Dionisio (Bacco) e le Menadi appaiono nella tela “Il concilio degli Dei”, collocata sulla volta del salone principale dello storico edificio. Ecco il mirabile racconto del loro mito in questo scritto del prof. Simone.
di Dino Simone
Dioniso (Bacco) e le menadi nei dipinti di Palazzo Roberti
(Le Baccanti di Euripide e La morte a Venezia di Thomas Mann)
Nel “Concilio degli Dei”, la tela del salone principale di Palazzo Roberti, in basso accanto a Cerere è seduto su una pelle di leopardo BACCO/DIONISO, giovane e sorridente. Ha il capo ornato di pampini, con una mano regge il tirso, bastone sacro che ha un tralcio di vite attorcigliato, ma non è sormontato dalla pigna (secondo l’iconografia tradizionale), e nell’altra ha una coppa, con due alte anse, il kàntharos.

Nell’ovale di una sovrapporta, invece, Bacco è raffigurato bambino con le menadi (le baccanti), in uno scenario idillico.
In questi dipinti non c’è nulla di drammatico, di frenetico, di tragico, elementi tipici dei riti orgiastici di Dioniso. Il dio non mostra il lato oscuro del suo carattere, che manifesta nelle Baccanti di Euripide, in cui si vendica del re Pènteo, che si è opposto alla diffusione del suo culto nella città di Tebe.

Dioniso (“giovane figlio di Zeus” oppure “il dio di Nisa”, monte dove fu allevato), originariamente dio della vegetazione, in seguito fu identificato come dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza, della liberazione dei sensi, e strettamente legato alle origini del teatro.
A Roma prese il nome di Bacco, dall’aggettivo greco bakkhos (“in preda a frenesia estatica”).
Dioniso viene spesso rappresentato nelle arti vestito di pelle di leopardo o pantera, trionfante su di un carro assieme alla sua compagna Arianna, solitamente seguito da un corteo chiamato tìaso, composto dalle sue sacerdotesse (dette menadi o baccanti) invasate dal dio, da bestie feroci, da satiri e sileni. A lui erano care le piante della vite (da cui il legame con il vino e la vendemmia) e dell’edera.

Secondo gli studiosi, Dioniso è il dio straniero per eccellenza, poiché proveniva dalla Tracia. Era figlio di Zeus e di Sèmele, che un giorno, già incinta di sei mesi, chiese al re degli dei di manifestarsi in tutta la sua potenza. Zeus fu costretto a esaudire la richiesta di Sèmele, che rimase folgorata.
Per impedire che il bambino morisse Zeus ordinò di strappare il feto dal ventre materno e di cucirlo nella sua coscia.
Quando Dioniso nacque, Zeus lo affidò alle cure delle Iadi, le ninfe dei boschi, che crebbero amorevolmente il piccolo finché non giunse il tempo di trovargli un precettore, il vecchio Sileno.

Elemento tipico del culto di Dioniso è la partecipazione in prevalenza femminile alle cerimonie che si celebravano in svariate zone della Grecia: le baccanti o menadi cantando invocavano la presenza del dio e riproducevano ritualmente il mitico corteo dionisiaco di sileni, satiri e ninfe. Si identificavano con il dio e ne acquisivano il “furore”, inteso come stato d’invasamento divino: scopo del rito era quello di ricordare le vicende mitologiche di Dioniso. Erano incoronate da frasche di alloro, tralci di vite e pampini, vestite di pelli di animali selvatici e reggevano il tirso; gli uomini erano invece camuffati da satiri. Ebbro di vino, il corteo, si abbandonava al canto e alla danza ritmica ossessiva ed estatica. Alla fine del rito, particolarmente violento e brutale era lo sparagmòs, che consisteva nel dilaniare a mani nude degli animali allo scopo di mangiarne le carni crude.
Nelle cerimonie dionisiache, poiché producevano uno stato di estasi e di ebbrezza, venivano stravolte le regole morali e sociali del mondo civile. Erano celebrate di notte, lontano dalla città, sui monti e nelle foreste. Attraverso il sacrificio della vittima per squartamento (sparagmós) e la consumazione della carne cruda (omofagia) si realizzava la comunione con il dio, perché gli animali fatti a brani e divorati erano considerati epifanie, o incarnazioni, di Dioniso. Tutte le altre esperienze – la forza fisica eccezionale, l’invulnerabilità al fuoco e alle armi, i “prodigi” (l’acqua, il vino, il latte che scaturivano dal suolo), la “dimestichezza” con i serpenti e i piccoli delle bestie feroci – erano resi possibili dall’ enthousiasmòs (invasamento), dall’identificazione con il dio. L’estasi dionisiaca significava anzitutto il superamento della condizione umana, la scoperta della liberazione totale, inaccessibile ai mortali.
La follia era considerata come indotta dal dio, ma in realtà era stimolata dalla situazione insolita, dal contatto con la natura, dalle danze e dalla musica di sistri e tamburelli. Non è un caso che tali rituali fossero soprattutto femminili: emarginate dalla vita politica e sociale delle poleis, spesso confinate in casa, le donne potevano in questo modo recuperare la loro autonomia, per quanto temporanea e fittizia.
Il culto praticato dalle menadi fa da sfondo alle Baccanti di Euripide.

Divenuto adulto, Dioniso tornò nella sua città natale,Tebe, dove il sovrano, Penteo, si rifiutava di adorarlo e si opponeva ai nuovi riti introdotti da lui. La vendetta di Dioniso su Penteo, sulla sua famiglia e su Tebe fu terribile.
Quando le donne tebane lasciano la città per andare nei boschi del monte Citerone a celebrare le orge sacre a Dioniso, il dio spinge lentamente alla pazzia il re Penteo, convincendolo a travestirsi da donna per andare sul monte a spiare le menadi. E qui, sul Citerone, lo fa uccidere dalle baccanti, che invasate dalla divinità scambiano Penteo per un leone e letteralmente lo fanno a pezzi.
La prima ad avventarsi su di lui è proprio Agave, sua madre. La donna torna a Tebe con la testa di Penteo su una picca e non riconosce il proprio figlio se non quando ormai è troppo tardi e non può far altro che versare amarissime lacrime.
L’opera è quasi completamente imperniata sullo scontro tra il re Penteo e Dioniso. Il dio è privo di qualsiasi scrupolo e pietà verso gli uomini, mentre Penteo appare come un sovrano tirannico, irascibile, chiuso nelle proprie convinzioni e non disposto a rimetterle in discussione. I due personaggi di Dioniso e di Penteo sono speculari, al punto da arrivare ad assomigliare l’uno all’altro verso la fine dell’opera: Penteo travestendosi da baccante, Dioniso assumendo l’atteggiamento del despota spietato.
Della tragedia di Euripide analizzeremo in particolare i versi 677-774 (il racconto del primo messaggero che torna dal Citerone e narra al re Penteo ciò che ha visto sul monte) e i versi 1043-1152, in cui il secondo messaggero descrive il rito sfrenato delle menadi che si conclude con lo sparagmòs dell’infelice sovrano. Metteremo poi questi versi a confronto con il sogno di Aschenbach, tratto da La morte a Venezia di Thomas Mann, per evidenti analogie.
Nelle Baccanti, il racconto del primo messaggero, uno dei più belli di tutto il teatro greco, presenta la “straordinaria armonia” delle menadi, giovani, vecchie e fanciulle.

“Mentre le greggi al pascolo risalivano allo spuntar del sole il fianco del monte, vedo le donne che dormivano tutte, i corpi abbandonati … in modo casto e non ebbre di vino o del fragore dei flauti, a caccia di amore in luoghi appartati. Svegliate dal muggito dei buoi si alzano”.
Il messaggero parla dei loro capelli disciolti e delle pelli screziate di cerbiatte che le coprono, e dei cucciolì degli animali allattati e delle corone di edera e di fiori, e della rorida acqua, e del vino e del latte che sgorgano dalla terra, al tocco del tirso. Racconta del miele che stilla, e del loro atteggiamento che avrebbe indotto alla preghiera verso quel dio che ora Penteo condanna. Ma subito la scena si rovescia in un cupo furore, in selvaggia ferocia. Le menadi, sentendosi scoperte e minacciate dal messaggero, dilaniano a mani nude gli armenti. Rapiscono i bambini dalle case e alla fine tornano alle loro sorgenti che il dio aveva fatto sgorgare per loro. E si lavano dal sangue.
Tutta la tragedia è percorsa dalla falsa convinzione che i riti bacchici nascondano sfrenate pratiche sessuali, favorite dall’ubriachezza. Le baccanti di Euripide sono caste: la loro sfrenatezza erotica sembra esistere soltanto nella mente di Penteo.

Il sovrano vuole assistere personalmente ai riti orgiastici per vedere con i propri occhi che cosa compiono le menadi, e, su suggerimento del giovane straniero (Dioniso), di cui ha subìto il fascino, si traveste da donna, con indosso un mantello lungo fino ai piedi, in testa una parrucca e la mitra (una fascia avvolta attorno al capo), con il tirso in mano e una pelle di cerbiatta screziata sulle spalle.
E così con il messaggero e con lo straniero (in realtà Dioniso) cominciò a salire sul monte Citerone.
“Prima ci fermammo in una vallata erbosa, attenti a non far rumore. Era una gola circondata da dirupi, irrorata di acque, ombreggiata di pini; qui sedevano le menadi con le mani impegnate in dolci fatiche. Alcune incoronavano nuovamente di edera il tirso che aveva perduto la chioma; altre, come puledre che hanno appena lasciato il giogo variopinto, intonavano un canto bacchico a voci alterne”.
L’infelice Penteo non riuscendo a scorgere le menadi, chiese al giovane che lo accompagnava di aiutarlo a salire su un giovane abete per poter vedere bene le loro oscenità … A quel punto una voce dal cielo gridò «Fanciulle vi conduco colui che ride di voi, di me e dei miei riti. Vendicatevi». Non appena le donne riconobbero che l’ordine era di Bacco si slanciarono di corsa verso l’albero su cui si trovava Penteo.
“Balzavano per la valle dalle acque impetuose e tra i dirupi, invasate (emmaneis) dal soffio del dio. Quando videro il mio padrone seduto sull’abete, prima con violenza gli scagliavano contro delle pietre… e gli lanciavano rami d’abete. Infine,schiantando dei rami di quercia, tentavano di strappare le radici con quelle leve che non erano di ferro” (ma inutilmente).
Allora Agave disse: «Su disponetevi in cerchio, afferrate il tonco, menadi, per prendere la belva che ci si è arrampicata, perché non riveli i miti segreti del dio».
La donne riuscirono a divellere l’albero e Penteo precipitò al suolo.
Per prima sua madre, fuori di sé, diede inizio allo scempio e piombò su di lui (pensando che fosse un leone). Egli allora gettò via la mitra dal capo perché, riconoscendolo la sventurata Agave non lo uccidesse, e le dice: «Madre, sono io, tuo figlio Penteo… Abbi pietà di me, madre, non uccidere il figlio tuo per i miei errori».
“ Ma quella, schiumante, girando le pupille stravolte, completamente fuori di senno, era posseduta da Bacco e non lo ascoltava. Afferrandogli il braccio sinistro e facendo forza sul fianco dello sciagurato, gli strappò una spalla, senza fatica: il dio donava destrezza alle sue mani ”… e così cominciò lo smembramento del suo corpo tra le urla di gioia delle baccanti.
“Una portava un braccio, un’altra il piede con ancora il calzare … Tutte, con le mani insanguinate, si palleggiavano le carni di Penteo.
Il suo corpo ora giace sparso in qua e in là, parte sotto le aspre rocce, parte nella folta chioma del bosco… La madre, preso tra le mani il misero capo, dopo averlo infisso sulla punta di un tirso, come fosse quello di un leone montano, lo porta attraverso il Citerone… E ora viene, superba della sua caccia disgraziata, qui dentro le mura. Invoca Bacco, il compagno di caccia, il complice della sua preda, il vincitore glorioso…”.
Agave è convinta di portare una testa di leone come preda di caccia. Solo alla fine, ritornata in sé, si accorge di quello che ha fatto. (Euripide, Baccanti, vv. 677 -774 e 1048-1152, passim, trad. di Laura Correale).

Le Baccanti sono un’opera religiosa? Ecco che cosa dice alla fine del suo racconto il 2° messaggero: “Essere saggi e venerare gli dei è la cosa più bella. Credo che questo sia il più sapiente dei beni per gli uomini che sanno servirsene”.
In apparenza il suo messaggio è un monito a tutti gli uomini ad adorare sempre gli dei e a non mettersi contro di essi, e in effetti quest’opera era sempre stata considerata la testimonianza del ritorno alla religione tradizionale da parte di un autore che per tutta la vita era stato sempre ritenuto un laico. A un’analisi più attenta, però, la tragedia rivela forti ambiguità che ne modificano sensibilmente il messaggio: come bene ha messo in luce la critica degli ultimi decenni, il poeta mette in risalto gli eccessi a cui può portare il fanatismo religioso.
Innanzitutto è da notare che Dioniso si dimostra una divinità assolutamente spietata nel punire chi non aveva creduto in lui, al punto da sterminare i suoi stessi parenti (Penteo era infatti cugino del dio, da parte di madre). Tutto questo per pura e semplice vendetta. Inoltre le stesse baccanti appaiono molto più intente a compiere azioni violente (invadere villaggi, squartare mandrie di mucche e lo stesso Penteo) che non a celebrare la gioia dei riti di Dioniso.
Se Euripide avesse voluto mettere in scena un’opera religiosa, non avrebbe posto così in evidenza gli aspetti più sconcertanti del dionisismo, ma avrebbe probabilmente richiamato maggiormente l’attenzione sui suoi lati positivi. Per questo motivo alcuni studiosi arrivano a interpretare la tragedia in senso del tutto opposto, considerandola non una riscoperta della religione, ma anzi una forte invettiva antireligiosa.

Metteremo ora i passi riportati delle Baccanti a confronto con il racconto del sogno, tratto dal libro di Thomas Mann, La morte a Venezia, in cui il protagonista, von Aschenbach, rivive le varie fasi del rito dionisiaco.
La morte a Venezia è un racconto lungo, pubblicato da Thomas Mann nel 1912, dopo un soggiorno con la moglie a Venezia, dove lo scrittore tedesco aveva avuto modo di conoscere ed osservare un ragazzino, in vacanza con la madre e le sorelle al lido di Venezia, che gli ispirerà il personaggio di Tadzio.
Gustav von Aschenbach, scrittore tedesco di cinquant’anni, ormai vedovo e all’apice di una prolifica carriera a cui ha dedicato tutti i suoi sforzi, decide di far un viaggio. Dall’Istria si sposta a Venezia e trova alloggio in un albergo del Lido dove, a cena, scorge per la prima volta un ragazzo di quattordici anni che gli sembra subito bello come una divinità greca. Il giorno dopo, in spiaggia, Aschenbach osserva il ragazzino giocare con gli altri giovani dell’albergo e riesce a cogliere il suo nome: Tadzio.
Il clima della laguna non è clemente e l’afa non fa che peggiorare la saluta precaria di Aschenbach. Lo scrittore decide così di partire da Venezia, sebbene non voglia abbandonare il giovane che tanto lo affascina, Ma, nel suo delirio amoroso, alla fine sceglie di restare nella città lagunare. Nel frattempo Tadzio comincia a rendersi conto dell’insistente sguardo dell’uomo e spesso, con espressione seria e occhi bassi, ricambia, pur senza mai palesare esplicitamente una reazione chiara.
Con il passare dei giorni, Aschenbach si accorge che sono sempre meno i villeggianti tedeschi a Venezia e che si sente per le strade un forte odore di disinfettante. Così si informa e scopre che a Venezia imperversa ormai da mesi un’epidemia di colera, tenuta nascosta dal governo ai turisti stranieri. Potrebbe dare l’allarme tra gli ospiti dell’albergo, ma decide di tenere per sé il segreto perché più della malattia teme la partenza di Tadzio. La sua passione amorosa si è infatti di giorno in giorno trasformata in follia.
La mattina seguente, al risveglio dopo una notte tormentata in cui sogna di prendere parte a un baccanale, scopre che la famiglia polacca è in procinto di partire. Si reca così stancamente in spiaggia, dove osserva da lontano Tadzio che si avvia verso il mare e si allontana passeggiando su una secca. Immergendosi in acqua, il ragazzino si volta a guardare verso Aschenbach. Allo scrittore sembra quasi che il ragazzo gli sorrida, sta per alzarsi e raggiungerlo ma cade riverso sulla sua sdraio. Poco ore dopo, Gustav von Aschenbach muore.
L’atmosfera di morte è dominante sin dalle prime pagine del libro. Venezia stessa, d’altronde, ben si presta a rappresentare il connubio tra Amore e Morte: erede di un passato glorioso e culla di artisti, Venezia è ormai il fantasma degli sfarzi di un tempo. Le sue strette calli, i portici e le acque ristagnanti si ricollegano quindi alla funzione allegorica del colera, che rappresenta la crisi etica ed esistenziale del protagonista e la sua crescente mania morbosa.
Non è allora casuale che nelle ultime pagine del testo Aschenbach sia sconvolto da un incubo tormentoso, che mette in luce tutte le sue contraddizioni. Lo scrittore sogna infatti di trovarsi in un baccanale, descritto con toni cupi e immagini carnali e violente, ben lontane dalla serena bellezza classica di Tadzio. L’ultimo sogno è quello del monte Citerone e delle menadi, di un rito orgiastico di cui egli non era più semplice spettatore, ma era entrato in loro.
“Quella notte fece un sogno terribile – se si può chiamare sogno un’avventura del corpo e dello spirito[…]: il teatro di tali avvenimenti era piuttosto la sua anima stessa, ed essi vi irrompevano dal di fuori […] da lontano s’avvicinava un fragore, un tumulto, un miscuglio di rumori: strepiti, squilli e sordi boati, acute grida di giubilo e un urlìo particolare… il tutto frammezzato e talvolta coperto in modo atrocemente soave da note di flato gravi e tubanti e insistenti e perverse, che penetravano le viscere con lasciva magia… S’accese un fumoso bagliore: egli riconobbe un paesaggio di montagna, simile a quello che circondava la sua residenza estiva. E nella luce rossa, dalle cime boschive, fra tronchi e muscosi sfasciumi di rupi, rotolarono, rovinarono giù turbinosamente uomini, bestie, una frotta, una torma frenetica che inondò il il pendio di corpi e di fiamme, in tumulto e in tregenda vertiginosa. Donne che inciampavano nelle lunghe vesti di pelli agitavano tamburi con sonagli al di sopra delle loro teste riverse e gementi, brandivano fiaccole sfavillanti e stili sguainati, impugnavano a mezzo il corpo serpi lingueggianti, o si reggevano i seni con le mani, ululando. Uomini che portavano corna sulla fronte, cinti di pellicce e vellosi essi stessi, mentre giovanetti dai corpi lisci e glabri con bastoni inghirlandati pungolavano arieti, reggendosi sulle loro corna […] Il clamore, le grida moltiplicate dall’eco delle pareti rocciose crescevano, trionfavano […] I vapori offuscavano la mente, acre odore di capri, esalazioni di corpi ansimanti […] Ai colpi del timpano il suo cuore rimbombava, la sua testa girava, lo assalivano cieco furore, voluttà inebriante e la sua anima desiderava di unirsi al baccanale del dio. Con la schiuma alle labbra smaniavano, si eccitavano l’un l’altro con gesti lubrici e mani lascive, ridendo e gemendo […] E il dormiente era ormai con essi, in essi, asservito nel sogno al dio straniero. Anzi essi erano lui, quando si gettarono sulle bestie dilaniando e uccidendo, e ingoiarono lembi fumanti di carne, quando sul terreno sconvolto incominciarono orribili congiungimenti in onore del dio. E la sua anima conobbe il gusto della lussuria e della perdizione” (Thomas Mann, La morte a Venezia, Cap V, trad. di Anita Rho).

La morte a Venezia è considerato uno dei più grandi tentativi del Novecento di riattualizzare il tragico.
Numerose sono le corrispondenze tra questo testo e le Baccanti di Euripide. Anzi, La morte a Venezia ripete le Baccanti: Aschenbach è Penteo.
Penteo si scontra con il dio straniero, con Dioniso, che viene come uno stupendo fanciullo a sconvolgere la sua mente. Anche Penteo è a poco a poco afferrato dal dio, fino a perdere il senso del limite, fino ad andare verso la morte mascherato.
Perché Thomas Mann ha scelto questa tragedia come motivo di fondo di Morte a Venezia?, si chiedono i critici. Egli ha messo a confronto le grandi contraddizioni del mondo moderno con la più misteriosa, enigmatica e inquietante tragedia dell’antichità.




