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MARTUCCI… ANDARONO PER SUONARE E FURONO SUONATI… DAL TAR. ORA DECARO TROVI IL SITO ALTERNATIVO! ED EMILIANO CHIUDA TUTTO!

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Finalmente una buona notizia nell’ambito della pluridecennale, triste e scandalosa storia dei 33 ettari sulla collina dei veleni. Il TAR Puglia ha rigettato il ricorso della società Progetto Gestione Bacino Bari 5 srl, che ha in esercizio l’impianto complesso per la produzione delle “ecoballe” in quel di Martucci. Vediamo come e perchè, con la pubblicazione integrale della sentenza, e come fare in modo che la politica non distrugga quello che la Magistratura ha deciso.

Il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) è l’organo di primo grado della giustizia amministrativa, il ricorso in seconda istanza è giudicato invece dal Consiglio di Stato.

Non sempre i TAR regionali portano buone notizie: molto spesso, anzi, dietro l’estrema farraginosità delle procedure tipiche di questo tipo di tribunali, si nascondono vere e proprie fregature per i diritti collettivi. 

I TAR, infatti, sono molto attenti alla forma e basta formulare in maniera imprecisa un ricorso, sia pure ben fondato giuridicamente, per vederselo respingere. Mentre, al contrario, accade che, sovente, i “poteri forti” si vedano accettare le loro pretese.

Non è stato però questo il caso del ricorso presentato dalla società Progetto Gestione Bacino Bari 5 srl, che, in quel di Martucci, ha in esercizio l’impianto complesso per la produzione del CSS (Combustibile Secondario Solido, ex CDR), cioè le cosiddette “ecoballe”, ottenute dalla lavorazione dei rifiuti indifferenziati, che convergono, al momento da ben 39 comuni.

Le “ecoballe” di CSS vengono poi bruciate nel termovalorizzatore di Massafra, di proprietà di una delle società aderenti alla Progetto Gestione Bacino Bari 5, con produzione di energia elettrica venduta nella rete.

Cosa è accaduto e perchè il TAR ha bocciato il ricorso

La questione è estremamente complessa, ed è per questo che pubblichiamo il provvedimento del TAR in maniera integrale, anche se reca gli “omissis” di rito.

Tuttavia, per sintetizzare al massimo, va detto che, successivamente al processo penale che mandò assolti gli imputati per disastro ambientale, la discarica di servizio-soccorso (vasche A e B, ovvero Lotto 2), che serve ad ospitare i residui della lavorazione dell’impianto complesso (biostabilizzato dei rifiuti indifferenziati e altri residui), fu dissequestrata e riconsegnata alla società Progetto Gestione Bacino Bari 5 che, appunto, gestisce tale impianto per la produzione del CSS (ecoballe).

Tuttavia – in base alle risultanze processuali che sancirono la grave violazione delle norme ambientali nella costruzione delle due vasche, oltre allo sversamento di più di 250 mila tonnellate di rifiuti, in gran parte “tal quale”, nella vasca B -, il Servizio AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) della Regione Puglia pose alla Progetto Gestione Bacino Bari 5 una specifica condizione per la rimessa in esercizio delle due vasche, propedeutica al nuovo rilascio dell’AIA, già abbondantemente scaduta da tempo, essendo trascorsi oltre 10 anni dal primo rilascio.

La condizione definita dal Servizio AIA regionale era basata sulla perizia del collegio peritale di CTU (Consulenza Tecnica d’Ufficio), nominato nell’ambito del processo penale per disastro ambientale, facente capo all’ing. Boeri.

In sostanza, la perizia indicava con precisione come fare per rimettere eventualmente in esercizio le due vasche A e B.

Per la vasca B si sarebbe dovuto in ogni caso, preliminarmente, svuotarla dei rifiuti depositati (peraltro per gran parte illegalmente) all’interno.

In ogni caso, entrambe le vasche andavano sostanzialmente rifatte sia nel fondo che nei fianchi con adeguata impermeabilizzazione, con idonei strati, di spessore adeguato, con specifica argilla in quantità e qualità precisamente indicate, oltre al rifacimento dell’intero telo impermeabilizzante in geomembrana HDPE polietilene ad alta densità.

Nel frattempo, il Piano Regionale dei rifiuti – approvato, com’è noto, il 14 dicembre 2021 dal Consiglio della Regione Puglia, nonostante il forte dissenso popolare rappresentato dalle associazioni ambientaliste del territorio – non aveva affatto inibito l’utilizzo delle due vasche di servizio/soccorso, anzi ne aveva previsto la riapertura a condizioni sostanzialmente di favore per il Gestore dell’impianto complesso, sebbene specificasse che la rimessa in esercizio era comunque condizionata al rinnovo della procedura AIA.

Quello che sembrava abbastanza pacifico ai politici che, di fatto, avevano preparato bene il terreno per la riapertura della discarica, ha trovato questa volta un forte ostacolo, e, alla fine, un macigno nella sentenza del TAR che stiamo esaminando, oltre alla correttezza dell’Ufficio Regionale AIA che ha dimostrato una vera autonomia dalla parte politica, cioè da Michele Emiliano e dall’Assessora Maraschio, determinati invece a riaprire le due vasche di servizio-soccorso per dare piena autonomia all’impianto complesso.

Ricordiamo che, a differenza di quanto vorrebbero far credere molti politici regionali e anche locali, le due vasche di servizio – soccorso equivalgono ad ogni effetto ad una vera e propria discarica (si tratta infatti del Lotto 2), con tutte le controindicazioni ambientali del caso, che si sommano a quelle legate alla presenza dei Lotti 1 e 3 già esauriti, ma con gravissime criticità ambientali tuttora irrisolte, che continuano a produrre percolato non estratto e, quindi, inghiottito in quantità impressionanti dal sottosuolo e, con ogni probabilità, dalla falda acquifera.

In sostanza, ai politici e ai burocrati regionali (ma per fortuna non a quelli del Servizio AIA), sembrava pacifico che si arrivasse a lavori di riadattamento delle due vasche, in particolare di quella A, vuota, la più facile e immediata da ripristinare, tanto che Emiliano ne aveva più volte perorato la riattivazione a valle della sentenza penale di assoluzione dal reato di disastro ambientale.

Tuttavia, le prescrizioni impartite dal Servizio AIA regionale alla Progetto Gestione Bacino Bari 5 per la riattivazione sono state molto precise: per ottenere il rinnovo della certificazione AIA e, quindi, per poter rimettere in esercizio le due vasche, occorreva seguire la procedura ordinaria prevista dalla legge che, in base alla già acquisita perizia dell’ing. Boeri, prevedeva un sostanziale rifacimento della discarica di servizio-soccorso.

A questo si opponeva la Progetto Gestione Bacino Bari 5 che, invece, chiedeva di seguire la procedura semplificata: in sostanza, il Gestore dell’impianto complesso proponeva di eseguire lavori minimi sulla vasca A (quella vuota), lasciando perdere per il momento la vasca B, piena per metà di rifiuti, tanto da arrivare in pochi mesi a riaprire la discarica, con due obiettivi ben precisi:

a) risparmiare sui costi di conferimento in altre discariche del biostabilizzato prodotto dall’impianto complesso;

b) tenersi pronta ad ospitare, incrementando di molto il business, il biostabilizzato proveniente dall’impianto complesso dell’AMIU Bari, tuttora non dotato di discarica di servizio-soccorso (un business da 12 milioni di euro all’anno: a tanto ammonta infatti il costo per l’AMIU Bari di conferimento nelle discariche fuori provincia finora utilizzate).

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi…

Tuttavia, la decisa contrarietà del fortunatamente autonomo Servizio AIA della Regione Puglia ad accettare la soluzione minimale proposta dalla Progetto Gestione Bacino Bari 5, ha visto una grossa zeppa infilarsi nell’ingranaggio ben oleato che avrebbe portato alla riapertura della discarica.

Tale zeppa è diventata un macigno irremovibile a seguito della sentenza del TAR pubblicata lo scorso 16/05/2022, riferita all’udienza dell’8/3/2022.

In definitiva, come i lettori potranno apprendere leggendo per esteso la sentenza, tutte le opposizioni del Gestore dell’impianto complesso alle determinazioni del Servizio AIA regionale sono state respinte.

E, pertanto, il Gestore, se vorrà ottenere il rinnovo dell’autorizzazione AIA per la riapertura delle due vasche, o anche della sola vasca A, dovrà attenersi esclusivamente alla procedura ordinaria e, quindi, alle prescrizioni tecniche che consistono, nella sostanza, in un rifacimento pressochè integrale delle due vasche nella loro impermeabilizzazione e sicurezza ambientale.

Si tratta, ovviamente, di un esborso monetario non indifferente per la Progetto Gestione Bari 5 che, evidentemente, pensava di cavarsela con un budget molto limitato, insomma, con una soluzione minimale “low cost”.

Cosa potrà accadere e come fare affinchè i politici non giochino di nuovo di sponda con il Gestore dell’impianto complesso

Ora, la strada per la Progetto Gestione Bacino Bari 5 si fa più incerta e tutta in salita: la società dovrà mettere mano al portafoglio per una somma non trascurabile, probabilmente alcuni milioni di euro. Infatti, l’argilla, quella buona, per il rifacimento dei rivestimenti del fondo e dei fianchi della vasca A, ha un costo non trascurabile.

Tanto che il business di accogliere il biostabilizzato dall’AMIU Bari, previsto dal nuovo Piano regionale rifiuti, basato sul principio del conferimento in discarica solo su base provinciale, potrebbe non essere più così allettante.

Lo vedremo nelle prossime settimane; peraltro molto si capirà se la società farà o meno ricorso al Consiglio di Stato.

Intanto, i politici regionali tacciono, mentre i Sindaci di Mola e Conversano hanno diramato un comunicato nel quale – nel riportare il secondo ritrovamento di rifiuti al di fuori del perimetro della discarica, nell’ambito delle operazioni di scavo dei pozzi piezometrici per la verifica del percolato in falda – auspicano la chiusura definitiva della discarica Martucci e ogni attività di messa in sicurezza e bonifica di tutta l’area.

Tuttavia, il Piano regionale rifiuti entrato in vigore con il voto del 14 dicembre 2021 dice tutt’altro, prevedendo la riapertura delle vasche di servizio-soccorso con l’unica condizione, oltre al rilascio del rinnovo AIA, dell’avvio delle misure di prevenzione sul lotto 3: misure ben più blande e inefficaci rispetto alla messa in sicurezza e, ovviamente, alla bonifica.

Il problema è che di chiacchiere e di perdite di tempo ne stanno circolando troppe in questi giorni. 

In realtà la questione si risolve agendo su tre aspetti fondamentali:

1) impedire ogni riapertura delle vasche di servizio-soccorso e, in tal senso, la sentenza del TAR giova molto, ma servono anche incisive azioni politiche e di mobilitazione popolare;

2) reperire un sito alternativo a Martucci per ospitare la discarica di servizio-soccorso;

3) chiudere l’impianto complesso in via anticipata rispetto alla scadenza contrattuale di fine 2026, per manifeste violazioni contrattuali.

Ma è chiaro che questi obiettivi si possono raggiungere soltanto in presenza di una forte volontà politica, oltre che di mobilitazione popolare.

Quanto al primo punto, basterà attendere le decisioni della Progetto Gestione Bacino Bari 5: se deciderà per il non adeguamento a causa del forte dispendio finanziario, saremo già a metà dell’opera.

Un’operazione che va completata con l’individuazione di un sito alternativo a Martucci per il conferimento dei rifiuti biostabilizzati e degli altri scarti di lavorazione dell’impianto complesso, facendone carico politico al “convitato di pietra” che, come in un gioco delle parti, non compare mai e manda avanti i suoi sostenitori e simpatizzanti: in sostanza, i Sindaci dell’area vasta Martucci e i responsabili della associazioni ambientaliste condizionate dalla politica.

Quel “convitato di pietra” ha un nome e un cognome: è Antonio Decaro, azionista di maggioranza, attraverso il Comune di Bari, dell’AMIU Bari, la municipalizzata che gestisce l’impianto complesso di TMB (Trattamento Meccanico Biologico), e che, in base al nuovo Piano Regionale rifiuti, sarà l’unico impianto di questo tipo a rimanere in esercizio nell’Area metropolitana barese, assorbendo quindi anche l’impianto complesso di Martucci, da dismettere entro il 2026, ma che ancora non dispone di una discarica di servizio-soccorso.

Ma nessun politico, in specie se di maggioranza regionale e locale, vuole scomodarlo dal piedestallo sul quale poggia.

E neppure le associazioni ambientaliste “Chiudiamo la discarica Martucci” e “Legambiente” – che ormai scandiscono come in un mantra la parola “sito alternativo” nonostante vi si opponessero nei mesi scorsi, nel corso della battaglia contro il nuovo Piano regionale dei rifiuti – giungono alla necessaria chiarificazione e alla corretta richiesta che va messa in capo al Sindaco di Bari, nonchè della Città Metropolitana, e che deve uscire dal comodo stato di “pesce in barile” nel quale si è volutamente confinato.

3) L’individuazione del sito alternativo, non come mero esercizio dialettico, ma come vera e legittima soluzione tangibile e concreta, va accompagnata dalla chiusura anzitempo, cioè prima della scadenza contrattuale del 2026-27, dell’impianto complesso di Martucci e di ogni attività legata al ciclo dei rifiuti.

Consegnare quanto prima Martucci alla Madre Terra, questo è l’imperativo primario per ogni abitante senziente della nostra area vasta.

Altre soluzioni di compromesso non sono neppure da prendere in considerazione.

Pertanto, Decaro trovi al più presto il sito alternativo a servizio della sua municipalizzata AMIU ed Emiliano ordini la chiusura di ogni attività, nessuna esclusa, in quel di Martucci.

Tutto il resto sono inutili chiacchiere da teatrino della politica e da ambientalismo dei dintorni!

Ecco la sentenza integrale del TAR Puglia:

(per scorrere il documento, cliccare in basso a sinistra sulle icone con le frecce)

 

 

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