io sono stato un profugo, un profugo istriano, per la precisione.
Esule o profugo?
Ho fatto delle ricerche sui due termini, partendo dall’etimologia latina:
- pròfugo. [dal lat.profŭgus, der. di pro-fugĕre «cercare scampo», «fuggire via»] – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali;.
- èsule [dal lat. exsul –ŭlis, messo in relazione con solum «suolo»]. – Chi vive in esilio, volontario o per condanna, lontano dalla propria terra, cacciato dal proprio suolo; anche chi va in esilio.
Per quanto riguarda l’esilio, si tratta di una pena che consiste nell’allontanamento forzato, perpetuo o temporaneo, dalla patria, (come è capitato a Dante), ma può essere anche il volontario abbandono della propria terra per motivi di ordine politico o religioso.
In latino i due termini sono sinonimi (es.: Enea, protagonista dell’Eneide di Virgilio, è profugus; Medea, personaggio del teatro latino e greco, è exsul: entrambi costretti a fuggire dalla loro patria e a vivere in una terra straniera).
In conclusione, io uso indifferentemente l’una o l’altra parola quando parlo di noi istriani, ma spesso persone di orientamento politico diverso fanno una distinzione tra i due termini.
Ho letto spesso su L’Arena di Pola, organo dell’Associazione Libero Comune di Pola in Esilio, a cui sono iscritto, la precisazione: “Io non sono profugo, sono esule”, volendo sottolineare che la propria è stata una scelta volontaria, non una fuga.
Adesso, profughi o esuli, siamo tutti “sparnissadi pel mondo” (sparsi nel mondo: nelle varie regioni italiane, in Australia, Canada, Stati Uniti…),
‹‹Abandonar›› è il vocabolo che dal 1947 ho sentito pronunciare più spesso in famiglia: può essere considerato il Leitmotiv, la parola chiave del nostro dialetto istro-veneto.
Ho letto di recente che “abbandonare un bene” significa rinunciare a ogni diritto su di esso. È quello che abbiamo fatto noi con l’esodo da Pola: abbiamo “abbandonato” la nostra terra, l’Istria, e i nostri beni (la casa, la campagna), che, come quelli di tutti gli altri profughi, sono stati nazionalizzati dalla Jugoslavia.

Quella di noi profughi è un’identità difficile. È stato detto che si resta “profughi” per sempre, e non solo nell’anima, ma anche nei documenti, nelle carte. Proprio così, l’ho sperimentato sulla mia pelle. In varie occasioni, come è successo a tanti di noi esuli, mi sono sentito non “italiano” ma soltanto “profugo” (e per giunta nato in Jugoslavia o in Croazia!), al momento della richiesta del codice fiscale o di un qualsiasi altro documento (carta di identità, patente).
“Nato a…?”, mi chiese una volta un impiegato
“Scusi, come ha detto? Palo?”
“ No, Pola!”
“E dov’è Pola?”
Allora lei è jugoslavo, croato?”.
Tornando in Istria provo ogni volta nuove emozioni e tanta nostalgia: vado a cercare le mie radise (radici) e mi chiedo: “Chi sono io?”
La risposta è: “A tutti gli effetti sono italiano, anzi italiano due volte, perché nato da genitori italiani in una regione che allora era italiana e poi perché i miei genitori, dopo il 1947, hanno scelto l’Italia”.
Come non ricordare i versi di Dante (Inf. IX, 113-114):
Sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna
Per quanto riguarda Pola, Callimaco, uno dei principali poeti ellenistici (III sec. a. C.) nel I libro degli Aitia (“Le cause”) raccontava che un gruppo di Colchi era stato mandato dal proprio re Eèta ad inseguire Giasone e gli Argonauti, che, con l’aiuto di Medea, si erano impadroniti del mitico vello d’oro. Dopo aver perso le tracce dei Greci, i Colchi approdarono sulle coste dell’Adriatico e, temendo la punizione del sovrano, per il fallimento della loro missione, decisero di fermarsi là e di fondarvi una città: Pola (Pòlai). Di questo toponimo Callimaco fornisce l’etimologia (fr. 11):
‹‹… costruirono un borgo, che dei “fuggiaschi”
direbbe un Greco, ma la loro lingua “Pola” chiamò ››.
Sono versi ripresi da Strabone (V, 1, 9), geografo greco dell’età di Augusto, convinto anche lui che la mitica fondazione di Pola fosse dovuta ai Colchi.
Invece, secondo gli storici più recenti, più probabilmente Pola fu fondata da popolazioni protoilliriche o protovenete in un luogo ricco di sorgenti naturali e il suo nome non deriverebbe dal greco, ma dovrebbe avere il significato, meno profetico e suggestivo, di “sorgente d’acqua”.

Sono un docente di lettere classiche e tante volte ho letto ai miei studenti brani dell’Eneide virgiliana, il cui protagonista, il pius Aeneas, fato profugus (profugo per volere del fato), mi ha sempre affascinato: Enea, un profugo, come noi esuli istriani, come me.
Enea, il progenitore dei Romani nell’immaginario dell’Occidente, per il poeta Giorgio Caproni, nell’opera Il passaggio di Enea, diventa il paradigma dell’esule, del senza patria, controfigura dei vinti e degli sradicati del nostro tempo e può essere considerato anche il simbolo dei migranti dei nostri giorni che fuggono da guerre, distruzione e morte, in cerca di un avvenire migliore in Europa, per sé e per i propri figli.
Sentendomi un profugus, come il pater Aeneas, e addirittura identificandomi con lui, che per primo venne in Italia da Troia, avevo intenzione di scrivere una Simoneide, un poema sulla mia vita, ovviamente in latino e in esametri. Ecco quale avrebbe potuto essere l’inizio del proemio, secondo il modello dell’Eneide virgiliana:
‹‹Vìtam Simonis cano, Polae qui puer ab oris
Apuliam fato profugus Barensiaque venit
Litora ut Aeneas pius…››
(Canto la vita di Simone, che da piccolo dalle coste di Pola
venne profugo in Puglia e alle spiagge di Bari, per volere del destino,
come il pio Enea…).
Arrivato, però, al nome dell’eroe troiano, ho deciso di rinunciare. Che cosa avrei potuto raccontare io di tanto interessante e drammatico? E chi avrebbe letto il mio “poema”?
Quando gliel’ho detto, mia sorella ha capito subito che si trattava di uno scherzo, di un “lusus” (per dirla in latino), e si è fatta una ridada (una risata, in polesano).

Io mi considero un profugo sui generis, perché più fortunato di tanti bambini della mia età, in quanto non sono passato attraverso i campi profughi (CPR Centri Raccolta Profughi) sparsi nelle varie regioni italiane. Anche ad Altamura ce n’era uno, ad alcuni km dal paese, un ex campo di prigionia costituito da baracche recintate da filo spinato. Era un campo di smistamento. Molti miei amici, che ora vivono a Torino, a Trieste, sono prima passati di là.
E non ho conosciuto neanche i vari convitti nazionali, come il Convitto “Fabio Filzi” di Gorizia o il Collegio Navale “Niccolò Tommaseo” di Brindisi, frequentato da Sergio Endrigo, il cantate nato a Pola e autore di una canzone sull’esodo: 1947. Ho invece frequentato le Scuole elementari a Polignano, la Media e il Ginnasio a Monopoli, il Liceo a Taranto e l’Università a Bari.
Anch’io conservo il tragico ricordo di una guerra, non certo di quella Troiana (come Enea) ma della Seconda guerra mondiale e non posso dimenticare i bombardamenti degli Alleati, le corse verso il rifugio, i racconti di papà sulla lotta partigiana e sulle foibe, l’esodo in massa da Pola.
E allora, invece di un opus continuum in latino, partendo da alcuni testi classici e moderni, ecco alcuni spunti di riflessione sulla mia storia di profugus.
“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi…. torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche…” (Manzoni, P. S. VIII ).
Ogni volta che leggevo l’Addio ai monti, dei Promessi Sposi, quando insegnavo al Ginnasio, pensavo alla mia terra abbandonata (Addìo, Pola! Addio per sempre!) e condividevo lo strazio che provava Lucia mentre la barca puntava verso la riva opposta del lago.
Al passo di Manzoni ho sempre associato il canto XVII del Paradiso (vv. 55-59) in cui il trisavolo Cacciaguida predice a Dante l’esilio:
Tu lascerai ogni cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo esilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.
La nostalgia dell’esule è presente anche in questi versi del poeta greco Teognide (VI sec. a. C.), che per motivi politici dovette lasciare la sua città e i suoi campi, ora lavorati per altri:
Ho sentito il grido acuto della gru
che annuncia il tempo dell’ aratura.
Nera fitta avverto in fondo al cuore:
altri possiedono i nostri campi fecondi
(moi euanthèis àlloi échousin agroùs).
E all’esodo da Pola mi riportano con la mente i versi della prima bucolica di Virgilio, che esprimono la tristezza del pastore Melibèo, costretto dopo una guerra, come è capitato anche a noi, ad allontanarsi dai luoghi che amava. Melibeo è uno dei contadini che dovettero cedere le loro terre ai veterani di Ottaviano e Antonio (nel 42 a.C.), mentre Tìtiro rappresenta il pastore fortunato, che, grazie all’intervento di un deus (secondo alcuni lo stesso Ottaviano), conserva il possesso del suo podere:
Nos patriae finis et dulcia linquimus arva,
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas. (Buc. I, 3-5)
(Noi la terra dei padri lasciamo e i cari campi,
noi fuggiamo dalla patria; e tu, Titiro, tranquillo all’ombra
insegni ai boschi a riecheggiare il nome della bella Amarillide.)

Come Titiro, che, placidamente sdraiato sotto un ampio faggio, osserva Melibeo partire per un esilio senza possibilità di ritorno, molti restarono a Pola e in Istria, dopo l’esodo di massa del ’47 (i cosiddetti “rimasti”), perché erano quasi tutti comunisti (anche se con motivazioni diverse), e, al momento dell’opzione, scelsero la cittadinanza croata, accettando il regime di Tito; altri, indipendentemente dall’età, non vollero lasciare la terra e la casa in cui erano nati e cresciuti, perché avevano paura dell’ignoto; numerosi infine furono quelli a cui le autorità jugoslave rifiutarono la possibilità di partire, specialmente nell’Istria interna e nelle isole (Cherso e Lussino).
Spiegando Ovidio, il celeberrimo autore delle Metamorfosi, dell’Ars amandi e di tante altre opere, ho sempre sottolineato il dramma del poeta che nell’8 d.C., caduto in disgrazia presso Augusto, venne relegato nella lontana Tomi (oggi Costanza), un piccolo porto sul Mar Nero nell’attuale Romania. La relegatio era una condanna più mite dell’esilio, perché non prevedeva la perdita dei diritti civili e la confisca dei beni, ma il poeta non tornò più a Roma.
Nella prima elegia dei Tristia il poeta scrive :”Quando mi torna in mente l’immagine triste di quella notte che fu l’ultima che passai a Roma; quando ripenso quella notte in cui tanto dilette cose lasciai, ancora verso dagli occhi il pianto […] A preparar le cose, la mente non c’era né il tempo […] Partii come se lasciassi le mie membra; dal mio corpo pareva che una parte si fosse distaccata”.
Come non soffermarsi poi su Seneca. che dall’esilio nell’ inospitale Corsica (aridum et spinosum saxum, arida e spinosa roccia), dove era stato relegato dall’imperatore Claudio (41 d.C.) scrive alla madre (Consolazione per la madre Elvia) per rincuorarla della sciagura capitata al figlio: “Videamus quid sit exsilium. Nempe loci commutatio. Vediamo cos’è l’esilio. Evidentemente è un cambiamento di luogo. Tuttavia, per non dar l’impressione che io voglia sminuire la gravità dell’esilio stesso, dirò che a questa mutazione di luogo seguono molti danni: la povertà, il disonore, il disprezzo” (cap. VI).

Anche il finale dei Malavoglia di Giovanni Verga mi ha fatto pensare ai profughi e ai “rimasti” (andadi e restadi): Alessi e il giovane ’Ntoni sono posti di fronte per suggerire un’opposizione di destini: l’uno resta nella casa-rifugio e nel paese-nido, l’altro, strappato da questo tempo e da questo spazio mitici, appare ormai condannato allo sradicamento dell’esilio.
Per coloro che restarono in Istria fu l’inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai più state uguali, né facili.
Quelli che dovettero aspettare diversi anni, prima che fosse accolta la loro richiesta di poter lasciare l’Istria, patirono fame, miseria, privazioni di ogni genere, disprezzo perché italiani e subirono intimidazioni e minacce, come hanno raccontato parecchi di loro nei loro diari.
Comunque, come è stato precisato, i “rimasti”, che si trovarono a vivere spaesati nella loro terra svuotata di volti, di memorie, di riferimenti consueti… e i profughi, che si dispersero per il mondo (dall’Europa al Canada, all’Australia…), sono due forme diverse per un unico dolore.
In precedenza, tra le associazioni dei profughi e i “rimasti”, non c’era dialogo, anzi c’era disprezzo. I primi erano definiti “fascisti”, i secondi “comunisti” e complici degli “infoibatori”.

Nell’ultimo ventennio tante cose sono cambiate (anche se restano diffidenze e rancori): i rapporti sono migliorati e si sono gradualmente intensificati, e ora, finalmente, esuli e “rimasti” collaborano per la tutela della minoranza linguistica italiana in Istria. Tuttavia quello di esuli e “rimasti” è un problema ancora aperto, anche dopo l’entrata della Slovenia e della Croazia nella Comunità Europea, mentre ormai le divisioni non avrebbero più motivo di esistere, perché siamo tutti riuniti nella comune casa europea.





