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Mola di Bari

MORGESE: “MOLA E’ UNA VECCHIA SIGNORA DECADENTE CHE ASSISTE IMPOTENTE ALL’ASSENZA DI POLITICHE CULTURALI”

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Waldemaro Morgese, già Direttore della “Teca del Mediterraneo” e Presidente della Sezione Puglia dell’Associazione Italiana Biblioteche, in un’analisi ampia e circostanziata sull’odierna situazione della cultura a Mola. Ecco il suo punto di vista, con proposte concrete per uscire dall’eventistica e dall’effimero, in un articolo per “Mola Libera”.

Waldemaro Morgese

Mola di Bari è una città che amo ma che è molto sfortunata. Definirla in un modo soddisfacente e più o meno efficace è difficile, ma ora ci provo. Diciamo allora che Mola è come una vecchia signora che beneficia ancora di brandelli del suo passato e che difronte non ha nulla fuorché il progressivo deperimento. A meno che non metta in atto un colpo d’ali, che però – aimè – non si intravede all’orizzonte.

Questa è Mola di Bari per me. Naturalmente per tanti altri – assai più saccenti o saputi che dir si voglia – Mola è tutt’altro: è una meraviglia, dal futuro splendido, ove i politici che la governano fanno cose strabilianti e soprattutto intelligenti e che in ogni caso sono sempre con le maniche della camicia rimboccate in febbrile attività. Io, in verità, tutto questo strabilio, questo febbricitante operare e soprattutto questa intelligenza non li vedo affatto, ma tant’è: è sempre una questione di punti di vista!

Difronte ad un panorama siffatto, almeno per come lo vedo io, mi chiedo da tempo se quel fattore su cui ho sempre incrollabilmente creduto valga ancora, se cioè è sempre valido pensare che le situazioni difficili si affrontano anzitutto con dosi da cavallo di “cultura”. Ci ho creduto per una vita, tutto sommato ci credo ancora nonostante i miei 8 decenni di esistenza e quindi ho deciso di scrivere un intervento per riordinare le mie idee riferendomi proprio a Mola.

C’è “cultura” a Mola? Domanda la cui risposta è difficilissima, ma non impossibile. Con il corollario: se non c’è o latita o le criticità sono enormi cosa bisognerebbe fare?

Quindi procediamo con ordine. Per prima cosa scarto di impelagarmi in una lunga discussione per definire cosa sia da intendere per “cultura”. Potrei scriverci cartelle e cartelle ma credo che in questa sede sia sufficiente affidarci al senso comune: “cultura” è ciò che tutti noi più o meno sappiamo cosa sia, con maggiore o minore sofisticazione concettuale, ma non è certo un oggetto misterioso. Accontentiamo di questo, per ora!

Credo tuttavia che si debba operare una sola distinzione: fra “cultura” e “politiche culturali”, perché la “cultura” è il prodotto, le “politiche” sono lo strumento (gli strumenti) grazie a cui si ottiene il prodotto. La “cultura” è la variabile dipendente, le “politiche culturali” sono le variabili indipendenti.

Mola, San Domenico, Palazzo delle Culture. Un senso di desolante abbandono emerge dalle cataste di materiale depositato nella ex sala consiliare

Anticiperò ora le mie conclusioni, così chi si è già scocciato di leggermi potrà passare ad altro di più piacevole. Secondo me, e cercherò di chiarirlo, a Mola di Bari, questa nostra vecchia signora al tramonto, c’è tutto sommato la “cultura”, mentre le “politiche culturali” intese in una determinata accezione non ci sono. Subito qualcuno dotato di acume obietterà: se le “politiche” sono lo strumento per ottenere la “cultura” come mai quest’ultima c’è nonostante manchino gli strumenti? Ottima osservazione, a cui rispondo subito. È che a me non interessano per l’economia di questo scritto le politiche culturali in generale, ma le politiche culturali agìte dal potere pubblico, quello (il Comune soprattutto, nel nostro caso) che dispone dei soldi dei cittadini o della possibilità di orientare l’uso dei soldi dei cittadini.

Ebbene, a mio avviso il Comune di Mola non ha mai elaborato una “politica” per produrre cultura sul proprio territorio, pur utilizzando ed anche in gran quantità il denaro dei cittadini ottenuto con l’imposizione fiscale. Si è finora, operando del resto allo stesso modo Giunta dopo Giunta, limitato ad impiegare il danaro pubblico “a pioggia”, come si usa dire: elargendo cioè a destra e a manca soldi ad una cospicua coorte di operatori privati, ciascuno esponenziale di proprie proposte più o meno valide e interessanti (o poco interessanti e in questo caso con successo solo perché hanno rapporti privilegiati con il potere).

Quindi tiriamo i primi fili di questo ragionamento, poi approfondiamo. A Mola la “cultura” in qualche modo c’è, ma non ci sono “politiche” culturali pubbliche per la cultura bensì solo “politiche” culturali di singoli operatori privati i quali – ovviamente – pensano ai propri legittimi interessi di operatori culturali, interessi anche nobili ma limitati. Diciamo che la vecchia signora in declino è allietata da tante micro-politiche culturali di stampo privato che producono, tutte insieme, un panorama apparentemente sfavillante di fervore culturale, quasi ad ogni ora del giorno e della notte. Questo fervore creato grazie ai privati è ingannevole perché viene scambiato da osservatori distratti per “politica culturale” il cui merito è dei poteri pubblici (i quali, invece, come precisato, si limitano a dare un po’ di soldi, magari di più a chi più è loro simpatico, per avere poi l’immancabile tornaconto).

Ora però esemplifichiamo, sennò il discorso potrebbe sembrare troppo generico. Non voglio fare classifiche che attirerebbero su di me odio feroce, ma in cosa consisterebbe il fervore culturale a Mola se ad esempio escludessimo almeno tre presenze private di spessore come: il festival organistico di Santa Maria del Passo, le rassegne Agimus (a cominciare dal festival vanwesterhoutiano), il Palazzo Pesce? Questo fervore si spomperebbe di molto. E se escludessimo altresì un certo altro numero – ripeto, non mi arrischio a indicarle – di realtà anch’esse private che operano a Mola?

Il busto di Niccolò van Westerhout, opera dell’artista Luciano Redavid, scoperto ieri sera, venerdì 10 novembre 2023, in occasione della serata inaugurale del Festival Agimus “Casa van Westerhout”, alla presenza dell’Autore, del Sindaco Giuseppe Colonna e del Maestro Piero Rotolo, Direttore artistico Agimus (Foto Mola Libera)

Dico che a questo punto il cosiddetto “fervore culturale” non ci sarebbe più, letteralmente. Non che ne sortirebbe depotenziato, ma proprio – papale papale – non ci sarebbe più alcun “fervore”!

Quando qualcuno sostiene con accento critico che spesso la “cultura” è intesa semplicisticamente solo come un insieme di eventi effimeri (per quanto, in alcuni casi, di ottimo livello qualitativo), a mio avviso credo che intenda sostenere questo: che una linea di politica culturale pubblica non c’è ma ci sono tanti eventi privati in parte sostenuti dal danaro pubblico, a meno che – ipotesi solo accademica – un Comune (o un altro livello istituzionale pubblico) approvi un documento di intenti in cui la “cultura” è solo identificata in eventi effimeri prodotti in proprio!

Questa è la situazione in cui si trova Mola di Bari, da molti anni a questa parte. Questo è il punto dolente che bisognerebbe superare ma che, purtroppo, non credo potrà essere superato in quattro e quattrocchi, perché per superarlo ci vuole un complesso di condizioni che mancano del tutto e che francamente non so proprio quando si materializzeranno. Per ora, insomma, c’è buio pesto. Se fioriranno prima o poi rose, saremo i primi ad innaffiarle.

Ma quali potrebbero essere queste rose? Cioè, fuori di metafora, quali potrebbero essere gli assi portanti di una politica culturale pubblica degna di questo nome, a livello di un Comune delle dimensioni medio-piccole come Mola di Bari?

Anzitutto scarterei gli approcci che cercano di imitare, ingenuamente e a sproposito, le discipline del marketing. Ad esempio a Mola è oggi in auge (è di moda) il tentativo di costruire una “narrazione” (storytelling) basata sulle “sette Arti”. La ritengo una narrazione farlocca, non solo priva di riscontri concreti, ma del tutto inutile ai fini della costruzione di una politica pubblica per la cultura.

Cosa invece occorrerebbe di sicuro? Qualsiasi politica culturale pubblica che si rispetti non può fare a meno di quella che è un vero e proprio “backbone”, una dorsale fondamentale di ogni azione culturale e cioè la filiera cosiddetta “MAB”: Musei-Archivi-Biblioteche. È una filiera ad alto valore aggiunto e capace di innumerevoli “spill-over”, a motivo delle interrelazioni che si potrebbero attivare fra i tre elementi della filiera. Ma a Mola di Bari, come più che noto, la Biblioteca esistente non può essere considerata una vera e propria Biblioteca (sono stato per 2 mandati presidente della Sezione Puglia dell’Associazione Italiana Biblioteche e per 16 anni direttore della Biblioteca Multimediale del Consiglio Regionale della Puglia Teca del Mediterraneo, quindi so di cosa parlo); di Musei non c’è neppure l’ombra; di Archivi manco a immaginarli. Orbene, senza una dignitosa filiera “MAB” non possiamo parlare di politica pubblica per la cultura, ciò cortesemente per rispetto della decenza!

La Biblioteca comunale

Probabilmente occorrerebbero anche altre misure, che elenco. Ci vorrebbe una sia pur elementare Galleria d’Arte, su cui convogliare anno dopo anno investimenti pubblici al fine di costituire una sia pur minima e dignitosa collezione identitaria (almeno). Ci vorrebbe una riorganizzazione dell’apparato operativo pubblico, ad esempio attraverso la decisione di istituire una Fondazione Comunale per la Cultura. Ci vorrebbe l’istituzione di una Stagione mista Musicale-Teatrale di prosa per utilizzare al meglio per tutto l’anno il Teatro Comunale, che è una struttura pubblica (cosa di cui ben potrebbe occuparsi la Fondazione per la Cultura), mentre oggi non si è neppure capaci di rattoppare i 3 portoni che si affacciano su via Van Westerhout. Ci vorrebbe una politica di efficientamento dei cosiddetti “contenitori” pregiati di proprietà pubblica, a cominciare dal Castello Angioino-Aragonese (in condizioni di evidente sottoutilizzo e privo dei più elementari presidi di sicurezza) per finire al Palazzo Roberti-Alberotanza (perlomeno rendendo agibile la splendida corte di pianterreno, dato che del semplice scenario della facciata non sappiamo cosa farcene).

Ma mi fermo qui: perché sto sconfinando nel “cahier de doléances” in cui tutti siamo più che bravi (lo siamo stati ad esempio proprio riguardo al Palazzo Roberti-Alberotanza).

Per concludere. A Mola, vecchia signora in declino, la “cultura” è merito esclusivo di benemerite organizzazioni private, mentre il Comune latita, salvo che nelle vesti di elemosiniere. Ma pensiamo sul serio che il preminente uso delle risorse pubbliche (cioè quelle prelevate coattivamente dalle tasche del cittadino) debba riguardare solo l’eventistica per definizione effimera, piuttosto che le intraprese più “hard”, capaci cioè di durare nel tempo? Non dovremmo auspicare che avvenga il contrario? Anche perché le attività durevoli nel tempo sono più idonee ad incidere nelle criticità sociali – fra cui la deprivazione dell’istruzione – mentre quelle effimere, in genere estive, sono utili ad alimentare un po’ di turismo (il che non è affatto negativo, ma è molto limitativo). Con le risorse private (gli sbigliettamenti, ad esempio o altro) è giusto fare ciò che si vuole, mentre con quelle pubbliche no, bisogna riflettere con oculatezza al loro uso e al loro impatto.

Mola, Teatro comunale N. van Westerhout

 

 

5 COMMENTI

  1. Gent.mo Waldemaro,
    mi e’ piaciuto molto il tuo scritto, ma un proverbio dice ” che fra il dire e il fare, c’e’ di mezzo il mare.
    Ne sa qualcosa il nostro amico Enzo l’Insalata, proprietario di un Museo dell’Artigianato Molese che da
    diversi anni vuole donare al Comune di Mola il suo capolavoro, ma ad oggi nessuno si preoccupa di recuperarlo.

    Oltre al suo impegno personale, mi risulta che ci ha speso parecchi soldini, per recuperare cio’ che e’ la
    nostra storia artigianale e lo ha fatto con vero amore per il nostro Paese.

    Cio’ che Enzo ha creato, per me e’ Cultura e sicuramente va salvaguardata.

    Un fortissimo abbraccio.

    Un tuo vecchio Amico.

  2. Caro Waldemaro, a mio avviso sbagli quando spari sulla attività culturale « città delle 7 arti « 
    Giandonato Disanto si ispira a Ricciotto Canudo che è stato un grande intellettuale. A Gioia del Colle a lui hanno intitolato il LICEO.
    Anche questa è una attività che produce cultura in Mola.

    • Caro Sandro, 7 arti è solo marketing. Oltretutto chiamando in causa Canudo che non ha mai messo piede a Mola nella sua breve vita. Io ho voluto mettere il dito nella piaga delle Pubbliche Amministrazioni che si trasformano in mere elemosiniere di danaro pubblico, senza costruire nulla di duraturo nel campo culturale.

  3. Che tristezza!
    Il tempo passa inesorabile per ciascuno di noi, uomo o donna che sia!
    Cerchiamo di vivere serenamente il presente, per costruire il futuro per le nuove generazioni!

  4. caro Waldemaro, chii a Mola ha rivendicato il ruolo di direttore di coscienze a Mola sono stati i militanti politici che, benché fossero insipienti, avevano la pretesa di spiegarti il mondo.
    Mola purtroppo dalla seconda metà del novecebti fino ad oggi, non ha avuto
    un vero maestro!

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