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Mola di Bari

MOSTRA CALVANI. GINO PISAPIA, AMICO ED ESTIMATORE DEL GRANDE SCULTORE MOLESE, RICORDA IL MAESTRO IN UN SUGGESTIVO RACCONTO

data:

Senza tempo la sua scultura luminosa, i suoi approfonditi intimi dialoghi con corpi e volti modellati dalle sue dita con il peso di una verità inconfutabile, il suo narrarli con aderenza a una realtà intrisa di amore per la vita, analizzando, definendo e soprattutto sintetizzando al massimo”. L’ingegnere Gino Pisapia, milanese, è stato tra gli amici più vicini al nostro artista, dalla fine degli Anni Cinquanta fino alla morte di Bruno Calvani, nel dicembre 1985. In occasione della Mostra retrospettiva dedicata al Maestro, che si inaugura oggi, sabato 28 febbraio, alle ore 17.30, presso il Castello Angioino-Aragonese di Mola di Bari, Gino Pisapia omaggia la sua memoria con un racconto sulla loro bella amicizia, scandito dai ricordi di una gita a Losanna, compiuta in auto alla fine degli Anni Sessanta. Il diario del viaggio, con le confidenze di Calvani nel cuore della notte, mentre la strada si snoda al rientro dalla Svizzera, si annoda al filo della memoria dell’intensa vita dello scultore e pittore, tra vicende familiari e fervida attività artistica.

Ecco la lettera dell’ing. Gino Pisapia che accompagna il suo bel racconto:

Egr. Dott. Andrea Laterza,

come Le avevo a suo tempo promesso, oggi che finalmente si inaugura la personale di Bruno Calvani a Mola di Bari, Le inoltro per la pubblicazione “Gita a Losanna con Bruno Calvani” che ho riesaminato e concluso.

E’ questa la prima mostra che ricorda, quarant’anni dopo la sua scomparsa, un artista importante e originale che finora non ha avuto una esatta collocazione nel variegatissimo panorama artistico del novecento.   

Sono riconoscente oltre che a Lei anche agli Amministratori Comunali, in particolare al Sindaco Giuseppe Colonna e all’Assessore alla Cultura Angelo Rotolo, al Dott. Carlo Mansueto, al Prof. Massimo Guastella e a quanti si sono impegnati per realizzare questo atteso evento culturale.

Sono anche sicuro che la mostra sarà bella e interessante; mi fa piacere immaginare che quando stasera il portone del Castello Angioino Aragonese verrà sbarrato allora il Maestro Bruno inizierà a passeggiare fra le sue opere, instancabile, silenzioso e sereno.  

GITA A LOSANNA CON BRUNO CALVANI

Io avevo già dato al giornale Mola Libera la prima parte ancora in bozza del resoconto che stavo scrivendo di una gita con il Maestro Bruno Calvani perché il suo Direttore Andrea Laterza aveva più volte auspicato e proposto una sua mostra retrospettiva nella città natale.

Questo resoconto era parte di un “Ricordo di Bruno Calvani” promesso alla figlia Giuliana che desiderava documentarsi sulla vita del padre e che sapeva della nostra amicizia e dei nostri abituali incontri dalla fine degli anni ’50 in poi, quando lei era stata molte volte lontana da Milano e dalla sua famiglia.

Avevamo parlato a lungo di quel “Ricordo”, destinato innanzitutto ai nostri amici per la limitata tiratura volendo noi corredare il testo di alcune acqueforti tirate dalle lastre incise dal Maestro che io conservo autenticate da Giuliana e di qualche fotografia.

“Ricordo” purtroppo mai realizzato. Infatti alcune mie spiacevoli vicende personali mi impedirono di completare la sua stesura fino a quella sventurata mattina del 12 agosto 2015 quando al numero 3382470564 del suo cellulare non rispose lei ma il carabiniere scelto Centenaro della Stazione di Brunate che dopo avermi chiesto le generalità senza tanti preamboli mi disse “abbiamo trovato la sua amica morta”.

Giuliana veniva spesso da me ad Arona dopo la scomparsa del marito Theo Kreis, sempre in treno perché non aveva la patente di guida e mi aveva telefonato neanche un mese prima avvisandomi che era a Milano, che avrebbe pernottato dall’amica Paola Morosini e che sarebbe venuta il giorno dopo.

Voleva definire gli ultimi dettagli della biografia del padre che desiderava pubblicare nella enciclopedia online Wikipedia in Italia, Francia e altre nazioni europee.

Arrivò con un borsone zeppo di documenti che avevamo esaminato insieme e si era trattenuta tutta la giornata senza mai accennarmi ai suoi gravissimi problemi di salute. Ma io avevo notato il suo aspetto provato, il sorriso non più gioioso come il solito e le avevo consigliato di rallentare il ritmo convulso della sua vita.  

Giuliana mi chiamò poi qualche giorno dopo, il 26 luglio, per augurarmi buon compleanno come faceva da molti anni ed in quella occasione l’informai di una sciarpa che aveva dimenticato e che le avrei restituito nel nostro primo nuovo incontro, purtroppo mai avvenuto.

A mia volta le scrissi il 4 agosto per farle gli auguri per il 12 giorno del suo compleanno e poiché non mi aveva ringraziato come il solito le telefonai pensando che non avesse ancora ricevuto la mia lettera. Invece ebbi la triste notizia.

Mi parlò per primo di Bruno Calvani il pittore Aldo Salvadori negli anni ’50 a Brera dove io mi recavo di sera dopo aver seguito le lezioni al Politecnico per poter disegnare, mia passione giovanile. Salvadori, che aveva alle spalle una lunga esperienza didattica svolta a Padova, all’ISIA di Monza e a Venezia, nella sua maturità preferì insegnare alla serale dell’Accademia di Brera per poter dedicare più tempo alla pittura.

La sua vasta cultura artistica e la sua mentalità aperta rendevano quegli incontri di grande interesse e il clima che si respirava favoriva il sorgere di un forte legame fra i suoi allievi.

Infatti strinsi in quegli anni preziose amicizie con persone di indubbio talento e qui mi limito a ricordare Augusto Barboso, Grazia Cega, Vincenzo Radino, Ada Negri, Pio Manzù.

Con Pio avevo continui accesi scontri dialettici perché disegnava automobili dalla linea bellissima ma non attente al confort dei passeggeri che invece io consideravo primaria qualità di una buona vettura.

Entrambi iniziammo quasi contemporaneamente la nostra attività nel mondo delle auto e Pio avrebbe avuto dinanzi a sé uno splendido avvenire se non avesse perso precocemente la vita. Era andato con Aldo Salvadori alla inaugurazione del nuovo studio di suo padre ad Ardea ed insieme erano rientrati a Bergamo di notte. Malgrado la raccomandazione di Aldo Pio volle subito ripartire per Torino ma alle prime luci dell’alba un colpo di sonno in autostrada gli fece perdere il controllo della vettura che si ribaltò nel fossato laterale. Ricordo il mio dispiacere ed anche la mia amarezza di non poter essere presente alla cerimonia funebre perché ad Amsterdam per il mio lavoro.

Nel corso dei cinque anni nei quali frequentai la sua scuola Salvadori più volte consigliò di visitare le mostre milanesi che presentavano opere di Calvani di cui elogiava le sculture, i disegni e la maestria nel disegnare con la china, tecnica che non ammette incertezze, ripensamenti od errori.

Nel tempo una gran bella amicizia mi unì ad Aldo Salvadori e con lui visitai i più importanti musei europei. Davanti alle splendide sculture classiche ammirate in Grecia Aldo mi rese partecipe di una sua attenta riflessione: l’artista italiano moderno che più aveva innato il carattere e la purezza di linea degli scultori di quella felicissima epoca era Bruno Calvani.

Alla fine degli anni ‘50 mio padre mi chiese consiglio per una “deposizione” che lui e suo fratello volevano per la tomba di famiglia nel cimitero di Milano Lambrate e io consultai Salvadori che fece i nomi di Bruno Calvani e di Romano Rui, precisando però che del primo non poteva assicurare l’accettazione dell’incarico perché “imprevedibile come tutti i veri artisti”.

Perciò accompagnai mio padre Guglielmo e mio zio Gian Domenico innanzitutto da Calvani che allora aveva lo studio al primo piano di una casa d’epoca in Corso di Porta Vittoria. Si saliva una ripida scala in pietra grigia avendo di fronte in alto, sul pianerottolo antistante la porta d’ingresso, un nudo di donna seduta a grandezza naturale che trionfante accennava un impercettibile sorriso ai visitatori che le venivano incontro. Era una candida scultura in gesso, bellissima, con la quale poi vinse il premio Fila nel 1961.

Ebbi allora la prima dimostrazione della modestia di questo artista che durante l’incontro non fece mai sfoggio degli importanti riconoscimenti che aveva ricevuto ma che anzi si dichiarò non adatto allo scopo perché totalmente ignaro dei regolamenti comunali per le opere cimiteriali. Ci intrattenne cordialmente e ci invitò a ritornare da lui nel caso non fossimo riusciti a trovare uno scultore esperto di arte funeraria.

Mio zio che valutava molto bene le persone per innato intuito affinato dall’esercizio della professione forense comprese immediatamente la singolare personalità e l’etica di Calvani e ridiscesi in strada ci disse “a quest’uomo io manderei dei fiori”. Anche a mio padre il Maestro Bruno piacque, nel tempo lo invitò più volte nella sua casa di Borgomanero, gli acquistò varie opere e pur essendo una persona schiva si fece persino ritrarre da lui.

Ritratto di Guglielmo Pisapia 1972. Al bronzo dorato Bruno Calvani diede personalmente la patina attuale e lo volle sistemato sulla basetta in marmo chiaro. Sarà esposto in mostra.

Insieme a sua moglie Alma, mia madre, andò anche a Mola di Bari per incontrare Calvani che si era recato lì per un soggiorno presso le sorelle che allora abitavano ancora la antica e suggestiva casa di famiglia.

La Madre di Gino Pisapia, Alma, con il Maestro nella visita che i genitori di Pisapia gli fecero a Mola di Bari

 

Alma Pisapia con una delle sorelle del Maestro nel giardino della antica casa familiare dei Calvani a Mola di Bari

 

Bruno Calvani fotografato insieme alle sorelle Maria e Petronilla durante la stessa visita

Gli voleva bene e alla sua morte ne fece traslare a sue spese le spoglie da Milano alla città natale sapendo della ristrettezza economica nella quale viveva.

Infatti i Calvani conducevano una vita dignitosa ma sobria. Negli anni in cui li frequentai abitavano il sottotetto di un palazzo anni ’40 di Corso Concordia. L’ascensore saliva fino al piano sottostante e poi una rampa di scale conduceva al loro non vasto appartamento.

Le pareti erano linde imbiancate non da Calvani, che a Parigi aveva tratto sostentamento anche da questo lavoro, ma da sua moglie Elena Kistler, Lenuccia per i familiari e gli amici.

Ai muri qualche opera di non grande dimensione ma significativa del Maestro e un acquarello di De Pisis, nessuna scultura. Non c’erano lampadari e le lampadine pendevano tranquillamente con i loro fili elettrici dal soffitto.

L’arredamento era semplice ed essenziale ma di gusto; nella sala da pranzo un mobile in noce con ante a vetri conteneva molti libri e uno splendido grande cratere a figure nere emerso da uno scavo delle terre pugliesi.

Dalla cucina si usciva su un terrazzino con parapetto in muratura molto alto aperto al cielo di Milano; era il luogo prediletto da Lenuccia per le sue continue letture in compagnia di una amatissima pacifica gatta dal pelo colore giallo chiaro. Di questa gatta io ho dei disegni fatti da Giuliana ma non ne ho mai visto neanche uno di suo padre nella catasta di fogli ammassati sui tavoli del suo studio.

Il tema della perenne e senz’altro voluta bohème di Calvani io una volta volli affrontarlo in maniera diretta ed esplicita con lui che per nulla turbato mi rispose candidamente con analoga schiettezza “ingegnere lei ci crederebbe se io le dicessi che potrei scrivere un manuale su come fare molti soldi?” senza aggiungere altro.

Quella frase mi è tornata in mente molte volte e mi rivelò che il Maestro Bruno era fermamente convinto che un suo eventuale interesse per la ricchezza e per il lusso avrebbe inevitabilmente condizionato il suo lavoro e limitato la sua libertà; invece lui voleva essere uomo e artista totalmente libero. Così io l’ho conosciuto e così è sempre stato.

La moglie Lenuccia aveva condiviso senza riserve questa scelta di vita un po’ bohème e ci rideva anche su. Un giorno mi raccontò divertita dei loro coinquilini che avevano sempre trattato con sufficienza lei e suo marito, anche per i ritardi con cui saldavano le spese condominiali, diventati improvvisamente cerimoniosi dopo che Leonardo Borgese in un articolo apparso sul Corriere della Sera aveva posto Calvani fra i massimi scultori italiani viventi, sullo stesso piano di Manzù e di Marino.

Solo una volta Lenuccia non fu del tutto d’accordo con il marito.

Tornavamo noi tre in auto a Milano da Morcote, la elegante ed esclusiva cittadina svizzera sul lago di Lugano dove li avevo accompagnati per un saluto alla figlia che da più di un anno lavorava lì assunta da Theo Kreis, un editore di Zurigo che si era trasferito nel Canton Ticino dopo essere andato in pensione. Theo era anziano e vedovo ed aveva un’unica figlia che io poi conobbi dopo la sua morte alla cerimonia, tutta svizzera, della sua cremazione. Con lui, persona semplice e gentile, instaurai un simpatico rapporto e ricordo come era lieto del vino di Ghemme che gli regalavo quando andavo a trovarli e che, da buon intenditore, sapeva giustamente apprezzare.

Giuliana era incaricata di organizzare e dirigere la gestione della casa, una graziosa villetta con giardino situata sulla altura retrostante Morcote con bella vista panoramica del lago.

Durante quell’incontro la figlia informò i genitori della sua intenzione di accettare la proposta di matrimonio che Theo le aveva fatto. Questa notizia non mi stupì perché in una precedente visita che avevo fatto a Giuliana insieme ad Augusto Barboso, mio caro amico pittore che ricordo sempre con profonda tristezza, durante la cena a lume di candela in un ristorante in riva al lago Theo aveva chiaramente manifestato dinanzi a noi le sue attenzioni per Giuliana a cui si rivolgeva con un affettuoso “ma chérie” poi ironicamente commentato da Augusto.

Probabilmente anche Lenuccia aveva già ricevuto dalla figlia qualche confidenza mentre il Maestro, totalmente ignaro e còlto di sorpresa, era rimasto visibilmente sconcertato.

Durante il viaggio di ritorno a Milano Calvani manifestò alla moglie la sua preoccupazione per il passo che la figlia voleva compiere e le sue perplessità, anche perché c’era molta la differenza di età fra lei e Theo.

Lenuccia era invece di opinione completamente diversa e non condivideva i timori e i dubbi del marito; era ottimista e approvava senza riserve la decisione di Giuliana vedendone soprattutto i molti lati positivi, fra i quali la certezza di una esistenza economicamente agiata.

Io mi accorsi che il “professore” era rimasto pensieroso e turbato, per cui prima di ricondurli alla loro abitazione proposi una sosta in un locale milanese che amavamo frequentare e mi attardai davanti ad un ricco aperitivo con “pastis”, il liquore che ricordava al Maestro la sua amata Parigi, del quale però diceva “piace ma occorre fare molta attenzione perché cuoce il cervello!”.

Chiudo questo lungo inciso e torno alla deposizione.

Quando alcuni giorni dopo la nostra visita allo studio di Calvani ritornai da lui per informarlo che Romano Rui aveva accettato l’incarico per il monumento funebre da collocare sulla tomba di famiglia a Milano Lambrate mi mostrò un volto dolente di Cristo in cera ricco di pàthos. Il Maestro aveva rifiutato l’incarico proposto dai miei familiari per eccessivo scrupolo professionale ma aveva poi realizzato su quel tema una scultura ad esplicita dimostrazione della qualità del suo lavoro.

Quella maschera di Cristo fu la prima delle sue opere che ho raccolto.

Io mi sono sempre rivolto a Bruno Calvani con un rispettoso “professore” che lui ricambiava con un “ingegnere”. Non ci siamo mai dati del tu come invece alla lunga poi fece Luciano Raco, noto avvocato milanese a me legato da sincera amicizia che gli presentai e che divenne suo collezionista ed amico.

Il 29-07-1971 – Bruno Calvani fra gli sposi Luciano Raco e Silli Martinuzzi insieme ad Aldo Salvadori e a Gino Pisapia (primo da destra)

Proprio insieme a Luciano e alla sua allora fidanzata Eugenia Martinuzzi detta Silli che oggi è sua moglie feci alla fine degli anni ‘60 la gita a Losanna con Bruno Calvani che mi accingo a raccontare.

Premetto che quando si era col Maestro Bruno potevano verificarsi situazioni non prevedibili, avendo lui una personalità ed una esperienza di vita del tutto atipici.

Dico questo a ragion veduta perché di avvenimenti bizzarri con il “professore” me ne sono capitati molti nel corso dei tanti anni della nostra amicizia.

Ricordo bene anche un’ultima insolita vicenda quando ormai seriamente malato mi chiese di condurlo all’ospedale di Garbagnate, nell’hinterland milanese, dove si doveva ricoverare per un periodo di cure.

Effettuate le pratiche di accettazione volle che io lo accompagnassi in corsia per depositare il bagaglio e prendere possesso del letto di degenza.  Sedutosi su di esso, probabilmente per una naturale associazione di idee, iniziò a narrarmi del suo disumano internamento nel campo di Vernet d’Ariège all’inizio del conflitto mondiale, del freddo micidiale patito da cui riuscì a difendersi grazie ad una provvidenziale caldissima coperta procuratagli da Lenuccia.

Poi a un tratto mi disse: “ingegnere, vorrei tanto fare ancora una cena fuori prima di restare chiuso qui dentro per chi sa quanto tempo”.

Per cui tranquillamente uscimmo dall’ospedale senza essere fermati da nessuno e ci recammo in un ristorante poco distante. Quella sera i suoi racconti non finivano mai e quando rientrammo ormai molto tardi trovammo l’ospedale illuminato a giorno, una grande confusione e tutto il personale allertato nella vana ricerca di un paziente che era improvvisamente scomparso!

Ora torno alla gita a Losanna cercando di divagare il meno possibile.

Il “professore” che era sempre ben informato degli avvenimenti artistici mi aveva espresso il desiderio di visitare a Losanna una mostra di disegni di Charles Despiau che lui stimava molto e che aveva anche conosciuto a Parigi.

Era inizio estate e partimmo da Milano sotto una pioggia torrenziale un sabato poco dopo mezzogiorno, al termine del mio lavoro alla Filiale Autobianchi, che era in Corso di Porta Romana. Avevo allora una Lancia Flavia, auto da me molto amata per la sua qualità e per uno straordinario intreccio di fortunate coincidenze a lei collegate. Infatti aveva visto la luce quando frequentavo l’ultimo anno per la laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e seguivo il corso di Costruzioni Automobilistiche tenuto proprio dal progettista di quella vettura, splendido e sempre rimpianto insegnante, il migliore dei docenti che ho avuto al Politecnico.

Fu lui che mi laureò ingegnere e che regalò a noi suoi allievi nella primavera del 1960 un indimenticabile viaggio di studio in Germania per conoscere le più importanti fabbriche automobilistiche tedesche.

E a Monaco di Baviera visitai non solo il fantastico Deutsches Museum, regno della scienza e della tecnica, ma anche inaspettata, stupenda e con mia immensa gioia la più completa esposizione delle opere di Paul Gauguin mai organizzata.

Partimmo dunque per Losanna con quella comoda vettura, il Maestro alla mia destra, Luciano e Silli sul divano posteriore.

Strada facendo Calvani, attentissimo osservatore quale era, continuava a dirci di vedere l’acqua dei fiumi diventare sempre più alta ma purtroppo nessuno di noi tre diede peso alle sue parole.

Dopo aver attraversato il confine il “professore” che forse era digiuno come me propose una sosta per mangiare patatine fritte che con humour tagliente asseriva essere “una delle rare specialità che la Svizzera può vantare”. In realtà le soste che facemmo prima di giungere a destinazione furono più d’una, non tanto per le patatine fritte quanto per i generosi assaggi dei celebrati vini del Canton Vaud che noi abbinavamo, per cui giungemmo in allegria a Losanna solo in serata.

Dopo esserci sistemati in albergo Calvani propose di cenare in un ristorante fuori città che lui conosceva. Risaliti in vettura costeggiammo il lago Lemano verso Ginevra guidati dalla sua memoria e dal suo senso di orientamento che erano eccezionali.  Il tragitto fu tutt’altro che breve, sempre sotto la pioggia, prima di poter finalmente giungere a destinazione, un bel ristorante in uno chalet in pietra e legno immerso nel verde.

Con nostro stupore il Maestro fu accolto con entusiasmo come persona nota e benvoluta ed anche a noi che lo accompagnavamo fu riservata una cordiale accoglienza.

Il locale era vasto, arredato in tipico stile rustico svizzero ed erano esposte varie opere del nostro caro amico scultore, alle pareti alcune sue belle maschere in terracotta “appese al muro come un quadro” come voleva lui.

Ma non fu quella l’unica sorpresa della serata perché poi scoprimmo che Calvani oltre che Accademico di San Luca era anche insignito dell’“Ordre des Chevaliers de la Châtelaine”, una confraternita di artisti e di buongustai che aveva lì la sua sede.

Dico per inciso che io conservo sulla mia scrivania a memoria di quella gita il collare con l’insegna dell’ordine che gli Chevaliers avevano dato al Maestro e che Giuliana mi regalò insieme alla medaglia che il padre aveva ricevuto dall’Accademia di San Luca.

Quest’ultima onorificenza io a mia volta l’ho poi donata a mio fratello Antonio che si era prodigato per il Maestro nei suoi ultimissimi anni di vita, che è un entusiasta suo ammiratore, un importante collezionista delle sue opere e un instancabile ricercatore di documenti sulla sua vita e sul suo lavoro.

Durante la lunga gustosa cena, simpatica e divertente, un pittore di nome Emile Pierre Bonny che si era seduto al fianco di Calvani continuò tutta la sera a conversare amichevolmente con lui in francese.

Inutile dire che quando domenica mattina andammo, sempre sotto una fitta pioggia, alla mostra di Despiau avevamo dormito pochissime ore.

L’esposizione era ben allestita e il “professore” e noi la visitammo con grande interesse. I disegni erano per lo più nudi femminili che avevano analogo “carattere” di quelli di Calvani che infatti non casualmente è stato definito dalla critica francese e svizzera “un Maillol ou un Despiau italien”.

Ultimata la visita alla mostra il Maestro ci chiese di poter salutare a Losanna, prima del ritorno, una persona che lui conosceva e sempre guidati dalla sua straordinaria memoria e dal suo preciso senso di orientamento costeggiammo il lago in direzione opposta a quella della sera precedente fino a giungere al cancello di una bella villa circondata da un vasto parco. Era l’abitazione di Jean Zanchi importane collezionista d’arte svizzero.

Malgrado noi lo avessimo sconsigliato perché era ormai l’ora in cui di solito si va a tavola il Maestro volle comunque suonare il campanello e annunciarsi. Dopo una breve attesa un inserviente aprì il cancello d’ingresso invitandoci ad entrare con la vettura all’interno dove monsieur Jean e madame Olga Zanchi accolsero calorosamente Calvani ringraziandolo della bella sorpresa ed insistendo perché ci fermassimo tutti lì da loro per il pranzo.

Mentre veniva preparato il pasto Jean Zanchi ci illustrò con evidente orgoglio la sua vastissima collezione elogiando le opere del Maestro Bruno che lui aveva, in particolare un nudo di donna seduta a grandezza naturale in bronzo che era nella grande sala dove poi pranzammo e che oggi rallegra la vista a mio fratello Antonio e a sua moglie Paola nella loro abitazione di Milano.

Zanchi ci disse anche di essere grato a Calvani che realizzando una forma particolarmente complessa gli aveva fatto avere quello che invece tutti gli avevano sempre detto che non era possibile ottenere, la fusione in bronzo di un’opera a cui lui teneva molto.

Questa notizia mi confermò l’idea che ormai già avevo della singolare personalità di Calvani. Il Maestro non temeva di affrontare qualunque sfida, sempre animato da quello spirito di avventura che gli aveva fatto abbandonare Mola di Bari da ragazzo, girare l’Italia e l’Europa, soggiornare a lungo a Parigi.

Inoltre il “professore” si considerava innanzitutto un artigiano, come quelli che in Grecia e nella Magna Grecia avevano creato le immortali sculture da lui tanto amate; più volte mi disse che avrebbe voluto uno studio a mo’ di bottega, affacciato sulla via per poter esporre su un bancone all’ingresso i propri lavori che i passanti, mentre lui all’interno lavorava, potevano liberamente esaminare e, se volevano, acquistare.

E come i più valenti artigiani aveva una straordinaria abilità manuale, i suoi gesti erano precisi, misurati, solo apparentemente lenti con un assoluto dominio del tempo che mi disse di aver appreso dagli operai con cui aveva lavorato a Parigi.

Credo che Calvani sia stato uno dei pochissimi scultori della nostra epoca, se non forse l’unico, a farsi da solo le forme per le sue sculture. Ne aveva una enorme quantità come constatai quando Giuliana mi chiese di trasferirle da un deposito milanese ad un altro. Riempirono completamente il capace furgone della mia azienda che le avevo messo a disposizione insieme al mio personale.

Dopo un lauto ed elegante banchetto ci attardammo a lungo a villa Zanchi perché Monsieur Jean continuava a chiedere a Calvani delle sue esperienze parigine e degli artisti che aveva conosciuto.

Era ormai pomeriggio inoltrato quando lasciammo villa Zanchi per rientrare a Milano e giungemmo a tarda sera al medesimo valico di frontiera che il giorno prima avevamo allegramente attraversato per entrare in Svizzera.

Ma il valico era stato chiuso per le abbondanti precipitazioni che avevano causato straripamento dei fiumi, allagamenti e frane.

Solo allora rammentammo che nel viaggio di andata il Maestro Bruno ci aveva ripetutamente fatto notare che nei fiumi il livello dell’acqua continuava a salire e dovemmo ammettere di essere stati superficiali a non aver dato alcun peso alle sue parole.

Iniziammo quindi la vana ricerca di un valico svizzero aperto che ci consentisse il rientro in Italia e col passare delle ore fummo costretti a sconfinare in Francia sperando in tal modo di poter rientrare a casa.

Con l’ausilio della carta stradale ci indirizzammo verso il più vicino valico francese per l’Italia e ci fermammo a una stazione di servizio e annesso posto di ristoro con l’intenzione di rifocillarci e di rifornirci di benzina che era ormai segnalata in riserva. Invano però, perché i francesi non vollero assolutamente accettare in pagamento lire italiane malgrado le nostre insistenze che avevano assunto il tono di una supplica.

Ripartimmo affamati, stanchi e con una grossa preoccupazione in più. Si era fatta notte fonda, Luciano e Silli si erano assopiti e l’unico sveglio oltre me che guidavo era il “professore” da quell’autentico nottambulo che ancora una volta mi dimostrò di essere.

Io avevo già avuto modo di accertare la predilezione del Maestro per le ore notturne aiutandolo nella preparazione della mostra che tenne a Genova nel 1968, nella tiratura sul suo torchio dei miei auguri natalizi o accompagnandolo in frequenti vagabondaggi notturni a Milano, città di cui conosceva ogni anfratto.

11 Maggio 1968 – Inaugurazione Mostra Calvani al Circolo Ufficiali del Presidio Militare di Genova.
Al centro, di spalle, Guglielmo Pisapia conversa con Bruno Calvani. Dietro a loro il Generale Franco Formisano, Comandante del Presidio Militare, conversa con il Notaio Maria Luisa Donnini.

Posso assicurare che corrisponde al vero quello che già nel 1933 in “Tetes de Montparnasse” Nesto Jacometti, accorgendosi della singolare personalità di Bruno Calvani, aveva scritto dedicandogli un intero capitolo e raccontando delle sue “nuits blanches et pathetiques de l’été doux” parigine. Sono grato agli amici Paolo e Geneviève Salvadori che di questo capitolo mi hanno donato, da me apprezzatissima, la loro incisiva traduzione nella nostra lingua che io spero di poter un giorno rendere nota.

Jacometti rientrò in Svizzera dalla Francia nel 1939 dando vita prima a “Guilde Internazionale de la Gravure” e poi a “L’OEuvre Gravée” che pubblicarono con grande successo critico e soprattutto commerciale molte opere grafiche dei più importanti artisti del ‘900. Però mai di Calvani che, se avesse voluto, avrebbe potuto avere facile accesso a queste iniziative di Jacometti. Ma qui entra in gioco il carattere, il riserbo, il rifiuto al clamore e il silenzioso appartarsi propri del Maestro Bruno.

Che comunque è presente, con un suo disegno dell’epoca francese, nella vasta collezione di opere d’arte che Jacometti lasciò in eredità a Locarno sua città natale, che io visitai quando fu esposta e di cui ho il ponderoso catalogo.

Delle insonni notti parigine di Calvani che Jacometti ci testimonia il Maestro mi parlò più volte raccontandomi degli svariati o stravaganti personaggi anch’essi nottambuli che incontrava, come per esempio l’inquieto Filippo De Pisis. Di lui il “professore” mi parlò sempre con stima ed affetto, mi diceva “è un Tiepolo, dipinge come gli uccelli cantano” e quando esclamava “ingegnere peccato che non possiamo più andare a trovare De Pisis” avvertivo nella sua voce oltre a questo rammarico anche la sincera afflizione per la scomparsa dell’amico. Il “professore” ne ricordava la geniale estrosità e l’animo gentile; mi raccontò che una volta lui e sua moglie lo avevano incontrato casualmente in Galleria a Milano e che De Pisis fu così felice di rivederli da privarsi del suo raffinato bastoncino, dal quale non si separava mai, per farne dono a Lenuccia.

Durante l’estenuante viaggio notturno di ritorno a Milano Calvani per tenermi compagnia e forse anche per timore che io potessi avere un colpo di sonno mentre guidavo mi parlò ininterrottamente con quella sua profonda e pacata voce bassa un po’ roca che ancora oggi rammento bene.

Il Maestro Bruno aveva un modo del tutto personale di esprimersi perché associava a giudizi critici sintetici, spesso severi, sui personaggi di cui parlava anche sapidi particolari dei loro comportamenti che descriveva con incisiva esattezza grazie alla prodigiosa memoria. E poiché aveva anche la straordinaria capacità di cogliere il lato buffo delle persone e delle situazioni ascoltarlo era veramente piacevole.

Non citava date, i suoi racconti erano come fuori dal tempo, in loro non si avvertiva mai una sua diretta partecipazione emotiva ed anche delle sue vicende personali parlava in modo totalmente distaccato come se riguardassero altri e non lui.

Quella notte ebbi notizie dettagliate e perfino curiose della sua famiglia natale, dei suoi nonni, dei due fratelli e delle due sorelle che poi incontrai a Mola di Bari.

Seppi anche come aveva conosciuto Lenuccia, in una maniera talmente insolita che ritengo interessante qui riproporla. Un giorno a Parigi aveva preso la improvvisa decisione di sposarsi e affacciatosi alla finestra aveva visto due giovani ragazze passeggiare nella sottostante via. Sceso rapidamente in strada le aveva raggiunte ed abbordate, erano svizzere. Dopo alcuni preamboli aveva chiesto tout court a quella delle due che giudicava più bella se volesse sposarlo. Lenuccia prima si era messa a ridere per la sua sfrontatezza, ma alla lunga aveva acconsentito diventando così la sincera compagna della sua vita.

Mi narrò diffusamente del suo sposalizio, di Sepo che fu suo testimone di nozze, dell’amico Gino Severini presente alla cerimonia, del gioioso rinfresco allietato da una sua esibizione canora.

Perché a Calvani era sempre rimasta la passione giovanile per la musica ed infatti nel suo studio milanese di Viale Maino che aveva un vasto giardino organizzava riunioni “artistico musicali”.

Conservo, da lui firmato, l’elegante invito che fece per la serata del 15 settembre 1961 con il musico nudo che dirige “Il Maestro di Cappella” di Cimarosa e la lunga dedica del baritono Zecchillo che si complimenta per l’iniziativa e che lo ringrazia per il ritratto che gli ha fatto.

Dopo il matrimonio Calvani proseguì con la complicità di Lenuccia la sua coloratissima vita bohemiènne a Parigi, la città rimastagli nel cuore di cui mi parlò molte volte ricordando con precisione vie, musei, gallerie, esposizioni e avvenimenti artistici. Fra l’altro mi disse che Giorgio De Chirico riportò un tale successo che molte gallerie avevano in vetrina il cartello “on achète Chirico” e che per lui questo successo era ben meritato ritenendolo il migliore pittore italiano della sua generazione.

Veloce schizzo a penna di Giorgio De Chirico realizzato da Bruno Calvani su carta da lettera di Gino Pisapia

Quella notte gli chiesi come mai avesse conosciuto Zanchi, Bonny e tutta l’allegra brigata della Chatelaine. Era stato il proprietario di un ristorante di Arona, dove talvolta insieme a colleghi ed anche a Lenuccia si recava da Milano, ad averlo messo in contatto con pittori e collezionisti ticinesi.

Infatti ad Arona, la simpatica cittadina dove io ora abito, un pittore anche valente chef di nome Sergio Loeffler aprì nel 1960 in un edificio del secolo XVII affacciato alla riva del lago Maggiore un ristorante con bella vista della Rocca di Angera dandogli nome “Taverna del pittore”.

Mentre il ristorante acquisiva celebrità per la qualità del cibo che offriva Loeffler promuoveva la presenza di artisti non solo del luogo, come Gianfilippo Usellini che ne divenne frequentatore abituale, ma anche di tutta l’alta Italia e del Canton Ticino. Svariati artisti milanesi oltre a Calvani frequentarono il locale aronese e particolarmente assiduo fu Guido Tallone come dimostravano le numerose sue opere alle pareti, messe poi in vendita nel 1981 quando avvenne il cambio di gestione e che anche io acquistai.

Fu dunque Loeffler che fece conoscere a Calvani il pittore Pierre Bonny e il collezionista Jean Zanchi che stava creando a Losanna una importante raccolta di opere d’arte. 

Era frattanto continuato il nostro viaggio notturno e finalmente avevamo superato un valico di confine dalla Francia verso l’Italia. Già iniziava ad albeggiare quando, con la benzina ormai pressoché esaurita, iniziò una provvidenziale lunga discesa verso Torino al termine della quale una stazione di rifornimento carburante fortunatamente aperta di buon’ora ci consentì di proseguire verso casa senza ulteriori difficoltà.

Giungemmo a Milano di primo mattino ed io, dopo aver lasciato i miei compagni di viaggio alle loro abitazioni, ebbi appena il tempo di fare una rapidissima doccia prima di recarmi di nuovo al lavoro in Corso di Porta Romana.

E a corollario di quella gita ebbi ancora un’ultima sorpresa; quando nell’intervallo di mezzogiorno mi recai in auto per il pranzo alla mia abitazione di via Nino Bixio, in Via Visconti di Modrone vidi di spalle il “professore” che in elegante completo sportivo si dirigeva a rapidi passi verso via Manzoni e Piazza Cavour dove erano concentrate molte gallerie e dove era il suo studio. Appariva in ottima forma e nessuno avrebbe potuto sospettare che aveva dormito poco o nulla nelle due notti precedenti.

Considero una fortuna, per l’arricchimento culturale, intellettuale e morale che ne ho avuto, aver potuto conoscere Bruno Calvani e godere della sua amicizia e confidenza dalla fine degli anni ‘50 fino a quando morì nel 1985.

Autoritratto di Bruno Calvani in scagliola (gesso finissimo) che sarà esposto in mostra

Come uomo aveva lo charme che solo una innata nobiltà di animo e di discendenza può procurare. Il suo stile sobrio era l’antitesi di qualsiasi esibizione o snobismo. Accettò volentieri la mia compagnia per giornate intere sia nel suo studio come a zonzo per Milano anche fino a notte inoltrata. La sua conversazione era piacevolissima ed io mi deliziavo ad ascoltare il racconto delle sue molteplici interessanti esperienze ed il suo giudizio sugli artisti, classici o moderni, di cui parlava come di colleghi, di compagni di viaggio in quell’avventura difficile e pericolosa che è l’arte.

Difficile e pericolosa soprattutto per gli scultori, mi diceva, perché “devono risolvere problemi molto più complessi che non i pittori”.

Spesso consumavamo i pasti insieme. Una sera disse di aver voglia del caciocavallo pugliese accompagnato dalle olive grandi e verdi della sua terra e mi guidò in Milano con la sua straordinaria memoria e con il suo preciso senso di orientamento fino ad una trattoria gestita da un barese. Dalla sua soddisfazione per quella cena compresi che aveva voluto fare un tuffo indietro nel tempo, nella giovinezza trascorsa a Mola di Bari di cui quella sera forse ebbe nostalgia.

Nella storica trattoria Bagutta Calvani era di casa, benvoluto dai fratelli Pepori perché aveva contribuito con le sue opere ad arredare il locale ed infatti fu uno degli invitati alla “mostra degli artisti di Bagutta” tenutasi nel 1952 al Circolo della Stampa per il 25° anniversario della fondazione del Cenacolo.

Ogni volta che andavamo da Bagutta mi soffermavo ad ammirare i suoi lavori, iniziando dal locale guardaroba all’ingresso dove c’era in alto, sopra un armadio, il ritratto in terracotta che aveva fatto a Carlo Carrà, straordinariamente espressivo del suo carattere.

E a proposito di Carrà ricordo le tante volte che il Maestro interrompendo il lavoro nel suo studio di piazza Cavour mi diceva “adesso ingegnere andiamo ad offrire il caffè a Carrà”. A piedi ci recavamo in via Manzoni alla vicina Galleria Annunciata e conversavamo con Bruno Grossetti che ogni giorno attendeva impaziente Carlo Carrà. Che puntualmente prima o poi arrivava con la moglie Ines recando sotto il braccio, avvolto in un giornale, un suo lavoro e che poi volentieri accettava da noi un caffè o un amaro nel vicino bar.

Bruno Calvani aveva due modi di lavorare.

Calvani nel suo studio milanese, in una foto del 1959

Anche in età avanzata non si sottraeva ad un esercizio continuo dal “vero” studiando con estrema attenzione la posa di una modella o un volto per un disegno o per una scultura. Oppure incideva per ore una lastra di rame apportandovi continue modifiche e verificando sul suo torchio i risultati via via ottenuti, senza accontentarsi mai. Lastre incise solo per sé, gioielli colmi di freschezza preziosa conquistata con ripensamenti, rifacimenti e meditazione, anche loro testimonianza autentica della sua visione artistica e del suo impegno.

Viceversa, quando decideva di dedicarsi ad una produzione che lui definiva “commerciale” o “di necessità” disegnava a memoria con grande rapidità e coloriva vivacemente. Perché diceva che “il colore rende un disegno più piacevole e facilmente vendibile”. Però anche in questi lavori c’è comunque la sua grande maestria, la sua elevata qualità tecnica. Con il pregio della libertà e della fantasia, non essendosi lui posto quell’obiettivo artistico rigorosissimo che sempre lo ossessionò, talmente rigoroso che poteva poi anche condurre al blocco della creazione. Come avvenuto in alcuni grandi artisti e nello stesso Calvani negli ultimissimi tempi quando le sue energie iniziarono a spegnersi e si avvertiva tangibile in lui la drammatica tensione di voler realizzare un ultimo irraggiungibile capolavoro. Di cui mi parlava lavorando al gesso di una figura femminile in piedi a grandezza naturale.

Era la scultura richiesta con paziente insistenza da Bruno Grossetti e attesa anche da me che però rimase lunghi mesi sul cavalletto senza mai essere conclusa.

In Calvani traspariva sempre una grande amarezza, lo sconforto di chi continuamene lotta invano per affermare le sue idee artistiche in una società che invece premia valori diversi, quasi sempre solo commerciali.

Immerso nella solitudine dei suoi pensieri e delle le sue irrealizzate ambizioni, con la sua insofferenza alla ipocrisia, con la sua elitaria scelta di amici, con quel suo far sentire quelli che lo apprezzavano membri di un club privilegiato da cui erano esclusi per sempre coloro che non lo capivano, Bruno Calvani ha attraversato la scena artistica degli anni centrali del novecento.

Sua cifra stilistica distintiva un “eros” deciso e schietto che dona forza e grazia a tutti i suoi lavori e li rende unici, inimitabili e senza tempo.

Senza tempo la sua scultura luminosa, i suoi approfonditi intimi dialoghi con corpi e volti modellati dalle sue dita con il peso di una verità inconfutabile, il suo narrarli con aderenza a una realtà intrisa di amore per la vita, analizzando, definendo e soprattutto sintetizzando al massimo.

Un angolo dell’abitazione di Gino Pisapia dedicato a Bruno Calvani

Quante volte mi disse: “ingegnere quando si incomincia a definire iniziano i guai!”

Calvani lottò senza sosta fino alla fine per riuscire ad essere un artista pienamente realizzato nella visione del suo mondo artistico. In ciò sta la dimensione del suo eroismo, prezioso in qualsiasi tempo, modello di cui la società ha sempre bisogno soprattutto in tempi difficili e complessi come quelli da lui vissuti.   

Non è possibile far comprendere oggi l’uomo e l’artista Bruno Calvani a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo e io mi accontenterei di essere riuscito a far percepire al lettore, in modo fugace, qualche tratto della sua singolarissima personalità.

Ma tutti potranno ammirare ed apprezzare le sue opere soffermandosi ad osservarle con attenzione e a meditare come già fecero in tanti.

Da Aristide Maillol a Parigi, a cui Calvani chiese di giudicare una sua scultura, che dopo averla sistemata su un cavalletto accanto ad una sua poi rimase a lungo in silenzio senza dir nulla.

A Henri Moore che a Milano ammirando in una esposizione un’opera di Calvani chiese di poter incontrare il suo autore, ma invano perché il Maestro era fatto così.

Straordinariamente fedele a sé stesso lungo tutto l’arco della sua vita il “professore” è stato l’artista figurativo italiano del ‘900 che più tenacemente è rimasto sempre ancorato alle sue radici e che ha conservato immutati fino alla fine tutti i propositi giovanili e i quesiti che si era posto.

Bruno Calvani è un artista ancora tutto da scoprire, conoscere, comprendere e amare.

Un’altra angolazione dell’autoritratto di Bruno Calvani

Fu un giorno della mia vita che ricordo sempre con duplice amarezza quello in cui morì.

Perché non riuscii a salutarlo il giorno prima, come gli avevo promesso. Lenuccia mi disse che si era alzato, sbarbato e che mi aveva atteso tutto il giorno fino a sera inoltrata, convinto che io sarei andato da lui. Ma purtroppo quella volta mi fu proprio impossibile e me ne rammaricherò sempre.

E poi perché non diedi memoria fotografica al suo volto spento di rara aristocratica nobiltà che mi commosse profondamente e che mi richiamò alla mente la maschera funebre di Amedeo Modigliani.

La morte aveva sublimato in serena bellezza del volto tutte le fatiche, sofferenze, ansie e aspirazioni che lo avevano angosciato in vita.

Io mi rimprovererò sempre di non averlo fotografato!

Arona 28/02/2026                                                          

Gino Pisapia 

                                                                                                                                   

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