Dopo Teodora e Messalina, il prof. Dino Simone ci regala il ritratto di Lesbia, concludendo il trittico di donne famose dell’età classica che più hanno fatto discutere i loro contemporanei. Come per Teodora e Messalina, nelle pagine rispettivamente di Procopio e Giovenale, qui è Catullo a dipingere Lesbia nella sua insaziabile lussuria, in un angosciante sentimento di amore-odio.
di Dionisio (Dino) Simone
Il suo nome era Clodia: donna elegante, raffinata, colta, ma anche libera e disinibita nei suoi atteggiamenti e nel suo comportamento, tanto da riempire di sé le cronache del tempo, i pettegolezzi della Suburra e delle taverne del Foro.
Era moglie di Quinto Metello Celere e sorella del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro (agitatore del partito dei populares), mortale nemico di Cicerone, del quale determinò, tra l’altro, l’esilio da Roma.
Nell’orazione Pro Caelio, in cui difese Marco Celio Rufo accusato da Clodia, sua amante, di aver tentato di avvelenarla, Cicerone la coprì di ingiurie, pronunciando contro di lei parole di fuoco.
Catullo ne rimase affascinato e la cantò nei suoi versi sotto lo pseudonimo di Lesbia, in omaggio alla poetessa Saffo.

All’inizio la loro storia fu vissuta con grande intensità da entrambi: li legava un foedus, un patto (d’amore) basato sulla reciproca fides (fedeltà):
Nessuna donna potrà dire “sono stata amata” più di quanto io ti ho amato, Lesbia mia. Nessun legame avrà mai quella fedeltà che nel mio amore io ti ho portato. (trad. M. Ramous, in Catullo, Le poesie, Garzanti)
Ma ben presto cominciarono i tradimenti di lei e la gelosia e l’angoscia di lui.
Per Clodia, Catullo provò sempre una passione travolgente, che lo fece molto soffrire. Nel carme 72 il poeta confessa che le offese di Lesbia lo costringono ad amare più intensamente, ma a voler bene di meno (iniuria talis/ cogit amare magis, sed bene velle minus).
La maggior parte dei suoi carmi è incentrata sull’amore non corrisposto, sui tradimenti di cui Lesbia lo fa oggetto, sulle pene d’amore che non gli permettono di conoscere la felicità.
A causa dei tradimenti di Lesbia, Catullo non sa frenare i suoi risentimenti e la presenta come una volgarissima sgualdrina, una prostituta da strada (quadriviis, angiportis) di infimo rango, dagli appetiti insaziabili come Teodora.
Ecco che cosa scrive di lei a Celio Rufo nel carme 58:
Celio, Lesbia, la mia Lesbia, quella sola Lesbia che amavo più di ogni cosa e di me stesso, ora all’angolo dei vicoli spreme (glubo è anche tradotto: “scortica”) questa gioventù dorata di Remo. (trad. M. Ramous)
È una reazione non dettata da motivi politici, ma dalla gelosia e dal dolore, provocato in lui dai comportamenti di Lesbia, che contemporaneamente soddisfa i suoi trecento amanti (ovviamente “trecento” indica un numero indeterminato):
Se ne viva felice con i suoi amanti e in un solo abbraccio, svuotandoli d’ogni vigore, ne possieda quanti vuole senza amarne nessuno, ma non mi chieda l’amore di un tempo; per colpa sua è caduto come il fiore al margine di un prato se lo tocca il vomere passando. (trad. M. Ramous)
L’immagine del fiore reciso dall’aratro è suggerita da Saffo (fr. 105 b), che però aveva parlato del giacinto purpureo che i pastori calpestano sui monti:
“Come il giacinto che sui monti i pastori calpestano
e a terra il fiore purpureo (giace)….”
Il fiore calpestato dai pastori, in Saffo è l’immagine dolorosa della donna calpestata, umiliata, violentata che giace a terra tra l’indifferenza di tutti, mentre per Catullo il fiore reciso è il suo amore, così ridotto dai tradimenti di Lesbia.
Ciò che caratterizza Teodora, Messalina e Lesbia è l’insistenza da parte di Procopio, Giovenale e Catullo sulla loro insaziabile lussuria, anche se Lesbia non aveva fatto la prostituta o la mima (come Teodora) e non passava la notte nei bordelli travestita (come Messalina), ma il suo posto era nella taverna (”lercia bettola”), dove sedeva (consedit istic) con Egnazio e i suoi compagni di bagordi, la sua combriccola di puttanieri.
Mentre per Procopio e per Giovenale gli attacchi sono dettati da propaganda politica, per Catullo è la gelosia, è l’amore tradito e calpestato da Lesbia la causa dei suoi violenti versi, in cui non misura le parole.
Nel carme 42, rivolgendosi ai suoi endecasillabi, il poeta chiama Lesbia moecha turpis (v. 3) e moecha putida (v. 11 e 12), lurida puttana e poi lutum, lupanar, aut si perditius potes quid esse (13-14): una fogna, una troia, la carogna più infame che ci sia (M. Ramous).

E ancora:
Se vi preme saperlo, è questa che dimena il culo e ride sguaiata mostrando i denti come una baldracca, un cane randagio. (M. Ramous)
Infine, nel carme 76, ispirato da un profondo e schietto sentimento di dolore, rivolgendosi agli dèi Catullo chiede di essere liberato da quella pestem perniciemque, dal taetrum morbum e definisce ingratus l’amore di Lesbia e il suo animo: “e tutto/ si è perduto nell’ingratitudine di un cuore”.
Si rende conto che:
È difficile troncare a un tratto un lungo amore, difficile certo, ma in qualche modo devi riuscire.
Segue, infine, la supplica agli dèi:
(O dei) strappatemi da questo male che mi consuma, che insinuatosi dentro di me nel più profondo come un torpore ha spento ogni gioia nel mio cuore. Non chiedo più che lei ricambi il mio amore, né l’impossibile, che mi rimanga fedele: voglio solo guarire e superare questo male orribile. O dei, per la mia devozione, accordatemi questo. (trad. M. Ramous)
Ormai egli non stimava più Lesbia, ma non era in grado di rinunciare al suo amore. La odiava e l’amava e non sapeva perché facesse ciò, ma sentiva che così accadeva e ne era straziato.
Perciò decise di romperla una volta per sempre, e nel carme 76, ispirato da un profondo e schietto sentimento di dolore, chiese aiuto agli dei e li pregò di guarirlo dalla rovinosa malattia che aveva distrutto ogni felicità nel suo animo, in nome della sua pietas, che era la coscienza di non aver mai tradito il patto d’amore (foedus) con Lesbia, basato sulla fides (fedeltà), eterno patto di inviolabile affetto (aeternum sanctae foedus amicitiae, 109, 1), vincolo morale che avrebbe dovuto impegnare i due amanti a una fedeltà lunga quanto la vita e che il poeta affidava alla garanzia degli dei.
Ecco i link ai precedenti articoli del trittico, scritti dal prof. Simone:




