Prosegue il reportage dal Cile di Nico Donno, viaggiatore molese fuori dai circuiti del turismo tradizionale. Ecco il suo affascinante racconto dalla Patagonia cilena, lì dove l’ultima terra del continente americano si protende verso i ghiacci perenni dell’Antartide.
di Nico Donno
Dopo aver lasciato il fantastico deserto di Atacama ci dirigiamo verso sud.
Ecco il link alla prima puntata del reportage:
NICO DONNO E IL SUO VIAGGIO IN CILE: IL DESERTO DI ATACAMA, UNO SCRIGNO DI FANTASTICI TESORI
Si trascorre qualche giorno nella Regione dei Laghi e dei Vulcani. È vero che i monti, i fiumi e i laghi li abbiamo anche in Europa, ma qui è tutto più grande, più vasto e più lontano; hai la netta impressione che questa terra non sia “consumata” come la nostra e abbia ancora tanto da dare.
Le incantevoli località di Puerto Varas e Frutillar sono caratterizzate da edifici in stile teutonico, opera delle comunità che hanno colonizzato quest’area durante l’immigrazione tedesca del XIX secolo. Se non fosse per la presenza dei vulcani che si specchiano nel Lago di Llanquihue si avrebbe l’impressione di trovarsi in città del Centro Europa.
Sempre in questa Regione abbiamo visitato la bella Isola di Chiloè con le sue chiesette di legno (patrimonio U.N.E.S.C.O) e le vecchie abitazioni dei marinai costruite su palafitte.
Da Puerto Montt si vola in Patagonia: la terra dove il mondo finisce.
Da adolescente ho letto tanto su questo lembo del nostro pianeta che, per almeno un secolo, è rimasta la regione più aspra e isolata del Cile continentale: un luogo in cui pochi avventurosi conducevano una silenziosa vita da pionieri.
Lo scrittore cileno Francisco Coloane, autentico cantore omerico di questa terra, nei suoi libri (che ho letteralmente divorato): “Capo Horn”, “Terra del fuoco”, “I conquistatori dell’Antartide”, “I balenieri di Quintay” ecc., ha espresso in modo memorabile il senso di durezza che l’attraversa e forgia la natura dei suoi abitanti: «Uomini rudi che avevano il cuore chiuso e stretto come i loro pugni. Alcuni sono rimasti incatenati a quelle isole per tutta la vita. Altri, spinti dalla frusta della fame che sembra farli vagare da oriente a occidente, arrivano ogni tanto in quelle terre inospitali, dove ben presto il vento e la neve scolpiscono la loro anima a colpi d’ascia, lasciandola dura e affilata come una stalattite di ghiaccio».
Anche se dovettero trascorrere molti anni prima che le terre scoperte da Magellano venissero esplorate in profondità, per secoli la storia della Patagonia ha coinciso con la storia delle spedizioni dirette all’estremo limite australe del Nuovo Mondo, in mari burrascosi, percorsi da insidiose correnti e battuti da frequenti e violente tempeste: quelle imprese rappresentando una delle più belle pagine di avventura che mai siano state scritte.
Ma se vivere da queste parti ancora oggi continua a essere duro, chi vi abita è ricompensato dalla meraviglia della natura di quest’area: rigogliose foreste pluviali, aride steppe disseminate di arbusti e catene di vette inviolate sullo sfondo. L’acqua è l’essenza di questo territorio: torrenti e spumeggianti cascate, laghi turchesi, imponenti ghiacciai e labirintici fiordi.
Gennaio 2024. Si atterra all’aeroporto di Punta Arenas considerata la “porta mondiale” verso il continente antartico. Un vento gelido imperversa sul piazzale esterno dello scalo.
In taxi percorriamo circa 20 km per arrivare in città.
Situata all’estremità meridionale delle Americhe, Punta Arenas è piuttosto avara di bel tempo: il sole compare soltanto raramente tra una pioggia e l’altra.
I passeggeri delle navi da crociera e gli escursionisti, sempre più numerosi, hanno di fatto rimpiazzato gli esploratori, i cacciatori di foche e i marinai di un tempo.
La città è stata per anni solamente un approdo logistico per il rifornimento di viveri, acqua e carbone delle navi che attraversavano lo Stretto, delle baleniere e delle imbarcazioni dei cacciatori di foche che si aggiravano tra i canali e le isole della Terra del Fuoco.
Dopo aver visitato il centro di Puerto Arenas, ci si reca alla sua periferia nord.
Nella zona di Tres Puentes, si trova il Museo della Nave Victoria: è un’esposizione all’aperto allestita in riva all’Oceano. E’ ormeggiata una ricostruzione della “Victoria”, veliero della spedizione comandata da Ferdinando Magellano che, oltre a contribuire alla scoperta del Cile, nel 1520, fu il primo ad esplorare la regione. La “Victoria” fu la prima nave a circumnavigare il globo.

Sulle banchine sono esposte le repliche di altre navi e imbarcazioni tra cui:
- l’ “Ancud”, la goletta che al comando di John Williams Wilson raggiunse e costruì Fuerte Bulnes, i cui coloni, cinque anni dopo, fondarono Punta Arenas;
- l’ “HMS Beagle”, il veliero della Marina britannica sulla quale era imbarcato il giovane Charles Darwin nel suo viaggio di esplorazione della regione.


Mentre il capoluogo, Punta Arenas, offre le comodità e i servizi che si possono trovare in una grande città cilena, i suoi dintorni sono desolati e selvaggi.
Un supremo senso di isolamento è ciò che colpisce la gran parte dei visitatori che raggiungono questa regione estrema della Terra. Qui, essi, hanno modo di percepire, autentica e reale, la stessa atmosfera che dovevano avvertire i pionieri ai confini del mondo.
Percorrendo verso nord la veloce e scorrevole Ruta 9 in tre ore si raggiunge Puerto Natales.

La città sorge sulle sponde del Fiordo Ultima Esperanza, il più settentrionale della Regione di Magellano, che le permette di comunicare con l’Oceano Pacifico.
Fu chiamata Ultima Esperanza (Ultima Speranza ) dal capitano Juan de Ladrillero che, nel 1557, navigava alla ricerca dell’ingresso occidentale dello Stretto di Magellano: era la sua “ultima speranza” di trovarlo dopo aver esplorato il labirinto di canali, tra le acque del Pacifico e la terraferma.
Oggi, da Puerto Natales, passano solo gli sportivi in cerca di avventure ad alto tasso di adrenalina da vivere completamente immersi nella natura selvaggia.

La cittadina, un tempo modesto porto peschereccio, è la porta d’accesso al Parco Nazionale Torres del Paine e, quindi, la base di partenza per gli escursionisti provenienti da ogni continente. Numerosi i negozi di attrezzature sportive che affittano tende, materiale da campeggio e arrampicata. In uno di questi negozi acquistiamo una dettagliata cartina escursionistica del Parco.
Attraversando una delle strade del centro, sul muro di un ampio giardino, giganteggia un coloratissimo murales che racconta, in vari riquadri, la storia di questa terra originariamente abitata dai Selknam e dai Tehuelche. Nei miti di questi popoli il mare, i boschi e le stelle sono tutto, e tra questi luoghi lo spirito continua a muoversi dopo la morte. La possibilità che l’individuo si distacchi dalla natura era per loro inconcepibile.
Centinaia di anni dopo Ferdinando Magellano, nel XIX secolo, altri europei arrivarono qui; questa volta con l’intento di restare. Invasero e occuparono questi territori. Compirono una strage.
Il murales ricorda alcuni dettagli del genocidio di quelle comunità … l’ultimo riquadro rappresenta un l’indio in piedi con le braccia aperte come Cristo, in un fiume di sangue in cui è disteso il suo popolo …
Nel pomeriggio, approfittando di una breve tregua concessa dal vento, faccio una passeggiata sul lungomare dove si affaccia il nostro albergo. Arrivo fino ai resti di un vecchio molo di cui hanno resistito al mare solo i grossi tronchi infissi sul fondale; su di essi sostano centinaia di cormorani.
L’atmosfera, qui, ha qualcosa di cupo ma, allo stesso tempo, di magico: il mare è color piombo, il cielo ha la tonalità dell’acciaio, le nuvole sono basse e le cima delle catene montuose sono innevate … si ode, come unico sottofondo, la monotona risacca del mare che si frange sugli scogli.
Guardando l’acqua di questa insenatura penso alle leggende delle navi fantasma che, sembra, siano ancora intrappolate nella nebbia dei fiordi e il vento porta fin qui le urla dei marinai …
Comincia a piovigginare e fa freddo. Faccio ritorno all’hotel: stile gotico, un po’ datato ma con dettagli curatissimi e arredi ricercati … forse troppo per i miei gusti.
Mi reco nel soggiorno, anch’esso vecchio stile ma comunque perfetto per sprofondare in una delle poltrone di cuoio e sorbire, lentamente, un tè bollente.
Più tardi ci concediamo una cena in un ristorantino vicino. Fortunatamente non è affollato e si possono ascoltare in totale relax dei melodici ever green internazionali diffusi da alcune casse acustiche installate sulle pareti della sala.
In attesa delle portate controllo i miei appunti di viaggio e consulto sulla cartina le varie escursioni programmate per i prossimi giorni.
Dalle ampie finestre sul mare appare un pallido sole che, facendo capolino tra le nubi, sembra non voler ancora tramontare.
La cena è stata ottima. Terminato il delizioso dessert: strudel di mele con pasta sfoglia, chiedo la cuenta. Lasciamo, a malincuore, il caldo tepore del locale mentre nell’aria si dissolvono le dolci note finali di “Moon River”, interpretata da Frank Sinatra. Domani (ahinoi!) occorre svegliarsi presto per effettuare la navigazione nel fiordo Ultima Esperanza. Fuori ci aspetta, crudele e inesorabile, il vento teso e gelido.
Navigazione nel fiordo Ultima Esperanza. Dopo una sostanziosa colazione si salpa in catamarano dal vicino Puerto Bories. Il vento stamane è, provvidenzialmente, calato rendendo possibile la navigazione nel fiordo.

Dopo circa due ore di mare si raggiunge Punta Barrosa, un promontorio roccioso dove in estate nidifica una numerosa colonia di cormorani imperiali conosciuti anche come “cormorani patagonici”.

Il battello costeggia, lentamente, le pareti rocciose alla cui base sostano i leoni marini.

Un miglio più avanti, in cima ad una falesia denominata Scogliera del Condor, si possono ammirare (con un po’ di fortuna e un buon binocolo) le coppie di condor che lì nidificano.
Proseguendo la navigazione verso nord-ovest si raggiungono le grandi cascate. Il vento, che ha preso a rinforzare, flagella questo lembo di mare; le forti raffiche modificano la verticalità della caduta d’acqua della cascata o, addirittura, ne nebulizzano un buon tratto.

Dopo altre due ore, si arriva ai piedi del Cerro Balmaceda (m. 2.035 s.l.m.): la distanza dalla riva del suo ghiacciaio, che fino al 1990 precipitava nel mare, illustra eloquentemente la sua velocità di retrocessione; il mutamento climatico che sta interessando il nostro pianeta appare, purtroppo, inarrestabile.
Percorso circa un miglio, l’imbarcazione vira a nord-est entrando in una piccola insenatura riparata dal vento: Puerto Toro.

Sbarcati, si segue per 40 minuti un sentiero che attraversa la lussureggiante foresta di faggi meridionali. Alla fine del percorso, si raggiunge un punto panoramico ai piedi del ghiacciaio Serrano. Qui si gode la sua vista più spettacolare.

Gradita sorpresa: il capitano del catamarano, al nostro rientro a bordo, offre un rinfresco. Il ghiaccio nei bicchieri di whisky proviene da un blocco galleggiante da lui recuperato, con una rete, nei pressi del ghiacciaio e, poi, spaccato a martellate.
Ci si riscalda e si brinda alla vita .”A la salud Patagonia, hasta luego!”
Il giorno successivo sono previste una serie di escursioni.
La Cueva del Milodón: dopo aver superato la singolare formazione rocciosa chiamata la “Sedia del Diavolo”, si raggiunge la “Caverna del Milodonte”, lunga 200 metri, larga 80 m e alta 30 m che si apre sui fianchi del Cerro Benitez; qui il pioniere tedesco Hermann Eberhard, nel 1895, scoprì brandelli di pelle e ossa di un animale preistorico simile ad un gigantesco bradipo, che venne battezzato Milodonte.

Una statua a grandezza naturale, all’interno della grotta, mostra quale doveva essere l’aspetto dell’animale. Il lento milodòn erbivoro, oggi estinto, che misurava circa 4 m di altezza venne utilizzato dallo scrittore inglese Bruce Chatwin come “spunto iniziale” per il suo libro/diario: “In Patagonia”. L’opera, pubblicata nel 1977, è un punto di partenza indispensabile per chi sceglie di attraversare la Regione.
Si raggiunge il “Salto Grande” del Rio Paine: un’imponente cascata che dal lago Nordenskjold si getta nel Lago Pehoè; sullo sfondo l’impareggiabile visione del complesso montuoso delle Torres del Paine.

La strada principale, quaggiù, non è più asfaltata e non ci sono più distributori di carburante. Bisogna fare il pieno e attrezzarsi con quello che serve prima di mettersi al volante. Si percorre una strada malconcia per un paio di ore abbondanti.

Si raggiunge il Lago Grey dove in una delle sue anse settentrionali si trova l’omonimo ghiacciaio; nei suoi pressi galleggiano enormi iceberg dalle incredibili tonalità che spaziano dal blu cobalto al celeste.

Una sottile lingua di sabbia permette di attraversare a piedi una piega del lago fino alla sua sponda opposta. Il grande specchio acqueo è, superfluo dirlo, battuto da un vento fortissimo che impedisce quasi di avanzare.
Trekking alle Torres del Paine: il fuoristrada viene parcheggiato all’ingresso del Parco Nazionale Torres del Paine, considerato uno dei più belli del Sudamerica. È uno dei territori protetti più grandi e importanti del paese; il terzo per numero di visite, conta una media di circa 250.000 visitatori all’anno, dei quali circa il 75% sono turisti stranieri, specialmente europei. Il parco, creato nel 1959, è stato dichiarato dall’U.N.E.S.C.O. riserva della biosfera.

All’ampliamento dell’area protetta ha contribuito anche l’alpinista italiano Guido Monzino, che, giunse per la prima volta al Paine nel 1957; venti anni dopo donò al parco i 12.500 ettari dell’Estancia Rio Paine di sua proprietà.
L’Argentina da qui è vicina, ma non esistono collegamenti diretti col parco. Circa 40 km a sud si può entrare in Argentina all’altezza di Cerro Castillo tramite il varco di confine di Cancha Carrera, che però non è aperto tutto l’anno.
Questo meraviglioso territorio fu abitato dal popolo dei Tehuelche, il cui passaggio è testimoniato da alcuni toponimi come “Paine”, che significa “Azzurro”, forse riferito all’abbondanza degli specchi d’acqua.
Tra i primi audaci viaggiatori a visitare la regione, nel 1879, ci furono cinque aristocratici inglesi, tra cui Lady Florence Dixie, che nel suo libro “Across Patagonia” (pubblicato nel 1880) fornì una delle prime descrizioni dell’area.
Diversi scienziati ed esploratori europei visitarono questi luoghi nei decenni successivi, tra cui Otto Nordenskiöld , Carl Skottsberg e il missionario Alberto María De Agostini, grande appassionato di montagna che esplorò l’intera zona e intrecciò rapporti di amicizia con le locali comunità indigene patagoniche dei Tehuelche, gli Ona e i Yàmana.

La fauna all’interno del parco è abbondante e variegata. Oltre ai guanachi, gli animali più diffusi, si possono scorgere le volpi grigie, i marà (“lepri della Patagonia”), i nandù, le aquile e i condor delle Ande. Numerosi i puma, anche se è molto difficile avvistarli.

Quando il cielo è limpido, il panorama è mozzafiato. Le guglie di granito, che svettano a più di 2.000 metri, sono uno spettacolo insuperabile soprattutto se si ha la fortuna di poterle ammirare senza le nuvole che, molto spesso, ne nascondono la cima, per ore o anche giorni. Qualcuno dice che qui si possono avvicendare quattro stagioni in un solo giorno, e che gli improvvisi rovesci di pioggia e le violentissime raffiche di vento facciano parte dell’iniziazione a questi luoghi.
E’, pertanto, opportuno portare con sé vari capi d’abbigliamento di buona qualità e vestirsi a “cipolla”.
Gli escursionisti che hanno la fortuna di avere molti giorni disposizione per visitare l’intero parco possono scegliere di percorrere, dormendo nei vari rifugi e campeggi ubicati lungo il cammino, il percorso a “W” (che richiede 5 gg) o il Circuito Paine (un percorso ad anello che ne richiede, invece, 8 gg). I panorami mozzafiato sono garantiti in entrambi gli itinerari.
Avendo, noi, a disposizione solo due giorni per un’escursione nel parco decidiamo di raggiungere l’iconico “Mirador las Torres”: il punto di osservazione più ravvicinato alle tre famose guglie che si specchiano nelle acque turchesi di un laghetto montano privo di vegetazione.
Ci prepariamo alla partenza dalla Laguna Amara, principale punto di avvio delle escursioni alle Torri. Nelle vicinanze si trova la Guarderia, presidio dei “guardaparque”.
Per salvaguardare l’ambiente è raccomandato, su vari cartelli, di non portare con sè bottiglie di acqua perché difficilissime da smaltire (i rifiuti dei campeggi vengono portati via con i cavalli da soma) pertanto occorre bere la freschissima acqua dei torrenti, munendosi (in anticipo) di un filtro per purificarla o utilizzare le apposite pastiglie disinfettanti.
Accompagnati dal solito implacabile vento gelido, filo conduttore di questo viaggio dai deserti del Nord alla Patagonia nel Sud, iniziamo il nostro trekking.

Lungo il percorso i guanachi, che pascolano sulle alture, osservano incuriositi gli escursionisti che si avventurano in queste lande battute dai venti che, nel periodo estivo, sono spesso molto forti.
Oltre alle guglie rocciose il parco riserva tesori altrettanto stupefacenti come specchi d’acqua turchese, sentieri che si snodano attraverso foreste dai riverberi color smeraldo e torrenti impetuosi da attraversare su ponti scricchiolanti.
A tratti avvistiamo dei condor che volteggiano sulle nostre teste.
E’ fantastico camminare su questi sentieri montuosi tra rocce aguzze e alberi piegati dal vento. Nella bassa vegetazione di arbusti si intravede qualche nandù: gli uccelli più grandi del Sud America, inidonei al volo e imparentati con lo struzzo.
Diversi gruppetti di ossa perfettamente pulite segnalano i pasti dei puma.
Dopo aver raggiunto in due ore il rifugio “Las Torres” si affronta una salita moderata in direzione del Campamento Chileno che si raggiunge nel tardo pomeriggio.
Il campeggio, collocato in una radura del bosco, non è molto grande ma è il più vicino alle celebri guglie; si ha pertanto la possibilità, incamminandosi all’alba, di evitare la folla degli escursionisti.
Le tende sono rischiarate dell’ultima luce del giorno; il sole, anche se già scomparso oltre le creste, non è ancora spento.
Dopo una frugale cena in tenda, stanchi ci addormentiamo di botto.
Mi sveglio che non è ancora chiaro. Ma non mi pesa: da anni sono abituato ad alzarmi presto per uscire a camminare … mi è necessario. L’aria è decisamente fredda.
Preparo lo zaino facendomi luce con la pila elettrica. In estate le giornate a questa latitudine sono lunghe e la torcia non la si utilizza molto, comunque è sempre bene averne una per ogni evenienza. Personalmente preferisco usare la lampada frontale: è la più comoda e ti permette di avere le mani libere.
Tra un’operazione e l’altra sgranocchio uno snack proteico per colazione.
Alle prime luci del giorno siamo già “operativi” e, con buona lena, saliamo il sentiero che costeggia il Rio Ascencio. Pioviggina e i borbottii non mancano. A me, invece, è sempre piaciuto camminare in montagna anche quando piove; mi mette molta calma e mi sembra di poter pensare bene alle cose, anche alle tante che, in fondo, non hanno più molta importanza …
Superato il bosco la montagna si trasforma in un luogo più aspro, inospitale ma puro.
La pioggia è cessata grazie al vento che, riprendendo a soffiare, ha spazzato di colpo le nubi.
L’ultima ora del percorso è una salita tra grandi massi che mette a dura prova le gambe dei meno allenati. Si è comunque incoraggiati a proseguire all’apparire delle pareti di granito delle tre torri. Le loro cime spruzzate di neve svettano, quasi verticali, oltre i 2.000 metri sulla steppa patagonica.
Il vento è diventato più forte e assordante; a tratti viene di fatto inibita ogni verbalizzazione.
[La Torre Central (2.800 m), fu scalata la prima volta, nel 1963, da Cris Bonington e Don Whillans. La cima della Torre Nord (2.248 m) fu raggiunta da Guido Monzino e per questo fu chiamata anche “Torre Monzino”. La Torre Sud (2.650 m) fu scalata in prima assoluta, nel 1963, dalla spedizione del CAI di Monza guidata da Giancarlo Frigeri; la torre stessa fu denominata “Torre De Agostini” in onore del prete salesiano ed esploratore Alberto Maria De Agostini.]
Superati gli ultimi massi raggiungiamo, infine, il Mirador. Magic moment!
La vista delle tre ardite guglie, che si specchiano nelle acque turchesi del laghetto sottostante, è incredibile. La viaggiatrice inglese Lady Florence Dixie, si riferì ad esse come agli “Aghi di Cleopatra”. La fatica di essere saliti fin quassù è ampiamente ripagata.

Ad un tratto il sole scompare e le cime delle torri vengono nuovamente coperte da cupi nuvoloni. Conviene ritornare sui nostri passi …
Domani, a malincuore, si farà ritorno a Puerto Natales, per poi dirigersi a Punta Arenas e ripartire in volo per Santiago.
Sono stati dei bei giorni quelli passati quassù, anche se eravamo consapevoli che sarebbero stati gli ultimi da trascorrere in questo immenso e sperduto paradiso selvaggio.
Aeroporto di Punta Arenas, febbraio 2024. Ci imbarchiamo sull’aereo con la certezza che questa bellissima esperienza in Patagonia rimarrà, comunque, sempre viva in noi nonostante il tempo tenterà di sfumarne il ricordo.
Ancora oggi, rivedendo le foto di quei luoghi aspri e lontani, mi sembra di sentire sul viso quel vento freddo e l’impagabile sensazione di estrema libertà che mi ha donato quella “terra dove il mondo finisce”.





