Qui, dove la natura è stata estremamente generosa, con foreste pluviali, cascate, canyons, cenotes e spiagge incantevoli, si trovano splendide città coloniali e siti archeologici Maya tra i più affascinanti ed enigmatici delle Americhe. Nico Donno, instancabile viaggiatore molese, conclude così il suo lungo e intenso reportage tra Messico e Guatemala.
di Nico Donno
Terza e ultima parte del reportage del viaggio in Messico e Guatemala
Ecco i link alle prime due parti:
Chiapas e Yucatan
Il fiume Usumacinta, un’enorme massa di acqua marrone – contornata da folte barriere di vegetazione tropicale, dove si vedono coccodrilli che nuotano e stormi di uccelli che si levano in volo – segna il confine tra il Guatemala e il Messico.

In questo paesaggio da film delle lance a motore effettuano il trasbordo di persone e merci tra le due rive del fiume.

Imbarcatici con i bagagli su uno dei battelli, in una manciata di minuti attraversiamo il corso d’acqua e approdiamo alla Frontera Corozal nello Stato messicano del Chapas.
In questo settore del confine, da sempre tribolato per l’esistenza di piste dei narcos, è marcata la presenza di soldati e guardie federali armati di fucili d’assalto.

Dopo aver espletato le previste formalità doganali, con il timbro dei passaporti, si esce fuori dall’Ufficio di Frontiera; qui ci aspetta Rafael, la nostra guida e autista in territorio messicano.
Trasferiamo zaini e borsoni sul fuoristrada che rimarrà qui parcheggiato (e sorvegliato) per qualche ora. Indi si ritorna sulla riva del poderoso fiume per reimbarcarci sul battello che scenderà il corso d’acqua per approdare, qualche km più a valle, e visitare il sito archeologico di Yaxchilàn: una delle più antiche e suggestive città maya, nascosta nella foresta.

La traversata dura circa 15 minuti. Al ritorno, controcorrente, ne impiegheremo 40.
Il sito di Yaxchilàn costruito su un terrapieno, alto 20 metri, presso una grande ansa del fiume è circondato da una impenetrabile vegetazione. Il luogo è stupendo e la sua collocazione all’interno della foresta tropicale di Lacandòn ne accresce il fascino tanto che possiamo assaporare quella meravigliosa e selvaggia sensazione di sentirci ‘persi in mezzo alla giungla’. Lungo il percorso le grandi scimmie nere urlatrici strepitano dalla cime degli enormi ceiba (dal tronco ricoperto di grosse spine coniche) considerati dai Maya gli alberi sacri della vita.

Occorre fare molta attenzione sul sentiero scivoloso a causa dell’umidità che emana la foresta pluviale. Gli imponenti edifici, coperti di rampicanti ed epifite fiorite, sono un ambiente dove si trovano falchi, pappagalli, tucani dalla gola gialla e altre specie.
Pipistrelli abitano le umide camere dei palazzi calcarei in rovina, millepiedi strisciano sulle mura verdi. Fitti sono i nugoli di zanzare. Le scimmie ragno si lanciano agilissime tra le cime degli alberi osservandoci. Tra la profonda vegetazione si possono annidare serpenti velenosi, quindi è necessario fare bene attenzione a dove si mettono mani e piedi.

Yaxchilàn, edificata tra il 350 e l’800 d.C., raggiunse il suo splendore nell’VIII secolo sotto il regno di “Scudo Giaguaro” il suo sovrano più famoso.
Si accede al Palazzo 19, chiamato El Laberinto, un vero dedalo di minuscole stanze. Al piano superiore vi è una sala centrale da cui si dipartono altri vani; strette scale conducono a camere ipogee. Le vestigia dei tetti e delle facciate, con i resti delle figure di stucco e pietra finemente lavorate, sono tra gli elementi più suggestivi di Yaxchilàn.

L’edificio meglio conservato è il Tempio 33, chiamato anche la “Colombaia” per la sua imponente cresta sul tetto.

L’area di Yaxchilan è la patria degli indiani Lacandòn, i soli indigeni messicani rimasti pagani dopo il passaggio del colonialismo e della conseguente forzata evangelizzazione. I resti dei templi, sono tutt’ora usati da questi indios come loro centro cerimoniale.
Al termine della visita si risale il fiume per far ritorno alla Frontera Corozal dove ci attende il nostro fuoristrada.
Si parte in direzione di San Cristobal de las Casas.
Il Chiapas, per la maggior parte montagnoso, è lo Stato più meridionale del Messico; qui si estendono a perdita d’occhio le fitte e impenetrabili foreste pluviali. Oggi il Chiapas è uno degli stati più rurali del Messico, con un’economia basata sulla pesca e l’agricoltura.
Le indicazioni stradali in Chapas dire che sono fatte male è far loro un complimento. La segnaletica orizzontale è pressoché inesistente, quella verticale è presente ma lascia molto a desiderare.
Ben presto facciamo conoscenza con i topes: in Italia ci sono i dossi, in Messico ci sono i topes ovvero i dissuasori di velocità. Il nome topes è anche carino di per sé, fatto sta che una volta tornati dal nostro viaggio in Messico li odieremo. Sono dei dossi di varie altezze fatti in cemento, o in metallo (in alcuni casi si possono trovare anche grosse corde) che, anche se vengono presi a velocità ridotte, 10 km orari ad esempio, possono danneggiare seriamente l’auto. Il problema è che il Messico è disseminato di topes e sopratutto sulla strada per San Cristobal de las Casas saranno il nostro peggior incubo. I topes si trovano principalmente all’entrata e all’uscita dei centri abitati (anche poche case) o nei pressi dei checkpoint delle forze dell’ordine.
I messicani hanno, purtroppo, una guida decisamente spericolata, soprattutto in autostrada e sulle strade extraurbane, pertanto è consigliabile (anche per quello) evitare di spostarsi di notte. E’ raccomandabile, inoltre, riempire il serbatoio ogni volta che si incontra una stazione di servizio.
Circa un terzo della popolazione del Chapas usa un idioma indigeno e i maya delle terre alte parlano quattro lingue differenti e conducono uno stile di vita legato alle antiche tradizioni.
La lingua ufficiale è, comunque, lo spagnolo. All’infuori delle località più turistiche altro non si parla, anche se alla fine, vista l’assonanza con l’italiano, si riesce a farsi capire ugualmente.
Impariamo presto che se si incontra un posto di blocco è bene specificare che a bordo ci sono degli italiani; i messicani infatti hanno una marcata idiosincrasia per gli statunitensi (i ‘gringos’), soprattutto per il loro modo di fare da ‘conquistadores’.
Militari con tanto di divisa mimetica e mitra ci hanno fermato a due posti di blocco intenzionati a rivoltarci l’auto; per fortuna dopo la precisazione della nostra italica provenienza e due battute in italo-spagnolo erano tutti lì che ci salutavano sorridenti con la manina alzata e mitra a terra augurandoci buon viaggio…
Per muoversi in Messico per noi stranieri è preferibile, più che noleggiare un auto, affittarne una con autista per essere più essere più tranquilli: infatti, in caso di gravi incidenti, la polizia locale non va per il sottile e opera delle “restrizioni” nei confronti dei guidatori dei mezzi coinvolti (agli stranieri, poi, viene ritirato il passaporto) finchè non vengono stabilite le responsabilità del sinistro: spesso, occorrono anche giorni, a volte settimane.
Dopo aver passato la notte nella bella cittadina coloniale di San Cristobal de las Casas, il mattino dopo ci dirigiamo verso Chapa de Corzo, situato a nord della città di Tuxtla Gutiérrez , la capitale dello Stato. Dal molo di Chapa salpano i battelli a motore che si addentrano nel Canyon del Sumidero: un’ impressionante spaccatura geologica stretta e profonda circondata da un parco nazionale.

L’origine del canyon è databile nello stesso periodo di quella del Grand Canyon, nello Stato americano dell’Arizona, ed è dovuta alla creazione di una fenditura nella crosta terrestre ulteriormente scavata – nel corso di milioni di anni – dal fiume Grijalva, che si snoda dal Guatemala al Golfo del Messico.
Il canyon lungo circa 14 km, con spettacolari pareti verticali che si innalzano fino a 1.000 metri, esegue una stretta svolta a 90° lungo il percorso del fiume, abitato da coccodrilli, scimmie ragno e aquile.

Lo scenario che appare ai nostri occhi è veramente impressionante. Durante il tragitto, della durata di due ore, ammiriamo grotte e cascate, un’ampia varietà di piante insolite e molti animali.
Sulla sabbia, tra le rocce basse, si scorge qualche coccodrillo che si crogiola al sole.

La storia riporta che, nel 1532, numerosi guerrieri Indios, dopo aver opposto una strenua ma vana resistenza alle truppe spagnole guidate da Diego de Mazariegos, pur di non arrendersi ai conquistadores e cedere loro le armi, preferirono gettarsi nel vuoto dall’alto del canyon.
Dopo la fantastica escursione all’interno dell’enorme gola si riprende posto sul fuoristrada per un lungo tappone di circa 200 km in direzione di Palenque.
Lungo la strada, a circa una ventina di chilometri da Palenque, ci fermiamo per consumare uno spuntino al sacco presso la bellissima cascata di Misol Há, tra le più visitate per la spettacolarità del suo salto di 25 metri. Quale occasione migliore per una sana e rinfrescante nuotata?

Il vero punto forte di questo fantastico posto, immerso nella rigogliosa giungla, è la possibilità di avventurarsi dietro la spettacolare cascata ed esplorarne la retrostante grotta.
Raggiungiamo l’abitato di Palenche appena prima del tramonto.
Per poter visitare il sito archeologico al mattino presto, evitando così le frotte di turisti, passeremo la notte in uno spartano eco-lodge (una sorta di “albergo tendato”) ubicato a pochissima distanza dall’ingresso delle rovine. Fortuna vuole che i nostri giacigli sono dotati di ampie zanzariere dato che il luogo, molto umido, è infestato da grosse e fameliche zanzare.

Il silenzio dell’alba è rotto dai versi degli animali della giungla ma soprattutto dalle enormi scimmie nere urlatrici. Le grida bizzarre delle scimmie Aluatta più che urla, sono assimilabili a ruggiti nei maschi e grugniti nelle femmine, che vengono amplificati dalla laringe ingrossata e sono perciò udibili fino ad oltre 5 km di distanza. I “concerti” di questi primati hanno funzione di demarcazione e rivendicazione del territorio.

Vagando tra i sentieri, nelle zone meno frequentate di questo sito, si incontrano anche gruppi di pappagalli mentre iguana e serpenti si rintanano in silenzio sotto l’umido fogliame.
Il vero nome di Palenque è Lakamha (“Luogo delle grandi acque”) per i numerosi fiumi e le grandi cascate che si trovano nell’area del sito. E’ una fitta foresta pluviale quella che dissimula le meravigliose rovine di Palenque.
Passeggiare tra le vestigia di quello che è probabilmente il più affascinante centro Maya, con la nebbia che si insinua tra la vegetazione in una dimensione quasi irreale, dà un senso di magia forse unico al mondo … equivale a fare un passo indietro nel tempo … l’impressione è non solo di fascino, ma anche di mistero.
I Maya si stabilirono qui nel 100 a.C. e la città raggiunse il suo apogeo tra il 600 e l’800 d.C., sotto il regno di Pakal “il Grande” e di suo figlio Chan Bahlum “Serpente Giaguaro”.
Palenque cadde in declino nei primi anni del X secolo e fu poi abbandonata alla vegetazione selvaggia che l’avvolse per più di sette secoli.
Fu solo nel 1746 che Padre Solis, un religioso spagnolo inviato in viaggio esplorativo nella regione, ebbe occasione di visitare quelle antiche vestigia sepolte dalla foresta (di cui aveva sentito narrare; ne rimase fortemente impressionato e per primo ne rivelò l’esistenza alle autorità coloniali.
Da allora molti viaggiatori e studiosi si susseguirono nell’esplorazione della città misteriosa, disegnandone i monumenti e la planimetria.
L’area archeologica abbraccia circa 2,5 kmq, ma si stima che si sia esplorato meno del 10% della superficie totale della città, in quanto moltissime strutture rimangono ancora coperte dalla foresta.
Oggi il Palazzo, uno degli edifici più grandi, è incredibilmente ben conservato; è piacevole esplorare il suo labirinto di stanze, tunnel, e camere sotterranee. È possibile salire in cima a questi tumuli per godere di una vista straordinaria sulla foresta e sul sito archeologico.

I sacrari posti alla sommità delle piramidi presentano la particolarità di essere ognuno orientato in base ad un criterio ben preciso, il cui significato è legato alla cosmogonia e all’ideologia religiosa maya. I bassorilievi che ne ornano le pareti, infatti, costituiscono un prezioso richiamo al “cammino” del Sole. Questo principio a Palenque è addirittura ossessivo e sembra che nulla sia stato fatto a caso. Nella città tutto ha un ordine, legato a una grande conoscenza astronomica e filosofica molto profonda. Ciò conferma l’enorme importanza attribuita dai Maya ai fenomeni astronomici.

A poca distanza da questo edificio scorgo sul tronco di un albero una tarantola di colore scuro delle dimensioni di circa 15 cm di lunghezza comprese le zampe. Il veleno di questo aracnide è piuttosto blando e non costituisce un pericolo per l’uomo.
Nel 1949 Alberto Ruz Lhuillier, un archeologo messicano di origini francesi, scoprì che una delle grandi lastre del pavimento del sacrario superiore del Tempio delle Iscrizioni presentava una serie di fori che, forse, erano serviti molti secoli prima a sollevarla.

La supposizione si rivelò esatta: una volta tolta la lastra, si scoprì che essa celava una lunga scalinata colma di macerie: gli antichi maya avevano riempito questo passaggio segreto con pietrisco e terra, in modo da impedirne l’accesso ad eventuali profanatori.

La squadra di scavo impiegò tre anni per riuscire a liberarla completamente dai detriti che l’invadevano, sopportando condizioni di lavoro estreme poiché il caldo, la mancanza di luce e la scarsità di ossigeno al suo interno ostacolavano l’avanzamento degli scavi.
La scala, che scende per 23 metri nel ventre della piramide, giunge fino ad una cripta ubicata ben 2 metri sotto la base della piramide.

Gli archeologi scoprirono che l’ipogeo funerario ospitava un sarcofago monolitico finemente intarsiato. Al suo interno Ruz rinvenne lo scheletro del re Pakal “il Grande” (vissuto tra gli anni 603 e 683 d.C. e che regnò 67 anni). Il riposo eterno del sovrano, quindi, era stato lì custodito per 13 secoli.
Il defunto, al momento della sepoltura, indossava un sudario di tela rossa ed era adorno di numerosi gioielli; una perla gli chiudeva la bocca. Una maschera funeraria alta 24 cm, di straordinaria manifattura artistica (composta in mosaico da più di 200 frammenti di giada), gli copriva il volto.

Detta maschera, assieme ad altri innumerevoli preziosi reperti è conservata al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico che – come già scritto – ho avuto il piacere di visitare.
Quella di Ruz era una scoperta sensazionale perché, fino a quel momento, si riteneva che le piramidi Maya non fossero utilizzate come sepolcro.
L’impressione provata dagli scopritori fu ben espressa da Ruz che scrisse: «Nel momento di spostare il pesante diaframma che celava la tomba ebbi la strana sensazione di penetrare nel tempo, in un tempo che si era fermato più di mille anni prima e che i nostri occhi erano i primi a scoprire ciò che aveva visto l’ultimo sacerdote maya nell’andarsene!».
Il sarcofago era coperto da un lastrone rettangolare di calcare (spesso 20 cm e del peso di 5 tonnellate) splendidamente scolpito con elaborati motivi che raffiguravano la discesa del defunto verso lo Xibalba, il “Luogo della Paura”, il mondo sotterraneo governato dalle divinità della morte.

La splendida riproduzione rappresenta quello che oggi è conosciuto come l’ ”astronauta di Palenque”: il sovrano è ritratto in una posa che ha dato adito a numerose supposizioni di giornalisti e scrittori, la più ardita tra esse è quella che lo vorrebbe al posto di guida di un veicolo a razzo che presenta nella sua parte posteriore gli ugelli di un motore da cui fuoriescono quelle che appaiono essere fiamme.

Lo scrittore elvetico Erik von Däniken nel suo libro Ricordi del futuro (1968) ha ipotizzato che quell’altorilievo vuole essere la chiara testimonianza di un remoto contatto tra una civiltà extraterrestre e l’antico popolo maya.
Tale teoria fu in seguito sostenuta con convinzione anche dall’italiano Peter Kolosimo in numerose sue pubblicazioni di fanta-archeologia.
Attualmente non è più consentito ai visitatori scendere fino alla tomba di Pakal. Era comunque un’esperienza incredibile, ma sconsigliata ai claustrofobici a causa della carente illuminazione, del caldo e dell’insufficiente ventilazione.
Addossato al Tempio delle Iscrizioni, si innalza il Templo XIII o Tempio della Regina Rossa (consorte di Pakal) la cui camera funeraria venne rinvenuta all’interno della struttura nel 1994. Questa tomba è, invece, possibile visitarla.



Se si ha tempo a disposizione, dopo aver visitato il gruppo principale delle piramidi, ci si può spingere fino al Complesso dei Pipistrelli che si trova avventurandosi fuori dal sentiero principale, salendo la parte più alta del sito archeologico. Entrando in alcuni dei passaggi del complesso, celato dalla fitta vegetazione, si scopre da dove deriva il suo nome.
Dall’alto della radura si possono scorgere alcuni templi spuntare tra la rigogliosa foresta. Lungo il percorso è bene evitare di toccare la vegetazione perché potrebbero esserci piante urticanti o velenose.
Il tratto successivo del sito è attraversato dal torrente Otulum che scende a valle. A metà strada si incontra un sentiero leggermente più ripido, fino a una serie di cascate che formano il “Bagno della Regina”.
Dopo la visita della magica Palenque, nei giorni successivi si risale la penisola dello Yucatan facendo tappa in altri siti archeologici o sostando in caratteristiche cittadine coloniali fino ad arrivare a Chichén Itzá, importante complesso archeologico situato nel nord dello Stato.

Le rovine, circondate dalla giungla, che si estendono su un’area di 3 kmq appartenevano ad una grande città che – fra il VI e l’XI secolo – fu uno dei più importanti centri maya della regione. Il sito comprende numerosi edifici, fra i più celebri la Piramide di Kukulkan (nota come El Castillo), l’Osservatorio Astronomico (il Caracol) e il Tempio dei guerrieri.
Il sito di Chichén Itzá è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1988 ed è stato inserito nel 2007 fra le sette meraviglie del mondo moderno.
A Chichèn Itzà si ha modo di constatare come la civiltà maya si è espressa al livello più evoluto sia nel campo delle costruzioni che dell’astronomia riuscendo a realizzare un vero gioiello architettonico: la piramide di Kukulkan.

Questo tempio, alto 24 m, dedicato al dio serpente piumato (divinità venerata da molte antiche popolazioni dell’America Centrale) è composta da 4 scalinate laterali rappresentanti le stagioni; ogni scalinata è costituita da 91 gradini che sommati al piano posto al vertice dell’edificio porta alla cifra di 365 (i giorni dell’anno). Solo un caso?
L’effetto più incredibile si ha modo di osservarlo solo due volte l’anno: durante l’equinozio di primavera (21 marzo) e l’equinozio d’autunno (21 settembre). Verso le tre del pomeriggio di questi giorni il sole illumina la piramide e proietta sette triangoli di luce sul muro che fiancheggia la scalinata nord-est della piramide.
Per effetto dell’inclinazione della luce solare si materializza un’ombra simile alla sagoma di un serpente. Man mano che il sole cala quest’ombra sale verso la sommità della piramide, riproducendo il moto serpeggiante di Kukulkan, la cui enorme testa è scolpita ai piedi della piramide.
Se non è solo un caso come potevano i maya avere le necessarie conoscenze astronomiche per realizzare tale prodigio luminoso?
Ma posizionandosi di fronte alla piramide si può assistere anche ad un altro incredibile fenomeno, questa volta, acustico: battendo le mani di produce magicamente il verso del quetzal l’uccello sacro per le popolazioni maya. Questa “magia sonora”, dovuta alla particolare struttura della piramide, dà origine a un gioco di suoni, echi e risonanze, di certo prodotta grazie a conoscenze architettoniche non comuni.
A un centinaio di metri dalla piramide è ubicato il Gran Juego de Pelota che, con una lunghezza di 166 metri e una larghezza di 68 metri, risulta essere il più grande campo per il gioco della palla del Centro America. Le mura perimetrali (alte 12 metri), che delimitano l’area, sono arricchite di bellissimi bassorilievi; al loro centro, ad una certa altezza, sono presenti degli anelli di pietra con incisi dei serpenti intrecciati.

Inglobato nel muro est si trova il Tempio del Giaguaro. La parte alta del tempio guarda sul campo di gioco. Al suo interno è possibile assistere ad un altro incredibile fenomeno acustico, testimonianza indiscutibile della avanzatissima cultura edificatoria dei maya: il riverbero delle parole pronunciate stando ad un’estremità del campo si riesce a farle ascoltare ad un interlocutore posto all’altro estremo del settore di gioco. Inoltre, battendo le mani stando al centro del campo – all’altezza degli anelli che fungono da canestri – si ha che il battito si rincorre per più volte nitido e ben definito. Solo precise conoscenze potevano sfociare in questi risultati.
Curiose le regole del gioco de la pelota che rivestiva un importante carattere sacro. Stando alle ricerche degli archeologi si giocava sette contro sette. Sei giocatori in campo guidati da un capitano posizionato sui muri delle terrazze che circondano il terreno di gioco. L’abilità dei competitori consisteva nel far attraversare ad una palla, fatta di solida gomma, l’anello di pietra dell’avversario; per farlo, i giocatori potevano utilizzare esclusivamente le anche, gli avambracci o dei bastoni.

Ogni partita si concludeva obbligatoriamente con un sacrificio umano. La cosa singolare era che fosse il capitano dei vincitori ad avere l’immenso onore di offrirsi in sacrificio: primo passo per l’immortalità.
Ugualmente intrigante è l’edificio a pianta circolare, posto sopra una larga piattaforma quadrata, soprannominato El Caracol (“la chiocciola”): la struttura era probabilmente un osservatorio astronomico con le finestre della sua cupola perfettamente allineate con la posizione del sole all’equinozio di primavera, con i punti delle massime declinazioni nord e sud della luna e altri eventi astronomici sacri a Kukulkan, il serpente piumato (dio del vento e della conoscenza).

I Maya, da valenti astronomi, riuscivano a calcolare anche le date dei solstizi grazie alle proiezione delle ombre prodotte dal sole all’interno dell’edificio. El Caracol, era munito anche di grandi anfore di selce contenenti acqua: lo studio delle stelle che ivi si riflettevano permettevano agli antichi astronomi di stabilire con rigore le date dei loro calendari, indiscutibilmente precisi.
L’evoluta civiltà maya risulta, però, costellata da parecchie contraddizioni e lascia negli studiosi alcuni interrogativi. Come è possibile che questo popolo, in grado di suddividere l’anno in 365 giorni e prevedere le eclissi, non abbia sfruttato la conoscenza della ruota, che sapeva tanto di astronomia e di matematica ma era pressoché incapace di forgiare i metalli?
Il parco archeologico di Chichèn Itzà è popolato di iguane che comunque sono rettili innocui. Il caldo qui è inimmaginabile. Abbiamo fatto bene a non dimenticare il repellente per insetti: i mosquitos sono veramente assatanati.

Nel sito di Chichen Itza sono, inoltre, presenti due larghi e profondi pozzi naturali chiamati cenotes che, fornendo acqua in abbondanza, avevano reso l’area particolarmente attraente per l’insediamento. Delle due cavità il Cenote Sagrado è il più famoso. I Maya precolombiani compivano sacrifici al dio della pioggia Chaac, gettando nel cenotes sia manufatti che esseri umani.
Edward Thompson, console statunitense e appassionato archeologo della civiltà maya, nei primi anni del ‘900 fece scandagliare il fondo del cenote. Vennero scoperti e portati in superficie, oltre a numerosi reperti archeologici, anche scheletri umani che presentavano caratteristiche lesioni provocate da una morte violenta legata alle numerose offerte umane.
A 5 minuti a piedi dal sito di Chichen Itza si trova lo spettacolare Cenote Ik Kil, forse il più grande e spettacolare dello Yucatan. Dalla sua enorme apertura che si trova a circa 20 metri di altezza dal pelo dell’acqua, scendono – a mò di liane – le radici della lussureggiante foresta tropicale che circonda il sito caratterizzato da piante esotiche e piccole cascate.

Gli archeologi anche sul fondo di questo cenote hanno rinvenuto gioielli e ossa.
Scendendo una scalinata, all’interno di un tunnel scavato nella roccia in tempi recenti, si raggiunge il grande pozzo del diametro di 60 metri e profondo circa 40 metri; qui è possibile fare il bagno. Noi non perdiamo certo quest’occasione. Nell’acqua, piuttosto fredda, sono presenti pesci di vario tipo.
Tulum, gemma preziosa della Riviera Maya, è posta quasi all’estremità settentrionale della penisola dello Yucatàn. Le sue rovine si trovano in incantevole posizione alla sommità di una scogliera a strapiombo sul Mar dei Caraibi. La città, unico centro maya sulla costa, venne edificata attorno al 1200 d.C. e circondata da mura difensive munite di torri di vedetta e camminamenti.

Il sito, uno delle ultime roccaforti maya prima dell’arrivo degli spagnoli di Juan de Grjialva, nel 1518, fu un importante porto e centro commerciale maya. In seguito alla conquista la città fu abbandonata e cadde in un oblio durato fino al 1842, anno in cui fu esplorata dai celebri viaggiatori John Stephens e Frederick Catherwood.
El Castillo, il più grande ed importante edificio del sito, fungeva oltre che da bastione difensivo anche da faro per i naviganti.
Altri edifici molto interessanti da visitare sono il Tempio degli Affreschi e il Tempio del Dio del Vento da cui, attraverso una scalinata, si può raggiungere Playa del Paraíso dove sprazzi di spiaggia bianchissima, punteggiata da palme e lambita da acqua turchese, si impongono prepotentemente alla vista.

Al termine della visita è d’obbligo un bel tuffo nel cristallino mare di una caletta poco distante.

Un sole splendente ci sveglia. Oggi è, purtroppo, l’ultimo giorno in Yucatan. Decidiamo di impiegarlo per visitare Sian Ka’an, la più affascinante riserva naturale in Messico, dichiarata Patrimonio UNESCO nel 1987 e ubicata tre km a sud di Tulum.
Si tratta di una giungla tropicale di oltre 5.000 kmq all’interno della quale si trovano mangrovie, paludi e isolotti popolati da scimmie, coccodrilli, delfini e lamantini.
Con una guida del posto ci imbarchiamo su una canoa a motore per inoltrarci dentro la più grande foresta di mangrovie di tutto lo Stato.
Ben presto la fittissima vegetazione forma un tunnel attraverso il quale la nostra imbarcazione procede lentamente. Il silenzio ci sommerge.
Il labirinto di alberi sembra abbracciarci e su di noi cala la magia.
A tratti l’intreccio di mangrovie oltre a rendere difficoltoso il nostro passaggio impedisce alla luce del sole di penetrare l’intricato fogliame; quando ciò avviene si generano incredibili giochi di luce e folli riverberi sull’acqua.
In questa enorme foresta incantata, dove la natura esplode in una scala infinita di colori, non bastano gli occhi per cogliere tutta la bellezza dei suoi spazi e dove non bastano le parole per raccontarla.

Si ritorna nel nostro B&B giusto il tempo per concederci una tonificante doccia, dopo di che si va alla ricerca di un ristorantino per la cena. Siamo attratti da un simpatico locale, con veranda sul mare, la cui atmosfera è rallegrata da un trio di mariachi che cantano allegramente di tavolo in tavolo.
Ordiniamo diversi piatti, tra cui gli immancabili tacos e le huevos motuleso: in pratica una tortillas ripiena di prosciutto, formaggio fuso, uova fritte con contorno di piselli, pomodori e una salsina di guacamole (a base di avocado). Per dessert ci portano uno platano frito: cioè una squisita banana fritta rivestita di cioccolato caldo.
Il cibo e il servizio sono stati ottimi. L’unica nota stonata è quando al termine della cena giunge il cameriere con “la dolorosa” (come qui i messicani chiamano il conto): decisamente salato per quello che abbiamo ordinato. Nel prezzo ovviamente era compreso il terzetto dei musicisti, la veranda sul mare e, soprattutto, il fatto di trovarci a Tulum una delle più rinomate località della Riviera Maya super battuta dai danarosi “gringos” stelle e strisce.
Dopo cena ritorniamo in albergo. Dondolandoci nelle nostre amache posizionate sotto il porticato della struttura – con vista sul mare – ci godiamo l’ultimo dei nostri acquazzoni tropicali. Domattina, purtroppo, bisogna preparare i bagagli per la partenza dato che nel primo pomeriggio ci attende il nostro volo del ritorno … veniamo colti da nostalgia …
Concludo qui il nostro racconto, con ancora negli occhi il ricordo di noi sulle nostre amache cullati dalla brezza marina a rimirare quelle fantastiche onde che si frangevano sulla costa caraibica.
È sempre difficile rassegnarsi alla fine di un viaggio, anche se la consapevole brevità dell’esperienza, in fondo, è proprio lo stimolo che ci permette di viverne appieno ogni istante.
Gli imprevisti certo non sono mancati, ma quando ami il viaggio in tutte le sue sfaccettature sei consapevole che anche questi contrattempi fanno parte dell’avventura.
Un viaggio del genere ci ha messo a dura prova, ma ci ha permesso di conoscere i luoghi visitati in modo intenso e profondo. Ci ha riconnesso con la nostra parte più profonda, ci ha aiutati a riflettere e ci ha dato più di quanto ci aspettassimo.
FINE





