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“NAVIGANDO SUL MARE COLORE DEL VINO”: UNA LETTURA DI SCIASCIA DEL PROF. SIMONE

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Il prof. Dino Simone, nel centenario della nascita di Leonardo Sciascia, trae spunto da una raccolta di racconti del grande scrittore siciliano per evocare suggestioni e rimandi letterari all’età classica.

di Dino Simone

Il prof. Dionisio (Dino) Simone

Navigando sul mare colore del vino

(“plèōn epì òinopa pònton”)

Nel centenario della nascita di Leonardo Sciascia Adelphi sta ripubblicando tutte le opere dello scrittore siciliano.

Ho quasi tutti i suoi libri, che nel corso degli anni ho riletto: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Cronachette, Porte aperte, Il contesto, Todo modo, La scomparsa di Maiorana,  Candido, ma “Il mare colore del vino”, una raccolta di racconti del lontano 1973, mi mancava.

 Mi ha subito incuriosito il racconto che dà il titolo alla raccolta.

L’ingegner Bianchi, trentottenne di Vicenza, che ha lavorato anche negli Stati Uniti, deve recarsi a Gela per prendere servizio nello stabilimento petrolifero, creato da Enrico Mattei.

Nella vettura di prima classe del diretto Roma-Agrigento, divide lo scompartimento con una famiglia composta dal professor Miccichè e dalla moglie Lucia (che insegnano alle elementari), dai loro due bambini Lulù e Nenè, assai maleducati ma molto svegli, e da una ragazza di una ventina d’anni di nome Gerlanda (anche lei insegnante elementare, ma incaricata) che ha superato una grave malattia ed è vestita, in piena estate, con un abito nero profilato di bianco per un voto a San Calogero, protettore del paese di tutto il gruppo.

Il viaggio lunghissimo, pieno di inconvenienti di ogni genere, consentirà tuttavia all’ingegner Bianchi di apprendere qualcosa che non sapeva della Sicilia e dei siciliani, e forse di trovare l’amore in Gerlandina-Dina, che si dimostra molto più aperta ed emancipata di quel che il suo abito potrebbe far supporre.

“Che mare! E dove c’è un mare così?” si chiese il professor Miccichè (quando giunsero di fronte al mare di Taormina).

“Sembra vino” disse Nenè.

“Vino?” fece il professore perplesso. “Io non so questo bambino come veda i colori: come se ancora non li conoscesse. A voi sembra colore di vino, questo mare?”.

“Non so: ma mi pare  ci sia qualche vena rossastra” disse la ragazza.

“L’ho sentito dire, o l’ho letto da qualche parte: il mare colore del vino” disse l’ingegnere.

“Qualche poeta l’avrà magari scritto, ma io un mare colore del vino non l’ho mai visto” disse il professore; e a Nenè spiegò “Vedi: qui sotto, vicino agli scogli, il mare è verde; più lontano è azzurro, azzurro cupo”.

“A me sembra vino” disse il bambino, con sicurezza.

“È daltonico” sentenziò il professore.

 “Ma che daltonico?” si rivoltò la signora. “È testardo”.

 (da Leonardo Sciascia, “Il mare colore del vino”, Adelphi, 2021, p. 51)

Leonardo Sciascia

“Il mare colore del vino qualche poeta l’avrà magari scritto”, ammette il prof. Miccichè.

Certo, “plèōn epì òinopa pònton”, ‘navigando sul mare colore del vino’ lo  ha scritto Omero, più volte.

“Oinops”, ‘simile al vino’, ‘colore del vino’, è uno degli epiteti del mare più frequenti, soprattutto nell’Odissea, il poema del  “nostos”, del ‘ritorno’ di Ulisse a Itaca dopo dieci anni dalla fine della guerra di Troia, e la lettura di questo interessante racconto di Sciascia mi ha spinto a fare una piccola ricerca su come l’aggettivo sia stato tradotto in italiano.

“Oinops”, a differenza di altri aggettivi indicanti il colore del mare (porphyreos, purpureo; poliòs, canuto, grigio; melas, nero; glaukòs scintillante, ma anche glauco, ceruleo) è usato soprattutto in unione con ‘pontos’, uno dei termini che indica il mare, oltre a thàlassa, àls, pèlagos.

‘Pontos’ è il mare aperto, la distesa del mare, il mare in quanto percorribile dalle navi, la rotta da seguire.

L’aggettivo “oinops” con “pontos” (in accusativo o in dativo) ricorre in una formula che si trova all’inizio o alla fine dell’esametro. Ho consultato tutti i passi dell’Odissea in cui è presente il nesso, nelle traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti, G. Aurelio Privitèra e Vincenzo Di Benedetto.

La Calzecchi Onesti rende “oinops” con  ‘livido’, tranne una volta in cui traduce ‘schiumoso’. In italiano “livido”, per estensione, significa ‘di colore plumbeo tra il turchino cupo e il nero’  (Zingarelli); ‘di colore indefinito tra il plumbeo e il verdastro’ (voc. on line Treccani).

Privitera traduce sempre la formula omerica “il mare scuro come vino”, mentre Di Benedetto usa due volte ‘purpureo’,  e poi sempre il classico “il mare (dal, del) colore del vino”.

A proposito di ‘purpureo’, il greco “porphyreos” indica non il mare “rosso porpora” ma “agitato, ondeggiante, in continuo movimento, ribollente, spumoso, tenebroso, scuro, con varia gradazione del colore cupo”, mentre riferito a tessuti, abiti si rende con “tinto di porpora” (da due etimologie diverse).

Al professor Miccichè il bambino sembrava daltonico perché “Qualche poeta l’avrà magari scritto”, ma lui un mare colore del vino non l’aveva mai visto..

« ‘Il mare colore del vino: ma dove l’ho sentito?’ si chiedeva l’ingegnere. ‘Il mare non è colore del vino. Ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, nel tramonto: ma non in quest’ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza’ pensa il professore».

 (L. Sciascia, op, cit. p. 52).

Prima di lui la ragazza aveva precisato: Il colore del mare? “Non so, ma mi pare ci sia qualche vena rossastra”.

A questo punto hanno tutti ragione.

L’epiteto “oinops” ha una chiara valenza coloristica, Si pone il problema di come vada interpretato.

La spiegazione del significato dell’espressione omerica è già nel racconto di Sciascia. Il professore aveva precisato che per lui il mare è verde e in lontananza è azzurro, azzurro cupo (appunto ‘oinops’) mentre per la ragazza aveva “qualche vena rossastra”.

Per alcuni studiosi “oinops” si deve intendere ‘scuro come il vino’ (cfr. Privitera), per altri ‘brillante, oppure spumeggiante’, perché l’epiteto cromatico manifesta soprattutto attenzione per il luccichio e il movimento delle onde, e andrebbe inteso “luccicante e ondeggiante come il vino che viene versato in un cratere” (cfr. Arianna Trevisiol, Il colore del mare negli epiteti omerici, http://www.academia.edu).

In Omero il mare non è presentato in tumulto nei passi in cui l’aggettivo “oinops” accompagna il termine “pontos”, e l’immagine delle onde tinte di rosso cupo, quando il sole è basso sull’orizzonte nel momento dell’alba o del tramonto, corrisponde alla realtà, esprime una “gradazione di colore scuro”. “Oinops” sarebbe da tradurre sempre “colore del vino” (come fa Di Benedetto) o “di aspetto rossastro”, in relazione al colore che il mare assume riflettendo le luci del tramonto se si procede sulla rotta occidentale sul far della sera (M. M. Silvestri, citata da Trevisiol).

In conclusione, le interpretazioni degli epiteti omerici che descrivono il colore del mare sono sempre soggettive, problematiche e varie, ed è tuttora difficile giungere a delle conclusioni definitive.

 

1 COMMENTO

  1. Bellissima immagine, a sottolineare come la letteratura (e chi ne approfondisce con amore e competenza il valore) possa unire emozioni antiche e moderne semplicemente soffermandosi sulla bellezza e l’originalità di un vocabolo !

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