Nico Donno, molese, cittadino del mondo, riprende i suoi reportage per “Mola Libera”. Ecco il suo tour in Cile, lo Stato dalla forma più allungata al mondo, che da nord a sud si estende per oltre 4.300 km. La prima parte del suo racconto parte dal deserto di Atacama: dai vulcani ai geyser, dalle lagune popolate dai fenicotteri rosa alle riarse valli lunari, dalla chiesette coloniali ai villaggi fantasma, dai salar ai tramonti infuocati. Il suo viaggio prosegue nel sud, in Patagonia, per spostarsi, quindi, in pieno Oceano Pacifico, nella mitica Rapa Nui, l’isola di Pasqua. Seguitelo su “Mola Libera”!
di Nico Donno
Da sempre ho desiderato visitare il Cile. Questa nazione, incredibilmente lunga e stretta, si estende per metà continente sudamericano: dal deserto di Atacama (il più arido del mondo) a nord, fino ai ghiacci della Patagonia nell’estremo sud. Compresso tra le Ande e il Pacifico il paese, lungo 4.329 km e largo in media appena 175 km, ha una superficie totale di 756.626 kmq (due volte l’Italia).
Sul suo territorio si dispiega una grande varietà di paesaggi: dune riarse, fertili valli, vulcani, antiche foreste, imponenti ghiacciai e fiordi creano una sinfonia che desta meraviglia in ogni suo aspetto. Il Cile custodisce luoghi tra i più incontaminati del pianeta e si resta sbalorditi al pensiero di come tutto ciò sia potuto rimanere intatto per così tanto tempo nonostante il “progresso” dell’uomo, piano piano, tenda a mettere in pericolo questi tesori.
Più viaggio e più mi rendo conto che sul pianeta sono rimaste poche terre pure e inviolate come il Cile … luoghi selvaggi che nutrono l’anima.
Santiago del Cile, gennaio 2024. Usciti dall’aereo, già nel “finger” abbiamo percepito un rilevante sbalzo termico dato che qui, nell’emisfero australe, è piena estate.
Il controllo passaporti è rapidissimo. Ritirati i bagagli riponiamo in valigia la giacca a vento. Provvediamo a regolare gli orologi (ci sono 4 ore di fuso orario tra Roma e Santiago).
La prima giornata in Cile l’impieghiamo nella visita della capitale Santiago, una delle più inquinate metropoli del Sudamerica che conta circa 7 milioni di abitanti (il 40% della popolazione cilena).
Si fa tappa al Centro città per un giro in Plaza de Armas e, poi, in Plaza de la Costituciòn dove sorge il Palazzo de la Moneda, sede degli uffici presidenziali. Proprio di fronte si erge il monumento in onore di Salvador Allende.

Visita d’obbligo al Museo Storico Nazionale. Al piano superiore, nelle sale dedicate all’esposizione degli eventi storici del Cile nel ‘900, è illustrato il colpo di stato militare del 1973: gli occhiali rotti di Allende sono l’ultimo reperto in mostra.
Per sottrarci ai 38°C di temperatura che oggi affliggono la città, saliamo sulla collina di Santa Lucia che ospita un bel parco ricco di giardini, alberi lussureggiati e fontane ornamentali: un polmone verde nel cuore della città.
Mentre godiamo un po’ di refrigerio all’ombra di alberi secolari, gustiamo degli enormi gelati artigianali.
Anche se ancora un po’ intontiti dalla sindrome da jet lag e dalla stanchezza per il lungo volo dall’Italia, dopo un’oretta buona ci incamminiamo al vicino Barrio Lastarria, uno dei quartieri più alla moda di Santiago.
Si giracchia per un po’ tra le bancarelle del caratteristico mercatino del quartiere.
In una cocineria (tavola calda) con pochi pesos gustiamo delle ottime empanadas (involucro di pasta ripieno di carne di manzo trita, cipolle e olive nere) accompagnate da patatine fritte.
Dopo pranzo, soddisfatti nel corpo e nello spirito, decidiamo di recarci al Barrio Brasile, uno dei quartieri santiaghegni più popolari. E’ doveroso conoscere anche un po’ del caratteristico “colore locale” e soprattutto ammirare i meravigliosi murales che ornano le facciate di numerosi caseggiati. (La zona va comunque evitata dopo il tramonto per motivi di sicurezza.)

Più tardi si fa un salto al residenziale Barrio Bellavista per visitare la “Chascona”, la casa che fu del poeta Pablo Neruda.
Con la metro giungiamo infine al Costanera Center, ubicato nel distretto finanziario di Las Condes, dove tra i numerosi grattaceli sorti negli ultimi tre decenni svetta la Gran Torre di Santiago, il più alto edificio del Sud America (300 m). Al suo interno si trovano appartamenti e un hotel di gran lusso, un centro commerciale e, in cima all’edificio, un’area di ristorazione con vista panoramica. Con un ascensore ultraveloce si sale fino al 61° e ultimo piano.

Il panorama della città, con lo sfondo delle Ande, è fantastico.

Deserto di Atacama
Decollati da Santiago a metà mattina, dopo due ore di volo si atterra all’aeroporto di Calama considerata la porta d’ingresso del deserto di Atacama. Ci si imbarca su un fuoristrada che ci attende nell’area di parcheggio dello scalo.
Si attraversa l’asfaltata “Chile 23” che risale la Cordillera de la Sal, rilievo dalle inusitate forme e colori che altro non è che il fondo di un lago salato: vento e acqua l’hanno eroso fino a disegnarne profili suggestivi nei quali è possibile distinguere le forme di preistorici stregosauri. In lontananza ci sono i vulcani. Qua li vedi sempre, dato che il Cile ne conta il 15% dell’intero pianeta.
Dopo 1 ora e ½ raggiungiamo l’oasi di San Pedro (2.438 m s.l.m.), piccolo villaggio di case di adobe (impasto di argilla, sabbia e paglia) con i tetti costruiti con travi di cardòn (legno di cactus). Questa località in pieno deserto, a pochi km di distanza dai confini con la Bolivia e l’Argentina, sarà la nostra base di appoggio per le escursioni dei prossimi giorni. A poca distanza dal villaggio si trova il simmetrico e austero vulcano Licancabur (alto 5.920 m).

San Pedro, poco più di una manciata di pittoresche strade che convergono verso una graziosa piazza alberata e una candida chiesetta coloniale, accoglie tantissimi giovani backpacker (viaggiatori con lo zaino in spalla); perlopiù stranieri, che indossano scarponi da trekking, pantaloncini e hanno un aspetto hippy. Impolverati dalla testa ai piedi entrano nei tanti locali per bere una birra o il Pisco sour (un mix di grappa, limone, albume e zucchero).

Alloggiamo in un guesthouse i cui proprietari sono indigeni Licantai che con l’avvento del turismo hanno riconvertito la loro attività di agricoltori. Alloggiare presso questo tipo di strutture consente alle comunità indigene di mantenere la loro presenza sul territorio preservandone le tradizioni.
Nel corso dei miei viaggi cerco sempre di diventare parte della realtà dei luoghi che visito e non solo spettatore. In Cile è stato facile. Julio e sua moglie sono gentilissimi. La mattina che partiamo alle 4 per andare a El Tatio li troviamo in cortile, premurosi e sorridenti, con un cesto per la colazione e un thermos di mate per combattere il freddo e l’altitudine. Grati, li abbracciamo.
Nel pomeriggio ci rechiamo a visitare il Pukarà de Quintor: i resti di una piccola fortezza risalente al XII secolo edificato dalla popolazione locale, in posizione strategica su un’altura, per difendersi dagli attacchi degli Incas. Il sito si trova a pochi km da San Pedro.

All’arrivo degli spagnoli di Pedro de Valdivia, nel 1540, il forte fu una delle ultime roccaforti indigene del Cile settentrionale contro i conquistadores. Gli indigeni si batterono strenuamente e con coraggio ma furono sconfitti; molti di loro furono decapitati sul posto. Oggi sul fianco della collina si contano un centinaio di recinzioni difensive, oramai in rovina, simili a tanti nidi di pietra; sulla sommità dell’altura una stele monumentale ricorda il sacrificio di quei valorosi guerrieri atacameno.

Il sito è stato dichiarato Monumento Nazionale per il popolo atacameno.
Si va a cena a “El Toconar”, il miglior locale all’aperto della cittadina (con tanto di falò per le gelide notti del deserto) dove ci viene servita un’ottima parillada (grigliata di carne mista) con insalata.
Dopo cena si và ad ammirare nel deserto il cielo stellato. In virtù dell’aria tersa e dell’assenza pressoché totale di inquinamento luminoso il cielo è nero come la pece ma limpidissimo: lo spettacolo del fitto tappeto di stelle che ci ricopre è fantastico … il silenzio inverosimile.
Non a caso proprio qui nel deserto è installato uno degli osservatori astronomici più importanti del mondo: l’A.L.M.A.
(L’A.L.M.A. – la parola alma significa “anima” in spagnolo – è l’acronimo per l‘Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, un mega-osservatorio internazionale di astronomia impiantato nel 2013, a 40 km a est di San Pedro, sull’altopiano di Chajnantor a 5.000 m di altitudine.
E’ un progetto sviluppato in collaborazione tra Europa, Nord America, Asia orientale e Repubblica del Cile.
L’ALMA è un radiointerferometro all’avanguardia, formato da 66 enormi antenne che hanno quasi tutte un diametro di circa 12 metri. Questo complesso di “orecchie” interstellari simula le prestazioni di un telescopio di ben 16 km di diametro, rendendo possibile scorgere corpi celesti 100 volte meno visibili nello spazio rispetto a quelli individuabili con le tecnologie in uso finora. Con tale strumentazione è possibile studiare la nascita delle stelle nell’universo primordiale e ottenere immagini dettagliate della formazione delle stelle e dei pianeti nell’universo locale.
L’ALMA è soltanto l’ultima delle strutture astronomiche d’avanguardia esistenti nel Cile settentrionale. Le condizioni climatiche del deserto di Atacama, infatti, lo rendono un luogo ideale per l’osservazione astronomica, grazie non soltanto alla straordinaria limpidezza del cielo notturno, ma anche alla prevedibilità dei venti che soffiano costantemente dall’Oceano Pacifico e causano turbolenze minime: un requisito di fondamentale importanza perchè gli osservatori astronomici possano ottenere una qualità delle immagini ottimale.

Lo spettacolo del firmamento in questo angolo del mondo è meraviglioso, ma non bisogna far tardi; la notte è necessariamente breve per noi che abbiamo in programma un’escursione di buon mattino: bisogna alzarsi alle 4 per raggiungere El Tatio.
A San Pedro le strade sono buie. Bisogna utilizzare la torcia del telefonino per far ritorno alla guesthouse.
Geyser del Tatio: alle 4, implacabile, la sveglia suona. Ci si prepara alla svelta per partire alla volta dei geyser di El Tatio, ubicati 95 km a nord di San Pedro.
Occorre raggiungere il sito prima che sorga il sole, quando i getti di vapore sono più intensi.
La levataccia e subito ampiamente ricompensata: veder spuntare l’alba nel deserto è uno spettacolo unico e fantastico.

Dopo due ore di scossoni su una strada oltremodo dissestata giungiamo a destinazione.
La temperatura nel deserto, all’alba e a quell’altitudine (4.320 m), è decisamente bassa. Bisogna effettuare la visita del luogo molto presto in quanto il fenomeno tende a diminuire d’intensità con l’aumento della temperatura esterna.
Il posto è surreale. Le prime luci del giorno ci mostrano il cratere di un vulcano da cui si alzano pennacchi di fumo.
Il sito, che prende il nome del vicino vulcano El Tatio, è alimentato da 64 geyser e un centinaio di fumarole. Vorticose colonne di vapore si sollevano in uno scenario dantesco.
Siamo in presenza del campo geotermico più alto del mondo e con il più grande gruppo di geyser dell’emisfero sud.

L’origine del fenomeno è dovuto alle acque sotterranee fredde che, al contatto con la lava che scorre nella profondità della terra, si trasformano in vapore e si fanno strada verso la superficie attraverso spaccature della crosta terrestre.
In pieno deserto, nei pressi della piccola oasi di Camar, un cartello indica che si è raggiunto il Tropico del Capricorno. Tutt’intorno non un’anima viva.
A poca distanza parte l’antica pista costruita dagli Incas (lunga 3.000 km) che porta verso nord, fino a Machu Picchu, in Perù.
A 60 km circa ad est, invece, una pista accidentata conduce al valico di Paso de Jama dove si trova il confine argentino.
Nel tardo pomeriggio si raggiunge il Salar de Atacama. E’ un’enorme depressione dove confluiscono le acque del Rio San Pedro che danno origine a un immenso bacino di acqua salmastra dalle incredibili tonalità turchesi: la Laguna Chaxa, splendido luogo di riproduzione dei fenicotteri rosa.

Il grande bacino del Salar è coperto da un manto superficiale salino, bianco e rugoso (il cloruro di sodio) che viene raccolto industrialmente.
Ma la vera ricchezza del salar è il litio. Il deposito di litio custodito nel sottosuolo è stato stimato in 4 milioni di tonnellate di metallo puro, pari al 40% delle riserve mondiali: una delle più grandi concentrazioni esistenti, che colloca il Cile tra i maggiori paesi produttori: Stati Uniti, Russia, Zimbabwe e Cina.
Il giorno dopo, ritemprati da un’essenziale dormita e da una squisita colazione, si parte per la visita delle Lagunas Altipianiche, ubicate oltre i 4.000 metri di altitudine; la voglia di continuare a scoprire questa meravigliosa parte del mondo è enorme.
La strada diritta e deserta punta verso un vulcano dalla cima innevata: una veduta sorprendente, l’essenza del viaggio. Uno spettacolo di rara bellezza.
La tappa è tutta in salita, il passo più alto è a 4.866 metri. Ad una compagna di viaggio il naso sanguina un po’ da qualche giorno, ma pare sia normale per chi non è abituato a certe altitudini; la fanciulla, in serata, accuserà affanno, mal di testa e nausea: sintomi, fortunatamente in forma blanda, del “soroche” (il mal di montagna).
A 4.115 m di altitudine ecco apparire la Laguna Miscanti: un cerchio perfetto di acqua di cristallo increspata dal vento. Sul bianco del sale della riva spiccano i profili di un gruppetto di fenicotteri andini dalle ali rosa intenso profilate di nero; volano subito via spaventati dalle nostre voci.

Ancora una volta il paesaggio è sorprendente e incantato con i contorni dei vulcani che si stagliano imponenti contro il cielo limpidissimo.
La strada sterrata continua spettacolare tra il giallo, il rosso e il verde intenso. Ogni tanto incontriamo gruppetti di vigogne che pascolano, alzano la testa quasi a mettersi in posa per la foto poi riprendono tranquille.

L’aria dalla secchezza quasi assoluta permette un’impressionante visibilità che crea distorsioni delle distanze, per cui si crede di vedere la polvere sollevata da un fuoristrada molto vicina mentre in realtà essa si trova 30 km più lontano.
Lo specchio d’acqua dolce, di una splendente tonalità azzurra, è dominato dall’omonimo vulcano (5.622 m). Il silenzio è totale, solo i fenicotteri (in spagnolo “flamenchi”) sembrano disturbati dalla nostra presenza. In lontananza un paio di volpi osservano curiose il passaggio degli autoveicoli dei pochi avventurosi giunti fin lì.

Pochi km ci separano dal Passo de Lago Sico (4.079 m) che segna il confine con l’Argentina. Il vento fortissimo sottolinea la solitudine di questi luoghi … siamo solo noi e questa natura strabiliante.
Il giorno successivo è la volta della Moon Valley: una depressione dove il terreno, un misto di argilla, gesso e salgemma, è stato modellato dal vento e dalla sabbia creando un paesaggio estremamente suggestivo.

In questa valle non è mai caduta, da tempi immemorabili, una sola goccia d’acqua e nessuna pianta né animale la anima.
Costeggiando dune ondeggianti di sabbia morbida, attraversiamo strette fenditure nella roccia e canyon surreali. Millenni di erosione hanno creato strane sculture di roccia e sale come quella delle “Tres Marias” che ricorda tre donne in preghiera situate accanto a una vecchia miniera di sale.

Una salita di una manciata di minuti lungo il sentiero e subito ti innamori di queste creste aride, disegnate dalle intemperie; dalla cima scorgi i salares che sembrano neve da un lato e le montagne che danno l’impressione di non finire mai dall’altro.
Scatto centinaia di foto per fermare quei colori, ma l’obiettivo non mi basta. Provo a fare un video con la consapevolezza che nulla sarà equiparabile a quello che vedono i miei occhi.
Il paesaggio è davvero lunare, di una bellezza indescrivibile dove le dune di sabbia modellate dal vento si alternano ai sassi e alle rocce stratificate di argilla, quarzo, sale.

Il bianco delle formazioni saline riverbera sorprendentemente contro il blu intenso del cielo in una prospettiva che muta ad ogni passo.
Al calar del sole la Valle della Luna è bellissima: la luce del tramonto crea una profondità di paesaggio che ci era sfuggita sotto il sole.
Le dune di sabbia, plasmate dal vento, assumono un colore ocra intenso e il sale bianco si tinge piano piano di rosa.
Contempliamo estasiati lo spettacolo della luna piena sul vulcano dalla cima innevata che si staglia in lontananza mentre il sole scompare dietro le montagne.
La magia di questo luogo ci cattura mentre saliamo su un dirupo e raggiungo altri viaggiatori che, come noi, ammirano in silenzio il lento calare del sole.
La luce dorata del tramonto colora le montagne e allunga le nostre ombre. L’aria è tersa e il vento profumato. Provo la sensazione bellissima di appartenere ad un universo perfetto.
Osservare l’astro di fuoco che scende dietro l’orizzonte di questo paradiso roccioso è un’esperienza indimenticabile.
Poi la luce cambia di nuovo, la sabbia e le rocce sono adesso bianche e si confondono con il sale. Il paesaggio diventa nuovamente lunare e gli spiriti degli indios tornano ad impossessarsi del loro luogo sacro. Scenari del genere ti segnano l’anima.

Domattina lasceremo San Pedro e le sue strade polverose, i suoi tramonti infuocati, il suo cielo affollato di stelle e gli abitanti del posto semplici e gentili … mi mancheranno immensamente.
(FINE DELLA PRIMA PARTE)











Complimenti, immagini mozzafiato e racconto coinvolgente!Nico Donno,non un viaggiatore,IL Viaggiatore!