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MARTUCCI: INSIEME ALLA PROTESTA, LA PROPOSTA. ECCO COME CHIUDERE SUBITO OGNI ATTIVITA’

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DOSSIER – SECONDA PARTE. La Regione potrebbe dire di no allo stralcio di Martucci dal Piano Regionale Rifiuti, ma ecco una proposta di soluzione che metterà Emiliano e Decaro di fronte alle loro responsabilità. E che renderà molto difficile per loro rifiutare la richiesta di Mola e Conversano.

DOSSIER MARTUCCI – SECONDA PARTE

Ecco il link alla Prima Parte:

https://www.molalibera.it/2021/11/04/martucci-il-bersaglio-facile-di-emiliano-ecco-perche-non-chiudera-mai-se-si-resta-passivi/

La situazione odierna

Come è noto il processo penale, che seguì al sequestro giudiziario dell’aprile 2013 delle due vasche di servizio/soccorso, mandò assolti per insufficienza di prove tutti i rinviati a giudizio per disastro ambientale, tuttavia il Giudice Antonio Diella, nel maggio 2018, nel pronunciare la sentenza e ordinando il dissequestro delle due vasche, demandò “agli organismi di controllo e agli enti competenti le valutazioni sulla eventuale possibile ripresa di esercizio”.

Si sa anche bene che, nel frattempo, il cosiddetto “Tavolo Tecnico Regionale” – istituito dal Consiglio Regionale, a seguito delle forti proteste popolari del maggio 2013, per fare luce sulla situazione ambientale nell’area vasta di contrada Martucci – dopo un tempo interminabile rassegnò le sue conclusioni stabilendo che si tratta di sito potenzialmente inquinato.

La Regione, nel frattempo, s’era liberata di ogni incombenza diretta, demandando su base locale la prosecuzione delle attività fino a quel momento condotte a livello regionale.

Venne così istituito un tavolo tecnico intercomunale tra i comuni contermini e di area vasta (di cui Mola è capofila), con un finanziamento di 360 mila euro, per le azioni di monitoraggio finalizzate ad accertare, anche sulla base delle relazioni dell’ARPA, lo stato dei lotti esauriti e delle vasche di servizio/soccorso, oltre alla verifica sulla presenza o meno di percolato nei pozzi di raccolta che, per prolungata assenza di estrazione nel corso di almeno nove anni, potrebbe già da tempo aver raggiunto il sottosuolo e, quindi, la falda acquifera.

Tali verifiche sono contraddistinte da notevoli ritardi nella programmazione e nell’esecuzione delle attività: infatti, soltanto ieri, 4 novembre, il Sindaco di Mola ha comunicato nella chat del Comitato “Stop Martucci” che nella stessa giornata è stato effettuato “sopralluogo a Martucci per verificare ultime operazioni indagini geognostiche ed avvio operazione rilievi piezometrici”.

I risultati potrebbero essere divulgati il prossimo 23 novembre, nell’incombere dell’approvazione del Piano Regionale Rifiuti prevista l’8 dicembre, tuttavia le società specializzate incaricate delle operazioni di verifica e misurazione potrebbero anche ritardare l’esito, rendendo per i comuni di Mola e Conversano ben più difficile sostenere di fronte alle autorità regionali l’inderogabilità dello stralcio del sito Martucci dal piano.

Nel nuovo Piano Rifiuti, la Regione vuole riaprire ad ogni costo la discarica a Martucci: ecco le vere motivazioni

Insomma, questa telenovela infinita, nata negli Anni ’70 del secolo scorso e che ha smosso interessi giganteschi nel corso dei decenni, non è ancora arrivata al suo epilogo nonostante la Regione Puglia, nel suo nuovo Piano rifiuti, contempli di chiudere l’impianto complesso di Martucci nel 2027, alla scadenza del periodo contrattuale con la Progetto Gestione Bari 5 srl, che lo gestisce.

Quindi, ancora cinque anni pieni di produzione di biostabilizzato e di CDR (oggi denominato CSS, combustibile solido secondario), con la riapertura delle vasche di servizio/soccorso, in realtà una vera e propria discarica, come abbiamo già visto nella prima parte di questo dossier. E con la certezza che le vasche verranno colmate ben prima della scadenza, e che necessiteranno di sopralzi, come previsto dal Piano economico finanziario della Progetto Gestione Bari 5 (si veda la prima parte del Dossier).

Insomma, perché la Regione Puglia insiste, pur sapendo che Martucci è da tempo un sito definito “potenzialmente contaminato” dal Tavolo tecnico regionale, ma, fuor da ogni cautela, sicuramente contraddistinto da inquinamenti di diverso tipo, come le indagini giudiziarie hanno ben affermato più volte?

La risposta all’interrogativo si trova nelle centinaia di pagine del nuovo Piano Regionale dei rifiuti, laddove campeggia sempre, nelle tabelle e nei dati, la strategicità di Martucci nel ciclo dei rifiuti della Puglia.

In sostanza, la Regione non può farne a meno a causa di scelte politiche sbagliate in materia di impiantistica che finiscono con il punire pesantemente le popolazioni di Mola e Conversano.

In particolare, nel 2019, l’impianto complesso di Martucci è stato il terzo, in tutta la Regione, sui nove esistenti, per tonnellaggio di rifiuti indifferenziati lavorati, con TMB (Trattamento Meccanico Biologico), dopo quello di Massafra e dell’AMIU di Bari.

Ma vi è di più, Martucci è diventato nel tempo uno snodo fondamentale e imprescindibile dell’impiantistica regionale.

Infatti, ben tre impianti TMB (Trattamento Meccanico Biologico) per rifiuti indifferenziati sono stati nel tempo autorizzati e non realizzati nelle province Bari e BAT: a Giovinazzo, Andria e Spinazzola, con ciò aumentando la centralità e l’indispensabilità per la Regione dell’impianto di Martucci della Progetto Gestione Bari 5.

Ma vi è di più.

Infatti, l’impianto di Martucci è tra i pochissimi impianti pugliesi che producono il CSS (nuova denominazione del CDR), le ecoballe da bruciare negli inceneritori.

Infatti, sul territorio regionale ne esistono solo quattro e quello situato a Martucci è secondo per potenzialità di trattamento dopo quello di Cavallino, in provincia di Lecce.

E ancora: l’impianto complesso di Martucci, nella sua produzione di CSS, è l’unico esistente nelle province di Bari e BAT, poiché gli altri tre impianti regionali sono ubicati a Manfredonia (FG), a Massafra (TA), a Cavallino (LE).

Questi dati di fatto, ritracciabili nelle tabelle del Piano Regionale Rifiuti, che sarà sottoposto all’approvazione del Consiglio Regionale, saranno molto utili non solo per prendere atto di una realtà impiantistica che ha messo al centro del territorio regionale Martucci, ma anche (come vedremo più avanti) per delineare una proposta di soluzione all’immediata richiesta di stralcio, senza attendere il futuribile 2027.

Torniamo ora alle vasche di servizio/soccorso e al perché la loro riapertura diventa vitale per la Regione e per la società Progetto Gestione Bari 5.

Infatti, l’impianto complesso di Martucci – nella sua lavorazione dei rifiuti indifferenziati, per la produzione finale di CSS, provenienti attualmente da ben 39 comuni, sia dell’Area Metropolitana che della BAT – produce una notevole quantità di rifiuti di scarto della lavorazione, a cominciare dal RBD (rifiuto biostabilizzato), che finisce in discarica, cioè nelle vasche di servizio/soccorso.

In poche parole, a Martucci entrano 171.550 tonnellate/anno di rifiuti indifferenziati e, dopo la lavorazione, escono 62.857 tonnellate/anno di CDR (ora CSS), con un esito di materiale da conferire nelle due vasche di servizio/soccorso (A e B) di ben 71.142 tonnellate/anno di scarti, di cui 58.787 di RBD, il biostabilizzato (dati del Piano economico-finanziario della Progetto Gestione Bari 5).

Ecco perché la Regione Puglia ha necessità di riaprire le vasche A e B: si tratta di tonnellaggi molto elevati di biostabilizzato, e altri scarti, che le discariche attuali, sul territorio regionale (peraltro nessuna all’interno dell’Area Metropolitana), fanno fatica ad assorbire e molte delle quali sono in fase di chiusura per esaurimento, come dichiarato nel Piano Regionale, oltre ad essere per la gran parte private e, quindi, soggette alla domanda di mercato, anche da fuori regione.

Il nuovo Piano Rifiuti: si tenta di dismettere le discariche, ma non esiste una vera strategia per portare la raccolta differenziata all’obiettivo dichiarato del 70%. Ecco perché Martucci rischia di non chiudere mai

Le nuove previsioni regionali prevedono di raggiungere, nel 2025, il 70% di raccolta differenziata sull’intero territorio pugliese (nel 2020 era al 54,68%).

Un obiettivo irrealistico proiettando la situazione odierna in là nel tempo, tenendo conto che il Piano regionale fa un elenco di buone intenzioni e di buone pratiche, senza però darvi alcuna vera sostanza.

Si parla genericamente di estendere a tutti i comuni il servizio di raccolta porta a porta, con il sistema della tariffa puntuale (“più produci rifiuti, più paghi”), tuttavia senza alcun vero sistema premiale per i cittadini, né adottando una sostanziale politica “rifiuti zero” e di autentica “economia circolare”, attraverso il riciclo e il riuso: metodologie che, se ben applicate, rendono pressochè superfluo il ricorso sia alle discariche che all’incenerimento.

Peraltro, alcuni grossi comuni pugliesi, a cominciare dal capoluogo regionale (Bari è ferma al 41,4%), sono inchiodate su percentuali molto basse di raccolta differenziata (Taranto 25,1%, Brindisi 41,7%, fanalino di coda Foggia con il 21,9%).

Il nuovo Piano regionale, basandosi dunque su una futuribile raccolta differenziata omogenea al 70%, prevede la dismissione di alcuni impianti complessi sia per la produzione di biostabilizzato che di CDR/CSS.

Una previsione che contempla anche la dismissione di Martucci nel 2027. Ma se la raccolta differenziata dovesse fallire nel suo ambizioso obiettivo del 70%, come è purtroppo molto probabile, sarebbe necessario continuare ad utilizzare gli impianti complessi aventi maggiore capacità di lavorazione dell’indifferenziato.

In sostanza, nella nuova programmazione regionale, dei 10 impianti di trattamento meccanico biologico (TMB) dei rifiuti indifferenziati ne rimarrebbero in funzione, a partire dal 2025, soltanto quattro: Biwind a Deliceto (FG), Cerignola, AMIU a Bari, Manduria.

Al contempo, gli impianti di produzione del CSS (ex CDR) scenderebbero a 3 (Manfredonia, Brindisi e Cavallino): tuttavia, l’impianto di Brindisi è ancora da realizzare.

Ecco la situazione impiantistica al 2020, come esposta in un recente report di Legambiente:

Province di Bari e BAT

Come si può ben notare, moltissime discariche sono già chiuse o in fase di dismissione, così per gli impianti di trattamento dell’indifferenziato.

Peraltro, quello che salta subito in evidenza è la totale assenza di discariche in esercizio, di ogni tipo, nell’Area Metropolitana di Bari.

Ecco perché, nell’ottica di chiudere il ciclo dei rifiuti in ciascuna provincia, la Regione preme per riaprire la discarica di servizio/soccorso di Martucci-Conversano, nonostante i giganteschi problemi di adeguamento e ripristino che, superato probabilmente il rinnovo dell’AIA – Autorizzazione Ambientale Integrata -, sarebbe indispensabile affrontare con una spesa stimata dalle autorità regionali in 1 milione di euro, mentre valutazioni più accurate di esperti da noi interpellati parlano di almeno 5 milioni di euro.

Infatti, si dovrebbe procedere allo svuotamento della vasca B, ora piena per oltre metà con 250 mila tonnellate di rifiuti per gran parte “tal quale”, e quindi alla messa in opera di argilla in quantità e qualità adeguate, nonchè al rifacimento dei teloni, sul fondo e sulle pareti, a protezione dalle fughe di percolato, oltre alle canalizzazioni per la captazione del percolato.

Il ruolo di Bari, capoluogo di regione e di Area Metropolitana che fugge dalle sue responsabilità

In tutta questa lunga e tortuosa vicenda c’è un convitato di pietra: il Comune di Bari.

L’impianto AMIU della zona industriale barese produce una mole notevole di RBD (biostabilizzato), per un totale di 188 tonnellate/giorno (Fonte: AMIU Bari) che, in assenza di una discarica di servizio/soccorso, finisce con l’alimentare le discariche esistenti altrove.

Inoltre, si tratta di un impianto complesso “monco” perché non produce CDR/CSS, non chiudendo quindi il ciclo.

Eppure, la linea per la produzione del CDR (oltre che del compostaggio) è prevista come “da realizzare” nel rapporto di Legambiente, mentre nella tabella del nuovo Piano regionale non se ne prevede la costruzione.

Tuttavia, il Piano Regionale a regime, cioè nel 2025, prevede che l’AMIU Bari diventi – oltre agli impianti su base provinciale di Deliceto (FG), Cerignola (FG) e Manduria (TA) -, l’unico centro delle province di Bari e BAT per il TMB (Trattamento Meccanico Biologico), cioè per la lavorazione dell’indifferenziato, con l’output del biostabilizzato da smaltire in discarica. In quale discarica non è però specificato, non essendo l’AMIU Bari dotata di un tale impianto di smaltimento.

Come chiudere Martucci, ora, subito, adesso! Ecco la soluzione

Della indispensabilità di chiudere ogni attività a Martucci si è già detto diffusamente. Ma ora diventa sempre più impellente perché, stante una previsione di piano regionale non credibile e in assenza di altre discariche sul territorio dell’Area metropolitana, Martucci rischia per davvero di non chiudere né nel 2027 né in altra data.

E allora la richiesta di chiusura si deve accompagnare ad una proposta di soluzione nel breve periodo.

Dovrebbe quindi essere Bari, per il ruolo primario che svolge sul territorio, ad assumersi ogni responsabilità chiudendo immediatamente il ciclo con il suo impianto AMIU, in assenza di altri impianti di trattamento del rifiuto indifferenziato nell’Area Metropolitana, oltre a quello di Martucci.

Pertanto, sarebbe sufficiente che l’AMIU di Bari ampli nel breve periodo la sua impiantistica (senza attendere il 2025-27), con l’integrazione aggiuntiva per la produzione di CDR/CSS, al fine di liberare da questa funzione Martucci, oltre ad incrementare la capacità di lavorazione dei rifiuti indifferenziati, assorbendo quelli che oggi arrivano all’impianto complesso della Progetto Gestione Bari 5 (a Martucci), da ben 39 comuni della provincia di Bari e della BAT.

Allo stesso tempo l’impianto AMIU così ampliato (già finanziato) dovrebbe dotarsi di una discarica di servizio/soccorso (oggi non presente in affiancamento alla sua linea di biostabilizzazione), in attesa che la nuova metodologia del cosiddetto RE.MAT (recupero di materia), che sarà introdotta con il nuovo Piano Regionale, riduca sensibilmente i conferimenti degli scarti di biostabilizzazione e di produzione CDR/CSS in discarica.

In alternativa, devono essere le Autorità regionali a chiarire, fin da subito, dove verrà scaricato il biostabilizzato prodotto dall’AMIU Bari, tenendo conto che Martucci lo scarica già in alcune discariche autorizzate e che tale conferimento potrebbe continuare in attesa di una soluzione definitiva anche per i maggiori volumi che verrebbero prodotti dall’AMIU con l’assorbimento di Martucci.

In questo modo, Martucci può chiudere ogni attività dell’impianto complesso ben prima del 2027 e senza sorprese successive (molto probabili se non si procederà da subito allo stralcio del sito dal Piano Regionale).

In sostanza, si tratta di anticipare nel breve periodo le funzionalità che l’AMIU sarà comunque chiamato a svolgere dal nuovo Piano Regionale Rifiuti a partire dal 2025, quale unico centro per le province di Bari e BAT per il trattamento dei rifiuti indifferenziati.

Peraltro, e non da meno, in questo modo si ottempera al punto b) del nuovo Piano Regionale Rifiuti che demanda ai comuni di trovare eventualmente un sito alternativo a Martucci per le attività dell’impianto complesso, laddove si insista per lo stralcio: un pilatesco e furbesco lavarsi le mani da parte della Regione che ben sa dell’indisponibilità di altre realtà comunali ad ospitare sui propri territori un’attività così impattante. 

Quindi, non un nuovo impianto, ma l’ampliamento di quello esistente dell’AMIU Bari, semplicemente da anticipare nel tempo. Un’operazione che consentirebbe, peraltro, di non pagare alcuna penale alla Progetto Gestione Bari 5 per risoluzione anticipata del contratto. Infatti, tale società ben potrebbe utilizzare l’ampliamento dell’AMIU per continuare fino alla scadenza contrattuale (31-12-2026) la propria attività di trattamento dei rifiuti indifferenziati e di produzione del CDR/CCS.

Il primo passo è ovviamente quello di negare immediatamente qualsiasi riapertura delle vasche di servizio/soccorso, ovvero della discarica.

La riapertura significa mettere un cavallo di Troia a Martucci che le autorità regionali potranno utilizzare anche ben dopo il 2027, non potendosi fare, purtroppo, affidamento su previsioni così aleatorie in termini di un’ampia dismissione del sistema discariche sul territorio regionale.

La battaglia di civiltà delle comunità molese e conversanese, per il diritto all’ambiente salubre e per il diritto alla salute, bene primario non barattabile, deve essere condotta fino in fondo, fino alla vittoria. Non possono esserci mezze misure.

Pertanto, Emiliano e Decaro si assumano ciascuno le proprie responsabilità.

La Regione non può scaricare sui territori più vulnerabili le sue inefficienze nella previsione e gestione dell’impiantistica e nel suo debole e poco motivato nuovo modello del ciclo dei rifiuti.

Allo stesso tempo, l’Area Metropolitana non può assumere per il capoluogo le funzioni più convenienti e meno impattanti sul profilo ambientale e trattare le popolazioni periferiche che ne fanno parte come colonie da spremere come limoni.

CHIUDERE MARTUCCI, ORA, SUBITO, ADESSO!!!

 

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