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OGGI, L’ANNIVERSARIO DEL GENOCIDIO ARMENO, CON UN RACCONTO DI PIERO FABRIS

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Oggi, in occasione della ricorrenza del 106° Anniversario del genocidio armeno, riceviamo dal Coordinamento delle Organizzazioni e Associazioni Armene in Italia e pubblichiamo il seguente comunicato stampa, accompagnato da un suggestivo racconto dello scrittore Piero Fabris, nostro collaboratore.

LA CAROVANA DEI RICORDI

di Piero Fabris

Lo scrittore Piero Fabris

Il ricordo del “grande Male” si fece vivido e in un attimo vidi la falce della morte scintillare affilata e sentii l’odore della polvere da sparo impregnare le macerie delle nostre case piene di ricordi.

Dal rifugio osservavo quei predoni frugare tra le case diroccate.

Erano un branco di lupi grigi, erano sciami di insetti che tutti coesi, apparivano come nubi nere che coprono le stelle.

Me ne stavo impietrito, invano mia nonna cercava di rasserenarmi e di tenermi stretta a sé, perché il suo cuore palpitava di paura come il mio.

Mi accarezzava con le mani callose dell’esperienza! Mi raccontava delle centouno chiese che si riflettevano nel lago di Van come se fosse un’immensa acquasantiera dell’Anatolia.

Mi chiedevo dove è finita l’umanità? Vedevo attorno a me esseri avidi, pensavo ai miei fratelli maggiori caduti nei giorni del Mussa Dagh e dal mio profondo il rancore zampillava. Nella coppa rossa di sangue versato vidi le lacrime di chi attendeva il ritorno dei propri figli e sentii che il rifugio e le trincee stavano scavando una separazione profonda tra gli abitanti della terra.

Ogni persona portava in sé una scheggia dolorosa, oppure aveva attaccata ai polmoni la polvere di nuvole di paura. Alle prime luci dell’aurora uscii dal rifugio, mi affacciai a un cucuzzolo e osservai i raggi sciogliere il buio, vidi attorno a me rivoli di ombre farsi sempre più corte e scorgere ovunque visi di gente assetata di giustizia, volti, lineamenti illuminati dalla luce, da un sorriso muto ed eloquente.

Mi svegliai e guardai al sole che sorge, pensai alla bellezza, e mi genuflessi davanti all’orizzonte, mi sentii avvolto dall’umanità e cercai in tutti i semi della fraternità, quel che ci unisce, non ci separa.

Guardai verso le acque scintillanti, e volli in un abbraccio ascoltare la musica della pace, mi unii al coro del mattino sui sentieri profumati di speranza.

In un attimo d’Eterno abbracciai la libertà, l’Amore che non ha confini!

Non ho dimenticato nulla. Ricordo la ferocia e ogni danno provocato da violenza e sopraffazione, ma guardando ai papaveri sulle vie sterrate ho capito che quei fiori rossi sono costellazioni sui campi verdi di Speranza e il fiore del nontiscordardime non rimuove i fatti della storia, ma ci è di monito perché ogni atrocità non si ripeta.

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