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Mola di Bari

MORGESE: “NELL’URBANISTICA MOLESE TROPPI TECNICISMI, IN ASSENZA DI UNA VISIONE DI CITTA'”

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Nel dibattito cittadino avviato sul PUG (Piano Urbanistico Generale), interviene Waldemaro Morgese. Per il Presidente dell’Associazione “Le Antiche Ville“, le azioni che hanno riguardato l’uso del suolo comunale non sono state attuate entro un quadro di pianificazione unitaria del territorio, bensì secondo linee spontaneistiche, frutto delle contingenze e degli interessi in campo, con il risultato di una perdurante assenza di visione. Ecco la sua completa analisi critica di una complessa e difficile situazione: “grave, ma non seria”.

La vicenda urbanistica è, a Mola di Bari, una sorta di “telenovela” che dura dal febbraio 1980, allorché – me trentacinquenne in Consiglio Comunale – fu approvato il Piano Regolatore Generale: e fu approvato anche perché ci furono lotte democratiche per farlo approvare.

Una “telenovela” per di più con gli stessi attori, il che potrebbe anche non essere un fatto negativo in se stesso, in quanto nelle Pubbliche Amministrazioni avere continuità, come ben noto, è sempre… un bene prezioso.

Tecnici, Media, “politici”, semplici cittadini, amministratori di maggioranza e di minoranza, di governo e di opposizione, si sono esercitati in questi lunghi anni a dipanare l’interminabile e interminata matassa, descrivendo in alcuni casi anche minuziosamente (e meritoriamente) i vari quadri scenici della “telenovela”, le varie impostazioni dei registi succedutisi (anch’essi per lo più sempre gli stessi), le criticità e le vanità, le inconsistenze, gli errori, i buoni propositi, le incongruenze e così via cantando.

Il risultato di tutto questo rovello durato (finora) 40 anni (dico: 40 anni!), più di “Beautiful”? Poco più di un pugno di mosche, perché la città di Mola, ad oggi, non ha ancora una programmazione urbanistica degna di questo nome. Colpa del destino cinico e baro? Delle circostanze? Del deficit storico delle Pubbliche Amministrazioni meridionali e dei ceti “politici” del Sud? Certamente un po’ di tutto ciò, mescolato in una insalata micidiale, tossica e punitiva del cittadino innocente. Mola di certo non è un caso di eccezione, c’è anche di peggio ma c’è anche di meglio, perfino al Sud. Quindi il problema non è l’eccezionalità di Mola, ma il fatto in sé.

L’aspetto più negativo della situazione venutasi a creare è in questo. Le varie azioni, comunque connotate, che hanno riguardato uso del suolo comunale (urbano ed extraurbano) non sono state né concepite né attuate entro un quadro di pianificazione generale e unitaria del territorio: bensì ciascuna di esse ha proceduto in modo “solipsistico”, andando quindi, tutte insieme, a modificare la fisionomia del territorio secondo linee (o meglio “non-linee”) spontaneistiche, frutto delle contingenze, degli interessi delle opportunità, delle provviste di mezzi creatisi volta a volta.

Cosa significa ciò in termini di visione della città? Significa che in realtà non si è costruita una visione e quindi Mola è rimasta (è) senza un “carattere” che la identifichi e che costituisca il quadro entro cui farla funzionare e sviluppare.

In mancanza di tutto ciò non servono granché le iniziative estemporanee giocate a livello di marketing: loghi, brand, motti, short video, eccetera. Perché sono iniziative costruite sulla sabbia o, peggio, fondate su concettualizzazioni amabili ma perfino in controtendenza rispetto ai vettori reali, concreti dello “sviluppo” (o meglio del “non sviluppo”).

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo io e altre persone di buona volontà ci siamo impegnati nella elaborazione e nel far progredire concretamente una idea-base, fondante, per lo sviluppo di Mola: il riequilibrio, la sutura, la messa in sinergia delle aree costiere con quelle di pedecollina, facendo però una scelta drastica a favore di quella porzione di pedecollina murgiana dotata di suscettività multi-orientata e non soltanto (o meramente) basata sulla tradizionale “fertilità” agricola.

Così operando, questo gruppo di persone di buona volontà (radunate nell’Associazione “Le Antiche Ville”) ha dischiuso all’attenzione di tutti potenzialità insospettabili fino a 30 anni fa per lo sviluppo di Mola, suggellate ed anzi inverate da qualche esempio concreto (in atto) di vivacità culturale ed economica e da riconoscimenti regionali come l’istituzione della realtà Ecomuseale: propugnando così l’idea di una città (la città di Mola) che relegasse in soffitta una volta per sempre l’oleografica e asfittica idea di Mola quale “borgo marinaro” ovvero di Mola quale “centro agricolo” ovvero ancora di Mola quale centro terziario integrato anzi dipendente dalla piccola metropoli (Bari).

Abbiamo insomma prospettato una Mola in “bilico” virtuoso fra città e campagna, fra mare e collina, fra “visioni” urbane (il Castello, le Chiese, il Teatro, la Fontana monumentale, le piazzette, i Palazzi signorili, etc.), “visioni” d’acqua (i Cantieri, il Porto e il Porticciolo, i Mercati e i Mercatini del pesce, le Spiagge, gli Hotel, i Macelli ristrutturati) e “visioni” di pedecollina e campagna (le Ville e le Casine antiche, gli Scorci paesaggistici, i Boschetti, i Giardini, le Chiesette, le Masserie, i Trulli, l’Agricoltura di pregio, l’Ecoricettività).

Con grande sorpresa e anche sgomento constatiamo invece che di linee qualitative dello sviluppo così concepite, direi “olistiche”, non v’è traccia nel dibattito che si è nuovamente riacceso sulla strumentazione urbanistica e di pianificazione: intendo non vi è nei Media locali, nella (scarsa) opinione pubblica che si è esposta pubblicamente, nel Consiglio Comunale.

Tutto notiamo giocarsi sempre e soltanto su (poco) interessanti disquisizioni di natura procedurale (anche sottili e documentate, ma che naturalmente lasciano il tempo che trovano), mentre la cittadinanza non viene chiamata – da nessuno, né dai critici e dagli oppositori né dai “governisti” – a discutere sulle brucianti tematiche DI MERITO relative allo sviluppo possibile di Mola e alla possibile caratterizzazione del suo ruolo e del suo volto nel concerto della Città metropolitana e della Regione.

Chi parla del riequilibrio, delle armoniche sinergie fra città e campagna, dal momento che a Mola sarebbero possibili? Nessuno, salvo quel gruppo di persone di buona volontà! Semplicemente allucinante!

Tutto ci sembra basato sulla precarietà e sulla provvisorietà ed anche su una buona dose di cattivo gusto e di ingenua approssimazione: il vero simbolo di Mola potrebbe quindi essere il Palazzo Roberti, ma non per la sua monumentalità, bensì per la sua incompiutezza e per il suo essere esempio di precarietà!

Da questa disarmante morsa nulla si salva. Perfino il lungomare Oriol Bohigas, l’unica grande opera valida realizzata a Mola negli ultimi decenni (accanto alla “circonvallazione” di Caracappa, che comunque è meno evocativa), non si è capaci di valorizzarlo, anzi lo si deturpa di continuo e lo si… bullizza!

Accanto ad un assordante marketing sul NULLA, non c’è appunto NULL’altro. È per questa ragione che la città di Mola è paurosamente scivolata nella linea che determina il rango delle città del comprensorio limitrofo. Scivolata in basso, intendo.

D’altronde non si è saputo neppure valorizzare e “sinergizzare” il capitale umano di qualità, quello portatore di cultura; personalmente, anche quando insegnavo discipline economico-aziendali nell’università, ho sempre preferito (ispirandomi ad Amartya Sen, premio Nobel) parlare di “capacità umane” più che di “capitale umano”: ma ci siamo intesi su ciò che intendo sostenere.

I presìdi della cultura sono in apnea: la biblioteca comunale non è più degna di essere definita tale, i sistemi museali semplicemente non esistono e quindi le giovani generazioni sono totalmente allo sbando perché quando girano la testa all’indietro non trovano nulla (poco purtroppo può fare la Scuola, quando lo fa in modo non dilettantesco).

Sento in ogni estate riecheggiare cibo, polpi, orecchiette e altre chiacchiere declamate al vento: la cultura gastronomica è infatti una cosa seria, non può reggere abbandonata a se stessa. Non si tratta di innalzare lodi “temporis acti” (del tempo trascorso), perché dopotutto queste lodi non saprei ove applicarle; si tratta invece di costruire il futuro partendo dal presente e dalla memoria di ciò che di buono c’è stato (che però abbisogna anzitutto di essere conosciuto, altrimenti parliamo anche in questo caso del nulla).

“La situazione è grave ma non è seria”, oppure “si battono per un’idea, non avendone”: sono aforismi di Ennio Flaiano. Chissà perché, ogni volta che rifletto su Mola penso – malinconicamente – a lui.

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