Il prof. Dionisio (Dino) Simone rilegge una delle liriche più famose del grande poeta greco Kostantinos Kavafis.
di Dino Simone

Hē Ithakes: Itaca o Itache?
«Etsi sophòs pou ègines, me tosē pèira,
ēdē tha to katàlabes hē Ithakes tì sēmàinoun».
“Saggio come sei diventato, così ricco d’esperienza
ormai l’avrai capito che senso hanno le Itache”.
(Itaca, vv. 35-36, in “Poesie e prose di Kostantinos Kavafis”, a cura di Renata Lavagnini e Cristiano Luciani, Bompiani).
Dunque Itache, non Itaca, nella nuova traduzione. Nessuno aveva osato prima essere fedele all’originale. Infatti nel verso finale della poesia il nesso “hē Ithakes”, articolo singolare e sostantivo plurale, era tradotto normalmente “Itaca”, mentre F. M. Pontani aveva preferito “un’Itaca” e G. Ceronetti “ogni Itaca” (citato da F. Durando: https.// lapresenzadierato.com).
È questa la chiave di lettura per cogliere il vero significato della lirica?
“Il varco è qui”? direbbe Montale.
Secondo l’interpretazione tradizionale (cfr. F. Durando, l. c.,) «la poesia Itaca simboleggia l’origine, la ragione e al tempo stesso la meta del lungo viaggio, simile a quello del leggendario Ulisse, che ogni uomo fa, attraverso la vita. […]
Per Kavafis il viaggio deve essere ricco di esperienze, non va affrettato e l’arrivo non deve essere prematuro. È meglio arrivare a Itaca quando si è maturi, anche se non è la meta, bensì il viaggio che conta, perché è il viaggio che permette di accrescere conoscenze ed esperienze.

Inoltre, bisogna arrivarvi già pieni di ricchezze morali ed anche materiali, e non attenderci che Itaca ce ne offra altre o che ci faccia diventare ricchi. L’isola, infatti, quale meta apparente del viaggio, in realtà ci fornisce la motivazione e lo stimolo a viaggiare per conoscere ed apprendere. Itaca ti ha permesso il viaggio per farti intendere quello che persino lei stessa non avrebbe potuto darti».
Ho compreso finalmente il messaggio di “Itaca” grazie alla recensione di Antonio Spadaro (La grande bellezza del Mito) a “Poesie e prose di Kostantinos Kavafis” – in Robinson Libri, La Repubblica, 24 luglio 2021.
Ecco, del lungo articolo, la parte iniziale dedicata proprio alla poesia “Itaca” con alcune mie aggiunte:
« “Quando per Itaca ti metterai in viaggio / devi augurarti che sia lunga la strada / piena di avventure, piena di conoscenze”, scrive Kostantinos Kavafis (1863-1933) in una delle sue poesie più note.
Lo scrittore greco ama l’Ulisse di Dante e ancor di più quello di Tennyson [per il quale Ulysses non fu soltanto una figura mitologica, ma piuttosto un’icona culturale simbolo della lotta romantica contro il conformismo della borghesia].
Giunto in patria, l’eroe sente che non gli basta: la meta finale è solamente meta parziale. E allora ecco il consiglio: la strada è piena di porti mai prima visti; fermati presso gli empori fenici e acquista le belle mercanzie madreperla e coralli, ebano ed ambra, e profumi sensuali d’ogni genere».
Doveva però arrivare l’“opera omnia” curata da Renata Lavagnini e Cristiano Luciani per farci scoprire che Kavafis concludeva la sua celebre poesia con “Itaca” non al singolare, ma al plurale.
Nessuno aveva capito che Kavafis voleva dire che la meta ultima sbiadisce perché sono le mete parziali che già di per sé danno senso al viaggio.
Dunque, secondo la nuova interpretazione, l’uomo, avido di conoscere, non si ferma, vuole fare esperienze sempre nuove, vuole andare sempre più in là, in cerca di altre Itache (Ithakes).
«Le avventure, le conoscenze e i profumi di Kavafis non sono frutto di viaggi esotici, in realtà. Le mete erano quelle della città borghese di Alessandria, dove egli visse fino alla pensione la sua quotidianità da burocrate. La sua Alessandria era convulsa e rumorosa, troppo immersa nei suoi affari e nei suoi piaceri» (A. Spadaro, l. c.).
Gli empori dei Fenici, con madrepore e coralli, ebani e ambre, voluttuosi aromi di ogni sorta, erano qui ad Alessandria:
“Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città”.
(“La città”, trad. F. M. Pontani, in C. Kavafis, Poesie, Oscar Mondadori).
Da notare, infine, che Kavafis non nasconde la sua omosessualità e che si fa un vanto di non avere rinunciato alla propria voluttà, ma di avere vissuto intensamente la propria esistenza, come possiamo vedere nelle due poesie riportate (sempre nella trad. di F. M. Pontani).
TORNA
Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le labbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si raccende.
Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni…
ANDAI
Non conobbi legami. Allo sbaraglio, andai.
A godimenti ora reali e ora
turbinanti nell’anima,
andai, dentro la notte illuminata.
M’abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.





