Le riflessioni storico-artistiche di Valeria Nardulli sulla controversa figura del Conte di Mola, nella relazione tenuta nel corso della presentazione del libro “Miguel Vaaz” di Nicola Fanizza, svoltasi nel Chiostro di Santa Chiara la sera dello scorso mercoledì 5 agosto.
di Valeria Nardulli
Qualche giorno fa, la sera del 5 agosto, si è svolta qui a Mola la presentazione del libro di Nicola Fanizza “Miguel Vaaz, il Conte di Mola” , pubblicato da Cacucci Editore di Bari.
Sono intervenuti in ordine: Stefano Gaudiuso, giornalista; Piero Fabris, scrittore e collaboratore di “Mola Libera”; Francesco Spilotros, giornalista; Prof. Vito Gallotta, Storico e Docente all’Università di Bari, oltre al saluto di Lea Vergatti, Assessora ai Servizi sociali e Pubblica Istruzione del Comune di Mola.

Io sono intervenuta in qualità di Storica dell’Arte per evidenziare gli aspetti storico – artistici delineati dal testo dal Prof. Fanizza, che tende a rivalutare anche sotto questo aspetto Miguel Vaaz.


Quest’ultimo, definito dal De Santis” l’ebreo portoghese, strozzino impinguato” ha lasciato diverse testimonianze storico – artistiche nel nostro territorio, che sono ancora oggi al centro di problematiche urbanistiche irrisolte, come l’arco Vaaz, o che gli sono state erroneamente attribuite, come la costruzione in Via Veneto, che sulla facciata riporta la scritta “SOLI DEO” (1572). (A Dio solo onore e gloria).


Come evidenzia infatti il Prof. Fanizza, il Vaaz giunse a Mola tra il 1609 ed il 1610, quindi la data è di molto antecedente e tra l’altro tale costruzione risulta troppo periferica rispetto al castello.
Palazzo Vaaz dovrebbe essere identificato con l’attuale proprietà della famiglia di Vittorio Tribuzio, che nel 1978 entrò in possesso di una parte del palazzo del Conte di Mola.
L’immobile originariamente era composto da due corpi coestensivi ma una parte di esso (quella più vicina al castello, era stata demolita dopo una permuta avvenuta nel 1964/65. I muratori non poterono fare a meno di notare come i due immobili avessero molti elementi in comune, come i conci e la tecnica muraria ed anche una piccola stanza ubicata nei sotterranei, che conducevano a passaggi segreti verso il castello o la chiesa di San Francesco d’Assisi (vulgo Sant’Antonio).
Le tracce che il Vaaz ha lasciato nel nostro territorio sono evidenti: lo stemma nella chiesa di Sant’Antonio, che riprende, in chiave popolare, le forme auliche dello stemma dei Vaaz nella chiesa dell’Ascensione a Napoli, poi ricordato anche nella nostra chiesa della Maddalena e nel Castello di Mola.

Come evidenzia l’autore del testo, anche nello stemma descritto da Edgardo Noya, ogni elemento iconografico è perfettamente riconducibile alla personalità ed alla vita di Miguel Vaaz: […] mentre la sirena dà voce al suo desiderio di potere (la corona!), la spada di San Michele, coperto dalla nuvola, alla sua sete di giustizia. La donna sulla torre- simbolo ascensionale – indica, infine, la Grazia con la sua funzione salvifica. […]
Miguel Vaaz era particolarmente devoto di San Michele Arcangelo, aveva visitato il santuario micaelico ed era consapevole del significato di origine ebraica di Mikhail:” Chi è come Dio”?
Il Professor Fanizza ci fa conoscere questo complesso personaggio anche nel contesto napoletano e ce lo descrive subito come un uomo longilineo, dalla pelle scura, elegante nei modi e nell’aspetto: un esteta che amava abbigliarsi con eleganti abiti dai colori pastello.

Egli giunge a Napoli con la sua famiglia nella primavera del 1583 a bordo della Santa Barbara.
Una volta giunti nella città partenopea, i Vaaz De Andrade vanno subito alla ricerca di una casa palaziata, che possa ospitare Don Miguel, i due fratelli con le mogli ed una nipote.
Scelgono un bel palazzo in via Toledo, nel quartiere di Chiaia, progettato nel ‘500 da Giulio Romano, allievo di Raffaello. La costruzione, che viene ricordata oggi come palazzo Berio, dal nome del librettista d’opera che la acquistò nell’800 presentava elementi architettonici e decorativi interessanti ed un teatro che poteva contenere 1600 spettatori.

Una casa palaziata a due piani che si trova nei pressi della chiesa dell’Ascensione a Napoli, dedicata a San Pietro Celestino, alla quale il Conte di Mola si mostrerà molto legato: conoscerà l’Abate del monastero dei Celestini, Padre Pietro Leopardi che diverrà suo confessore e sostenitore.
A questa chiesa il Vaaz si legherà in modo particolare dopo l’episodio del 4 maggio del 1617, quando sfuggì alle guardie del Viceré di Napoli, il duca di Ossura, che avrebbe voluto imprigionarlo, rifugiandosi nel monastero.
Era il giorno dell’Ascensione e la sera prima l’ebreo convertito aveva sognato San Pietro Celestino che gli tendeva la mano.
Egli decise, dopo questo episodio di impegnarsi nel restauro e ristrutturazione della chiesa che era stata edificata su di un terreno ghiaioso, come tutto il quartiere di Chiaia.
Si rivolse per questo ad importanti personalità artistiche dell’epoca: Cosimo Fanzago per l’architettura, Luca Giordano per le tele mentre gli altari in marmi policromi furono realizzati dal marmoraro Aniello Gentile.

La chiesa dell’Ascensione diveniva così un enorme ex voto, simbolo della conversione del tanto odiato e vituperato Miguel Vaaz, un personaggio da rivalutare, come ci insegna Nicola Fanizza.






Articolo molto interessante e gradevole
Molto interessanti e approfondite le riflessioni di Valeria Nardulli