martedì, 8 Settembre, 2026
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NICO DONNO, VIAGGIATORE MOLESE PER PASSIONE: DOPO IL MESSICO, ECCOLO IN GUATEMALA TRA MISTERIOSI TEMPLI MAYA, VULCANI ATTIVI E IMPENETRABILI GIUNGLE

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Ecco la seconda parte del reportage di Nico Donno dal Guatemala, stato centro americano noto per essere il “paese dei vulcani”, la nazione più popolosa dell’area ma, al tempo stesso, una delle realtà meno sviluppate e più contraddittorie, comunque caratterizzata da una grande biodiversità e da uno straordinario patrimonio architettonico e antropologico della civiltà Maya.

di Nico DONNO

Dopo un paio di giorni trascorsi a Città del Messico ci si imbarca, dal locale aeroporto internazionale “Benito Juarez”, alla volta del Guatemala.

Sorvolo del territorio guatemalteco punteggiato dalle vette dei vulcani affioranti tra le nuvole

Durante il sorvolo del territorio guatemalteco dal finestrino dell’ATR 72-500 ammiro, circondate da un tappeto di nuvole basse, le affioranti cime di numerosi vulcani; il Paese pur essendo solo un terzo dell’Italia conta sul suo territorio ben 37 vulcani, numerosi quelli attivi.

Il Guatemala per la sua difficoltà nei collegamenti è ancora uno dei paesi poco battuti dai turisti e anche per questo mantiene intatta la sua genuinità e le sue usanze.

L’atterraggio allo scalo internazionale “La Aurora” di Città del Guatemala avviene in perfetto orario. Espletate le formalità doganali, molto meticolose, con il timbro dei passaporti ci rechiamo a ritirare le nostre valigie.

Ai lati del lungo tappeto sul quale scorrono i bagagli, appena scaricati dalla stiva dell’aeromobile, notiamo una pattuglia di poliziotti con al guinzaglio un paio di cani antidroga che – fatto singolare – vengono fatti “zampettare”, letteralmente, sulle numerose valige che sfilano. Viene effettuato il controllo di ogni collo: in Guatemala, la battaglia ai cartelli della droga è decisamente dura e rigorosa e le pene per i narco-trafficanti sono severissime.

Ad attenderci all’uscita dell’aeroporto c’è Pablo, il nostro autista che qui in Guatemala ci farà anche da guida. Pablo conosce molto bene l’italiano dato che, da giovanissimo, ha vissuto per un paio di anni nel nostro paese.

Facendoci strada nel traffico caotico in poco più di un’ora raggiungiamo il nostro albergo in pieno centro città.

Affamati, usciamo dall’hotel per infilarci subito in un simpatico ristorantino dove ci concediamo un pranzo a base di gustosi tamales, dei fagottini di mais ripieni di pollo, avvolti in una foglia di banano. Per pochi quetzal, la moneta nazionale, ne facciamo fuori una discreta quantità.

Guardando la cartina, il Guatemala è il primo degli staterelli centroamericani confinante a ovest con il Messico; conta quasi 18 milioni di abitanti e non si può certo definire un Paese tranquillo: dopo vari “golpe” militari, sono seguiti ben 36 anni (dal 1960 al 1996) di una terribile e feroce guerra civile che ha provocato più di 250.000 morti oltre ad un numero imprecisato di desaparecidos. Fortunatamente, da circa trent’anni, il Guatemala è pacificato anche se, dal punto di vista economico, risulta una delle nazioni più povere del Centro America con un’enorme disparità tra le classi sociali.

La reputazione del Guatemala in quanto a sicurezza non è delle migliori. La gran parte dei problemi si presentano nella capitale, Città del Guatemala, dove maggiore è il rischio di subire furti e aggressioni. Alcune zone, anche del centro città, sono poco raccomandabili perfino in pieno giorno.

Al calar della sera, poi, è consigliabile muoversi esclusivamente in taxi.

Occupiamo l’intero pomeriggio nel visitare la zona del Parque Central dove sono concentrate le attrattive turistiche più importanti della città: tra queste la Cattedrale Metropolitana, del 1782, che ha resistito a terremoti ed incendi e il maestoso Palacio Nacional de la Cultura, uno degli edifici – in stile eclettico – più interessanti e belli di questa metropoli che conta più di 5 milioni di abitanti.

Parque Central e sullo sfondo il Palazzo Nazionale della Cultura

Dopo aver ammirato gli stupendi saloni di questo museo, in passato residenza del presidente della Repubblica, la ragazza che ci fa da guida ci accompagna al Patio de la Paz, nel cortile occidentale, dove si trova una statua che raffigura due mani congiunte. Questa scultura, posata nel punto in cui – nel 1996 – furono sottoscritti gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile nel Paese, funge da memoriale per quel tormentato periodo della storia guatemalteca. Ogni giorno alle ore 11 si svolge una piccola cerimonia durante la quale un militare del picchetto d’onore pone una vera rosa bianca tra le mani del monumento. La tradizione vuole che lanci ad una signora del pubblico la rosa del giorno precedente.

Monumento alla Pace nel cortile del Palazzo Nazionale della Cultura

Al mattino, di buon ora, si parte in fuoristrada alla volta Semuc Champey, una delle più belle attrazioni naturali del paese.

La lunga tappa si snoda su un percorso tortuoso, per lo più sterrato. Giunti nei pressi di un ponte un cartello sbilenco indica che è chiuso al traffico per lesioni alla struttura. Pablo non si perde d’animo e, abbandonata la strada, si immette su un sentiero appena tracciato per guadare il corso d’acqua nel suo punto più praticabile. Fortunatamente la portata del corso d’acqua è modesta e lentamente, con numerosi scossoni, l’automezzo raggiunge l’altra riva. “Bienvenidos a Guatemala senores!” Esclama, ironico, Pablo con un largo sorriso.

Giunti ad una sessantina di chilometri a est di Cobán, ci fermiamo a visitare, il Biotopo del Quetzal, una delle principali aree protette del Paese posta ad un’altitudine di 2.300 metri, dove è possibile immergersi in una foresta pluviale nebulosa con i suoi alberi centenari e una strepitosa fauna che comprende qualche esemplare a rischio estinzione.

Nel cuore dell’area protetta del Biotopo del Quetzal

La popolazione che abita nella Sierra appartiene prevalentemente all’etnia ixil; parla l’idioma locale e le donne indossano i coloratissimi vestiti tradizionali.

Passeggiando nell’atmosfera umida della riserva, osserviamo diverse specie di piante e di animali, tra cui le scimmie ragno. La riserva è abitata dal quetzal, l’uccello nazionale del Guatemala, anche se non è facile scorgerlo.

La fitta vegetazione della foresta pluviale

Nel primo pomeriggio superiamo, senza fermarci, Lanquin, località nota per il suo incredibile sistema di grotte abitate da un’immensa colonia di pipistrelli; lo spettacolo, ci assicura Pablo, è al tramonto, quando migliaia di esemplari escono dalla spelonca per andare a caccia di insetti. Sono talmente fitti da sembrare nubi di fumo nero, come se all’interno della grotta divampasse un incendio.

Dopo una mezz’ora abbondante, a marce ridotte, tra sobbalzi e sballottamenti, raggiungiamo infine Semuc Champey, un piccolo villaggio di poche case. Negli ultimi anni molto è stato fatto per migliorare la rete stradale del Paese ma, lasciate le rotte principali, le strade sterrate e oltremodo accidentate – in particolare modo nelle aree rurali – sono una norma. I cartelli stradali, poi, sono una rarità.

Dopo aver parcheggiato l’automezzo in una radura, a passo deciso e zaino in spalla, imbocchiamo un ripido sentiero. Tra queste alte montagne, avvolte da una fitta quanto impenetrabile foresta, abbiamo l’impressione di trovarci in mezzo al nulla.

Abbracciato ad un gigantesco albero della foresta

Dopo una ventina di minuti, aggirato un costone roccioso, ecco apparire tutto ad un tratto un angolo di paradiso: una serie di laghetti e cascate, dalle acque che sfumano dal turchese al verde smeraldo, scorrono tra due ripide colline ricoperte da una vegetazione selvaggia e lussureggiante. Resistiamo a fatica alla voglia di tuffarci subito in quelle acque: ci attende, infatti, una ripida e impegnativa salita su gradini di pietra e passerelle di legno per raggiungere uno stupendo punto panoramico che richiede – ai più allenati – circa 40 minuti.

Lo spettacolare scenario di laghetti e cascatelle

Lo sforzo è ben ripagato. Dall’alto del mirador si gode una fantastica visione del sito. A me ricorda per diversi aspetti i Laghi di Plivitce, in Croazia, sia per la limpidezza che per il particolare colore delle acque.

Fantastico panorama dall’alto del “mirador”

Fantastico panorama dall’alto del “mirador”

Molti visitatori ritengono che questo sia il luogo più bello di tutto il Guatemala.

Passiamo il resto del pomeriggio a sguazzare nelle fresche acque di questo meraviglioso eden.

Per la notte alloggeremo in una piccola ma decorosa pensione di Semuc. In questo minuscolo agglomerato di contadini, l’elettricità è garantita solo in alcuni momenti della giornata.

Alla buon’ora si riparte alla volta di Chichicastenango.

Lungo il percorso ci fermiamo a far rifornimento di carburante a Uspantán, piccolo villaggio dove è nata Rigoberta Menchú Tum, un’indomita attivista “chapines” che, per la sua infaticabile lotta per la salvaguardia delle popolazioni indigene e il raggiungimento della riconciliazione etnico-culturale del Paese, nel 1992 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Chichicastenango (soprannominata “Chichi”)  è un grande centro con più di 100.000 abitanti ubicato a 1.965 m tra i monti a sud del Paese. Nelle sue caratteristiche stradine acciottolate i visitatori hanno modo di scoprire, il giovedì e la domenica, giorni in cui si tiene un colorito e grande mercato, le particolarità delle tradizioni e della cultura maya che ancora vivono nell’intera regione. In quei giorni le vie del centro si animano di gente che vende  e compra di tutto, dalla frutta al vasellame, dai fiori alle piante medicinali, dai tessuti agli animali.

Per la strada incontriamo un gruppo di donne con bambini avvolti in tessuti e trasportati a zainetto dietro le loro spalle. Le lunghe trecce delle donne sono ornate da nastri intonati ai colori dei loro abiti tradizionali. Ogni settimana, anche con la pioggia e il freddo esse percorrono svariati chilometri in mezzo alle montagne per raggiungere il mercato dove si commercia una variegata mercanzia: principalmente vestiti, maglioni, sciarpe e cappelli, ma anche cibo, frutta tropicale, maschere, ceramiche, tessuti e mobili in legno. Avviene anche lo scambio di polli (vivi) da portare a casa.

Il mercato brulica di gente. Comincia alle 7.00, e va avanti per tutta la giornata. Uomini e donne sono vestiti con sgargianti abiti folcloristici.

La gente del posto e’ splendida (il calore latino!) ma non bisogna mai essere troppo invadenti ed e’ importante mostrare rispetto perche’ a volte gli indios, se non gli viene cortesemente richiesto, sono restii dal farsi fotografare.

Per 10 quetzal dati ad una gentile signora mi faccio simpaticamente “immortalare” dai miei amici con un pollo in mano.

Quello di Chichi è il mercato più bello e famoso del Centro America. I fiori vengono posti sulle scalinate delle chiese e i tessuti vengono appesi tra le strade. E’ una baraonda vivace e coinvolgente che ti conquista subito con colori, suoni e atmosfere da vero “bazaar”.

Tra le varie bancarelle sono disposti anche piccoli tavoli sui quali vengono serviti carne e tortillas o altre specialità culinarie tipiche del posto.

Il nucleo del mercato è costituito dalla piazza di Santo Tomas, lo slargo principale della città dove è ubicata l’omonima e antica Chiesa risalente alla metà del ‘500.

Sul sagrato di una chiesa nel corso di un rito maya (Chichicastenango)

La scalinata di questo edificio religioso dalle pareti bianche conta 20 gradini, numero non casuale, che indica i giorni del calendario maya. All’interno della chiesetta, privo di arredi sacri, si svolgono particolari culti che appartengono ad un singolare sincretismo religioso nel quale si fondono gli antichi rituali maya con pratiche proprie del cattolicesimo. Sui gradini e davanti all’ingresso della chiesa gli sciamani indigeni benedicono i fedeli con incenso e incantesimi.

Sulla scalinata della chiesetta di Santo Tòmas (Chichicastenango)

Entrati nell’edificio religioso (al cui interno è severamente vietato fotografare) troviamo il pavimento completamente cosparso di aghi di pino, a ricordare le erbose spianate dove i Maya effettuavano i loro riti. La mescolanza della religione cattolica con quella indigena traspare chiaramente; gli sforzi fatti dai missionari per convertire gli indigeni al cattolicesimo hanno fortunatamente scalfito di poco la loro cultura religiosa.

Non ci sono sedie o panche. La gente per pregare, si inginocchia direttamente sul pavimento e qui accende le candele portate da casa. Queste ultime sono piccole e di vari colori (ogni colore ha un significato) e vengono disposte in un ordine ben preciso.

Nella penombra, tra il profumo fragrante degli aghi di pino e quello pregnante dell’incenso, i fedeli intonano canti di preghiera. Alcune donne, invocando l’aiuto divino, si muovono – stando in ginocchio – verso l’altare.

Una fedele procede in ginocchio verso la porta d’ingresso della chiesa di Santo Tòmas

In mezzo, un po’ a caso, sono accovacciati gruppi di persone che a prima vista sembrano fare un pic nic dato che hanno cibo e lattine di Pepsi Cola. Zigzagando fra i vari gruppetti preganti ci dirigiamo verso l’altare.

Dietro il sacrario notiamo un curandero eseguire strani cerimoniali per curare una bambina di pochi mesi in braccio a sua madre. Il santone procede con strani riti e invocazioni, mandando il fumo delle candele sulla bambina, e passando sul corpo della stessa un pollo, per “limpiarla” (ovvero pulirla, e toglierle il male); il pollo al termine della cerimonia viene regolarmente ucciso spezzandogli il collo.

A Chichicastenango sono ancora molto radicate le antiche tradizioni e la cultura maya. I suoi abitanti parlano ancora gli arcaici dialetti della regione, risalenti ai secoli antecedenti l’arrivo dei conquistadores.

Al mercato degli animali (Chichicastenango)

Lasciato il mercato ci informiamo su come raggiungere il tipico cimitero della città di cui abbiamo sentito parlare poco prima da un gruppo di turisti francesi.

Dopo aver attraversato un paio di isolati di case basse il multicolore camposanto appare su una collinetta non molto distante. Questo luogo di sepoltura, come quasi tutti quelli del Paese, è molto diverso dai nostri: le lapidi, a forma di casetta, sono dipinte con colori pastello nella tonalità cromatica più cara all’estinto.

Il caratteristico e colorato cimitero (Chichicastenango)

I guatemaltechi hanno un forte legame con i loro morti, tanto che nel corso delle varie ricorrenze religiose si recano a visitare le tombe e, acceso un fuocherello per cucinare varie pietanze, pranzano in compagnia del proprio defunto.

Il lago Atitlán, 1.562 m s.l.m., formatosi in tempi remoti nell’enorme caldera di un vulcano, è attorniato da tre maestosi vulcani: Tolimán, Atitlán e San Pedro. Questo spettacolare specchio d’acqua è uno dei più profondi e visitati del Centro America.

Il suo clima mite, il colore verde-blu delle sue acque e la magnifica scenografia offerta ne fa una meta ambita per i visitatori provenienti da tutto il mondo. Piccole imbarcazioni permettono di esplorare i vari paesini sulle sue sponde, rendendo l’esperienza ancora più avventurosa ed entusiasmante.

Approdiamo a Santiago Atitlán posta sulla sponda meridionale del lago. La cittadina, ci racconta Pablo, è stata duramente colpita dalla guerra civile. I guerriglieri dell’ORPA si stabilirono qui per la sua posizione strategica. La popolazione locale fu coinvolta così, suo malgrado, nelle azioni di guerra tra l’esercito guatemalteco e i guerriglieri. Una targa commemora padre Stanley Rother, missionario americano che ha fatto molto per la popolazione locale e che venne assassinato dagli squadroni della morte, gestiti dalla polizia e dai servizi segreti.

Santiago di Atitlàn (Lago di Atitlàn)

Si raggiunge, poi, San Juan La Laguna un comune sulla sponda occidentale del lago. San Juan è probabilmente il suo  paese più caratteristico. La comunità è formata, quasi al 95% , da Tz’utujil, uno dei 21 gruppi indigeni Maya che vivono oggi in Guatemala. Ogni comunità maya ha la propria lingua, il suo modo di vestire, il suo cibo ed è molto geloso di tutto questo.

San Juan ha un fascino unico per la presenza, tra le sue ripide viuzze che declinano in direzione del lago, di case dalle pareti affrescate con stupendi e coloratissimi murales.  

Con i meravigliosi murales di San Juan La Laguna (Lago di Atitlàn)

Con i meravigliosi murales di San Juan La Laguna (Lago di Atitlàn)

La guerra civile guatemalteca, durata più di tre decenni, fu combattuta tra le forze governative e i ribelli di sinistra, l’Organizzazione Rivoluzionaria del Popolo in Armi (ORPA). La guerra decimò la popolazione maschile del Guatemala, lasciando alle donne poche opzioni per sostenere se stesse, i loro figli e gli anziani. Fu allora che nacquero le cooperative di tessitura femminile del Guatemala che utilizzano, ancora oggi, il tradizionale telaio a cinghia da fissare in vita. Prima che il turismo arrivasse in città le donne erano costrette a scalare le montagne circostanti per vendere i loro tessuti ad altre comunità.

Lasciato il lago, si raggiunge Antigua – l’antica capitale del Paese – che dista circa 3 ore di auto. La splendida città coloniale che sorge, a 1.582 m s.l.m., in un grande avvallamento contornato da tre vulcani (Agua, Fuego e Acatenango) è stata designata dall’UNESCO, nel 1979, “Patrimonio dell’Umanità”.

San Juan La Laguna (Lago di Atitlàn)

San Juan La Laguna (Lago di Atitlàn)

Antigua, edificata dagli spagnoli nel 1543, è caratterizzata da un centro storico pavimentato a ciottoli e ricco di splendide chiese ed edifici coloniali in stile barocco e churriguerresco.

La città vecchia possiede una sorta di atmosfera magica, inspiegabile e insuperabile anche dal punto di vista climatico: è la città dell’eterna primavera, come del resto l’intero Guatemala che gode di uno dei climi più piacevoli del continente americano.

Il cuore della città è rappresentato dal Parque Central, un piccolo parco adornato da una bellissima antica fontana restaurata. La gente l’affolla in ogni momento della giornata, dal primo mattino alla tarda serata. Il centro lo si può girare tranquillamente a piedi, è sicuro oltre a essere bello.

L’Arco di Santa Catalina è forse la costruzione più iconica di Antigua. Di colore giallo squillante, questo arco si tende tra due palazzi, incorniciando una strada. Fu costruito alla fine del ‘600 per permettere alle suore di clausura di passare dal convento alla scuola mantenendo l’isolamento. Proprio dentro l’arco, si riesce a inquadrare l’immenso Vulcano de Agua, il simbolo della città, che svetta tra nebbiolina e nuvole.

L’iconico Arco di Santa Catalina con sullo sfondo il Vulcano de Agua

Splendida nella sua veste color bianco e giallo è la maestosa Chiesa de la Merced, in stile barocco e merlettata all’esterno al punto da sembrare ricamata a mano.

La bellissima Chiesa de la Merced

L’abitato di Antigua è stupendo visto dall’alto del Cerro de la Cruz (Collina della Croce) che raggiungiamo, nel pomeriggio, a bordo di caratteristici “tuc tuc”. Comunque è consigliabile non soffermarsi sul Cerro dopo il calare del sole, perché la zona la sera non è ben pattugliata.

Panorama di Antigua e del Vulcano de Agua dal Cerro de la Cruz

Al tramonto il cielo si rabbuia e scende il nostro primo, ma fortunatamente breve, acquazzone tropicale.

Dopo cena si fa una breve passeggiata lungo le stradine del centro, magicamente illuminato. A malincuore si va a letto presto, domani è in programma il trekking sul Pacaya (2.438 m) uno dei vulcani più attivi del Guatemala.

Alle prime luci dell’alba, dopo aver preparato gli zaini, si parte in fuoristrada per la piccola città di San Vicente de Pacaya, 25 km a sud-est di Antigua; da qui parte il sentiero per raggiungere la base del vulcano.

Alle pendici del Vulcano Pacaya (2.438 m

La nostra escursione ha inizio dalla Ruta Cerro Chino, sentiero più lungo ed impegnativo rispetto a quello della Ruta Normal (seguito dalla maggior parte dei gruppi di escursionisti), richiede circa 2 ore e 1/2 di marcia ma non presenta alcuna difficoltà tecnica.

Dopo aver coperto circa metà del percorso, si raggiunge il punto panoramico di Laguna de Calderas da dove si gode la vista spettacolare degli altri tre vulcani: Agua, Fuego e Acatenango.

Qui, tra le rocce, troviamo un rustico altarino maya dedicato a Pacha Mama (la Madre Terra).

Continuando a salire, attraverso sentieri di sabbia vulcanica, si giunge su un altopiano vicinissimo al cratere del Pacaya. Ogni tanto si avvertono delle leggere vibrazioni del terreno. E’ fantastico e quasi surreale sentire l’energia del vulcano pulsare sotto i tuoi piedi.

Ci fermiamo a soli 50 metri dal cratere. Non è possibile procedere oltre per motivi di sicurezza.

Al termine dell’escursione il ritorno ad Antigua è decisamente “singolare”. Per un guasto meccanico del nostro fuoristrada siamo costretti a raggiungere a piedi la piazza principale di San Vicente. Qui ci imbarchiamo su una delle mitiche “camionetas” (bus di seconda classe, meglio noti nel mondo occidentale come “chicken bus”) dirette ad Antigua.

Uno dei caratteristici “chicken bus”di servizio ad Antigua

Questi automezzi sono degli ex scuola bus statunitensi, riconoscibili a distanza per il fumo grigio che emanano; in Centro e Sud America hanno una seconda, ma anche terza o quarta vita, grazie al motore rifatto e irrobustito e la forte personalizzazione della carrozzeria da parte del proprietario. Si fermano ovunque e non hanno problemi di capienza. L’automezzo non parte finchè non è stipato all’inverosimile e gli ultimi arrivati, quindi, viaggiano in piedi intasando lo stretto corridoio.

Viaggiare ammassati con tanti altri passeggeri è la norma, infatti ci troviamo in 4 su un sedile che in Italia sarebbe dedicato a due persone. Molte signore portano con loro anche polli e conigli ancora vivi.

Anche se la strada è malandata e con numerose curve l’autista ci dà dentro: la sua guida è decisamente sportiva. L’aspetto più incredibile è che mentre il vecchio bus procede a tutta velocità in discesa su quella stradina di montagna, il bigliettaio (un agile giovanotto) si muove all’esterno del mezzo – sul portapacchi del tetto – per fissare con delle corde i bagagli degli ultimi arrivati. Al termine dell’operazione l’acrobata scende la scaletta metallica, posta sul retro del mezzo, per infilarsi dal portellone posteriore (rimasto aperto) e ritornare all’interno del bus. Incredibile!

Il giorno dopo, reimbarcati sul nostro fuoristrada – che l’efficiente Pablo ha provveduto rapidamente a far riparare – si parte da Antigua alla volta di Città del Guatemala dove ci attende un volo per Flores, nel nord del Paese, distante 484 km.

Si decolla dall’aeroporto di Città del Guatemala per Flores

L’Aeroporto “Mundo Maya”, a 2 km da Flores, è l’unico altro aeroporto internazionale del Guatemala oltre all’Aeroporto “La Aurora” della capitale. Questa moderna struttura con la sua pista, lunga circa 3,5 km, è una “cortesia” della CIA statunitense. 

Flores, orgogliosa città, estremo baluardo maya contro i conquistadores, resistette con valore fino al 1697. Il nucleo storico, edificato strategicamente su un’isola del lago Petén Itzá, è raggiungibile dalla terraferma tramite da una strada rialzata.

Si sorvola l’isolotto di Peten Ttzà sul quale sorge il centro storico di Flores

Flores è la tappa obbligata per coloro che vogliono visitare Tikal, l’antica meravigliosa città maya, o come base logistica per i trekking diretti, più a nord, verso le foreste pluviali della regione del Petèn.

Ma la città in sé è una meraviglia: densa di vivaci edifici coloniali che si alzano l’uno a fianco dell’altro, dipinti in tonalità pastello e con tetti rossi, strette strade acciottolate, una storica chiesa e una piazza spagnola. I tramonti sul lago, poi, sono magnifici.

L’isola di Flores è considerata molto sicura, la gente del posto si comporta come se la criminalità non fosse un problema qui. Si notano guardie di sicurezza fuori dalle farmacie e dalle banche, alcune delle quali armate, ma rapine o aggressioni a individui sono segnalate come molto rare, soprattutto di giorno. L’unica accortezza da seguire è quella di non fare il bagno nella laguna per la presenza di coccodrilli.

Dormiamo al B&B Mirador del Lago: per entrare basta suonare il campanello che riproduce il verso del quetzal. Qualcuno ci apre la porta tirando una cordicella dal piano superiore. La nostra camera è piccola ma ha un soffitto con travi esposti e un balcone con una fantastica vista sul lago. Il bagno è senza pretese ma a noi va benissimo così; del resto apparteniamo ad una categoria di viaggiatori che, forse a causa del proprio DNA, rifugge gli hotel a cinque stelle per preferire le più spartane locande (a volte rifugi imbriccati su speroni rocciosi di difficile accesso) … questo non per un mero risparmio di denaro ma per una “dottrina” che concepisce un diverso modo di viaggiare.  

Verso l’ora del tramonto finiamo per farci un aperitivo da “Raíces”, caratteristico locale nei pressi dell’imbarcadero, invogliati dalla piacevole temperatura che ci fa indugiare a lungo sulla terrazza che domina il lago. La cena non tarda ad arrivare visto che la brace era già pronta. Gustiamo nachos con vari salsine prima di una grigliata mista di pesce, verdure e carne che ci soddisfa pienamente.

Pablo, la nostra valida ed esperta guida, a cena, ci spiega che i viaggiatori più intraprendenti, con molto tempo a disposizione e buone gambe, possono spingersi da Flores sino a El Mirador, che si ritiene sia stata la più grande città Maya esistente.

La località può essere raggiunta solo a piedi con un trekking di andata e ritorno di 4-5 giorni, nel profondo della giungla, da effettuare con l’ausilio di muli (per il trasporto di cibo, acqua e tende) … a meno di prendere un elicottero. Questa antica città Maya vicino al confine con il Messico, che un tempo lontano ospitava centinaia di migliaia di persone, vanta la piramide più alta (circa 70 m) di tutte le città Maya. Il sito è sepolto dalla giungla e gli scavi sono ancora in corso. Nessuna copertura per il cellulare, niente elettricità; sono indispensabili delle buone scarpe, una lampada frontale, un repellente per zanzare (o meglio una zanzariera per sopravvivere alle lunghe e afose notti) e, ovviamente, un grande spirito di adattamento. Alcune agenzie a Flores organizzano escursioni a El Mirador.

Purtroppo (ahinoi!) non abbiamo tutto quel tempo a disposizione … sarà per un’altra volta.

Pablo, che fa la guida da più di vent’anni e ha fatto un paio di volte quell’impegnativo percorso, è bravissimo nel dare un senso a tutto quello che, puntualmente, ci mostra e ci racconta. Dalle sue testimonianze emerge una grande conoscenza e una lettura appassionata dei luoghi che visitiamo e delle esperienze personali da lui vissute. È come un testimone che non si limita a guardare e riferire ma descrive i suoi stati d’animo.

Dopo un improvviso ma breve acquazzone Flores diventa incantevole: le viuzze ciottolate, bagnate dalla pioggia, risplendono sotto i lampioni. L’aria, poi, profuma di fiori.

Il giorno dopo, in mattinata, si raggiunge il vasto sito archeologico di Tikal, che ha meritatamente ricevuto dall’UNESCO (nel 1979) il titolo di Patrimonio dell’Umanità.

I meravigliosi antichi templi maya sono circondati da una fitta foresta ricca della variegata fauna locale: giaguari, puma,  scimmie urlatrici, scimmie ragno, coati, tucani e pappagalli verdi.

La fittissima giungla, che circonda le rovine dei templi maya, vista dalla cima del Tempio IV (Tikal)

Fa un certo effetto aggirarsi per Tikal, così come Machu Picchu o Palenche: cittadine una volta piene di vita, abbandonate – per motivi per lo più ignoti – divorate dalla giungla e poi (dopo centinaia di anni) riportate alla luce, mute testimoni della storia dell’uomo.

Le antiche costruzioni, come l’imponente Tempio del Gran Giaguaro (alto 44 m) emergono da una fitta foresta, che ancora oggi cela migliaia di reperti che attendono di essere scovati e ripuliti. Così è per tutta l’area del Petén. 

La fittissima giungla, che circonda le rovine dei templi maya, vista dalla cima del Tempio IV (Tikal)

Chipi-chipi, il nome onomatopeico dato alle nebbie morbide e perpetue del Peten, sono “responsabili” del paesaggio lussureggiante e dei terreni fertili dell’antica città. Il clima è caldo e il sole non rimane nascosto a lungo.

Svegliandosi prestissimo per visitare le rovine è possibile ammirare l’alba sulla cima del Tempio IV, il più alto del sito e “sentire” il risveglio della foresta pluviale e di tutti gli animali che essa ospita … qualcosa di assolutamente magico.

Sulla scalinata di un tempio vedo il primo coati, animale simile a un tasso, mite e tranquillo; ormai avvezzo alla vista dell’uomo, non si distrae nemmeno quando discretamente mi avvicino mentre si ciba. Incuriosito dalla mia presenza si fa avanti, mi annusa una gamba e accetta un pezzo di craker che gli porgo. Pian pianino “ne fa fuori” un intero pacchetto …

Con un simpatico coati

Aggirarsi tra le rovine di quello che è stato un importante centro politico, economico e militare precolombiano, è un viaggio nell’intimo di questo incredibile popolo, in possesso di una conoscenza inimmaginabile delle costellazioni e dei cicli della vita; le loro originalissime costruzioni, che nascondono volti pietrificati, suscitano ammirazione e stupore.

Della superficie totale dell’antica Tikal (circa 500 kmq) gli archeologi sono riusciti a riportare alla luce, liberandolo dalla fitta ed intricatissima vegetazione, solo il 3% dei suoi edifici.

Il nucleo del sito è rappresentato dalla Gran Plaza dove si affacciano i templi e gli edifici più imponenti, fra cui il Tempio del Gran Giaguaro, importante centro cerimoniale, e il Tempio delle Maschere.

Sullo sfondo il Tempio del Gran Giaguaro (Tikal)

D’obbligo è la salita della Grande Piramide (alta 30 m) – chiamata anche Mundo Perdido – anche se, per molti turisti, è di difficile accesso a causa  della ripidità dei suoi scaloni. Gli antichi maya dalla piattaforma superiore dell’edificio osservavano le costellazioni per studiare il loro moto; oggi per i turisti è il luogo ideale per contemplare la vastità della foresta pluviale che circonda il sito e godere dei fantastici colori del tramonto.

Nella Gran Plaza. Sullo sfondo il Tempio delle Maschere (Tikal)

Oggi lasceremo il Guatemala per rientrare in Messico e visitare il Chiapas e lo Yucatan, le altre due tappe del nostro viaggio. Il tempo, finora, è trascorso velocissimo … è proprio vero: i giorni volano appena smetti di contarli.

Affacciato sulla Gran Plaza. Sullo sfondo il Tempio del Gran Giaguaro

Al confine, segnato dal poderoso fiume Usumacinta, salutiamo il caro e validissimo Pablo con una calorosa stretta di mano, un forte abbraccio e l’augurio di vederci ancora.

Al posto di controllo dell’immigrazione cambiamo gli ultimi quetzal in pesos. Non ci sono tasse di uscita dal Guatemala. La traversata del fiume fino Frontera Corozal, in Chiapas, viene effettuata su una lancia a motore e richiede circa cinque minuti.

Al di là dei luoghi comuni che vogliono il Guatemala come uno dei paesi con la più alta criminalità al mondo, ciò che mi ha colpito maggiormente – a parte il suo selvaggio territorio dall’aspra bellezza – è stata la sua gente. Mi hanno stupito la gentilezza e la disponibilità dei guatemaltechi i quali, una volta instaurato con te un rapporto di fiducia, fanno di tutto per aiutarti. Ti dispensano di continuo consigli e suggerimenti; ospitandoti mostrano il lato più vero e sincero della loro accoglienza. Notevole la sensazione di familiarità che tutte le persone incontrate mi hanno regalato.

Conoscere questa terra è stata una di quelle esperienze che mi resterà nel cuore; mi auguro di poterla vivere ancora in altre parti del mondo.

Piazzetta di Coban. Si fraternizza con i locali

(FINE DELLA SECONDA PARTE – CONTINUA)

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