“Nella vita di uno studente è fondamentale la figura del Maestro. Si impara, più che dai libri, dal suo esempio e dalla sua voce.”
di Dino Simone
Ricordi di scuola 1 e 2
(da “Per correr miglior acque”, passim)
L’importanza dei “Maestri”

Alcuni miei alunni mi hanno definito un “maestro”. Ma sarà vero? Ho fatto amare le mie materie agli studenti? Ho trasmesso le conoscenze necessarie perché apprendessero le lingue classiche?
Le mie certezze hanno cominciato a vacillare non molto tempo fa, quando una ex-alunna, non particolarmente brava in greco al liceo, ha ritenuto che fosse scritta in greco una parola che invece era russa e scritta in caratteri cirillici (che “derivano” dall’alfabeto greco). Ho provato una cocente delusione. Di chi è la colpa? Mia, perché non le ho fatto amare il greco, o sua, perché lo ha studiato poco e lo ha presto dimenticato?
Nella vita di uno studente è fondamentale la figura del Maestro. Si impara, più che dai libri, dal suo esempio e dalla sua voce.
Lo ribadisce Quintiliano: «Sebbene la lettura fornisca molti esempi da imitare, tuttavia la voce, come si suol dire viva, dà maggiore nutrimento (tamen viva illa, ut dicitur, vox alit plenius), e specialmente quella di un maestro che i discepoli, purché siano stati rettamente formati, amano e rispettano. A malapena si potrebbe dire d’altra parte quanto imitiamo volentieri coloro verso i quali siamo ben disposti (quanto libentius imitemur eos, quibus favemus)» (Quintiliano, Istituzione Oratoria, libro II 2, 8, trad. di Orazio Frilli, Zanichelli).
È stata l’insegnante di Lettere del ginnasio che per prima ha influenzato la mia formazione letteraria, facendomi amare la poetica delle piccole cose (le Myricae del Pascoli), del frammento (l’ermetismo), ma soprattutto Montale, di cui ricordo ancora il “girasole impazzito di luce”, “il meriggiare pallido e assorto” e quel camminare lungo “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, metafora della vita umana. Ci ha trasmesso anche il gusto per la prosa d’arte (i Vociani), abituandoci ad annotare ogni giorno su un quaderno le nostre “riflessioni personali”: testi brevi, spunti, ricerca impressionistica del particolare.
Al ginnasio leggemmo non solo poeti famosi (i “poeti laureati”) ma anche liriche di autori che non ho più incontrato nel mio percorso scolastico, come Vittoria Aganoor Pompilj, poetessa di origini armene famosa nei primi anni del Novecento, che subì vari influssi: di Zanella, di D’Annunzio, dei Crepuscolari.
«Mi andava innanzi, curva, con un bimbo
in collo, e il bimbo dietro a lei guardava,
proteso il volto paffutello e il nimbo
ricciuto, d’in su l’omero dell’ava.
O fresco volto, o vecchio omero! Tale
d’una muraglia antica e rovinosa
ai merli, su dal chiuso parco sale
e s’affaccia, ridente occhio, una rosa». (Per via)
Potrebbe essere questa la breve poesia di Vittoria Aganoor Pompilj che la professoressa ci dettò tanti anni fa, poiché non era riportata nella nostra antologia?
Rispecchia perfettamente i suoi gusti e contiene un’immagine tenera e delicata. E poi quella “muraglia” (il vecchio omero della nonna), su cui s’affaccia una rosa (il volto paffutello e ricciuto del bambino), richiama, per antifrasi, la muraglia montaliana (di Meriggiare pallido e assorto). Un altro collegamento la docente fece certamente con il rosaio e il muro sgretolato del Pascoli (in Romagna):
“e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino”.
Mi sorge però un dubbio. Forse la prof. ci presentò della Aganoor la lirica Casa natale, di cui riporto la strofa finale, che probabilmente mi fece pensare alla mia casa di Pola, abbandonata in seguito all’esodo?
« […] Se talor voci o risa
di fanciulli odo in festa,
o d’usignoli canti nella notte;
se d’alberi fragranze, o reca il vento
dolce, velato, lento,
come a quei vespri suono di campana:
l’ore fuggite e rotte
riedono a me, vivace si ridesta
la memoria del mio primo soggiorno,
e a te penso, te piango, a te ritorno,
vecchia casa lontana».
Nelle aule austere del settecentesco convento, annesso alla Chiesa di San Leonardo, nel centro storico di Monopoli, dove era ubicato, oltre alla Scuola Media “Galileo Galilei”, l’omonimo Liceo Ginnasio, ho trascorso cinque anni della mia vita e qui è nata in me la passione per il mondo classico.
Grazie alla docente ginnasiale, con molto anticipo, senza averla ancora studiata in letteratura greca, avevo fatto mia la poetica di Callimaco: “mega biblìon mega kakòn”, un grande libro è un grande malanno, e come lui “odio il poema ciclico”, le grandi saghe e prediligo la poesia breve, docta, e il labor limae.
(tratto da “Per correr migliori acque. Diario di un prof. emerito tra serio e faceto”, di Dionisio Simone, Schena Editore)
(continua con la seconda parte)






Niente di più emozionante ,quando gli anni sono tanti ( e tra i banchi di scuola si è vissuta la maggior parte della propria vita ) che ricordare i primi compagni di scuola, i primi maestri … e poi, dopo,quando dai banchi si è passati alla cattedra, ricordare i propri alunni intenti all’ascolto delle nostre parole ! Bello il lavoro dell’ insegnante. E contenta di averlo svolto anch’ io !