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PALAZZO ROBERTI: IL DIO MERCURIO NELLA TELA DELLA BIBLIOTECA

data:

Prosegue il racconto del prof. Simone intorno alle figure mitologiche dipinte nello storico edificio.

di Dino Simone

Nelle decorazioni pittoriche di Palazzo Roberti il dio Mercurio (o Ermes) è raffigurato con due attribuzioni diverse.

Nella grande tela del salone principale, “Il Concilio degli Dei”, Mercurio occupa una posizione defilata, in alto a destra nella sua veste tradizionale di messaggero; invece nel dipinto del soffitto di un ambiente, che era adibito a biblioteca, divide con Apollo, il dio della musica e della poesia, l’onore di sedere sul Parnaso, monte sacro alle Muse, come inventore della lira e come dio dell’eloquenza.

Ermes (Mercurio per i latini), figlio di Zeus e della ninfa Maia, nato in una grotta sul monte Cillene, in Arcadia. in origine era un dio della natura, venerato specialmente dai pastori, come personificazione del vento, poi anche dai viaggiatori in quanto  messaggero degli Dei.

Nell’arte veniva raffigurato come un giovane vigoroso e snello, con indosso abiti semplici (come un pastore o viaggiatore). Sulla testa portava il pètaso, un cappello alato, calzava un paio di sandali anch’essi dotati di ali, i talari, e stringeva in mano il caduceo, bastone alato con due serpenti attorcigliati.

Classica raffigurazione di Ermes messaggero degli Dei

Poiché era rapido come il vento, Zeus ne fece il messaggero più importante dell’Olimpo.

Povero Ermes! Se nella poesia epica svolgeva esclusivamente la funzione di messaggero degli Dei, aveva in realtà tante altre funzioni. Come psicopompo (psychopompòs) guidava le anime nel regno dei morti; come agonios era dio della palestra e in genere di ogni attività sportiva; come messaggero degli Dei era patrono degli araldi e dio dei sogni, in quanto il sogno era considerato dagli antichi un messaggio di Zeus; come loghios era il dio dell’eloquenza, perché doveva parlare bene e saper convincere la gente a cui si rivolgeva.

Era sempre in viaggio per il mondo, e per questo considerato il protettore dei viaggiatori e della sicurezza delle strade; nei punti più pericolosi e dove una via si biforcava, veniva in suo onore innalzata un’erma, una pietra quadrangolare sormontata dalla testa del dio. Fu venerato anche come dio dei commerci, dei traffici e dei guadagni.

Con la solita ironia Luciano, scrittore greco del II sec. d. C., fa fare a Ermes uno scanzonato autoritratto: un dio poliedrico, “multifunzione”, come si dice oggi degli strumenti elettronici.

ERMES Madre, ma c’è in cielo un dio più disgraziato di me?

MAIA  Non dire così, Ermes.

ERMES E come non dovrei, con tante cose che ho da fare, io solo a faticare e a farmi in quattro tra tanti servizi? Fin dall’alba bisogna che sia in piedi a spazzare la sala del festino, a rifare il divano e a mettere in ordine ogni cosa; poi devo stare a disposizione di Zeus e portare i suoi messaggi facendo il fattorino su e giù, ritornare e, ancora impolverato, servire a tavola l’ambrosia. E prima che arrivasse questo coppiere, il suo ultimo acquisto, anche il nettare ero io che lo mescevo. E quel che è peggio, io sono il solo che neppure di notte può dormire, ma anche allora mi tocca condurre le anime a Plutone, far da guida ai morti e assistere al giudizio. Perché non mi bastano i lavori del giorno: stare nelle palestre, far l’araldo alle assemblee, preparare gli oratori; no devo anche sdoppiarmi per sbrigare le faccende dei morti. Eppure i figli di Leda [Càstore e Pollùce] un giorno per uno sono in cielo o nell’Ade, mentre io, ogni giorno, devo darmi da fare sia qui che là. Anche i figli di Alcmena e di Sèmele [Eracle e Diòniso], che sono nati da delle povere donne, mangiano e bevono senza pensieri, ed io, il figlio di Maia, prole di Atlante, a fargli il servo. Anche ora che sono appena arrivato da Sidone (ero dalla figlia di Cadmo da cui mi ha mandato per vedere come se la passava la signorina), non ho neppure ripreso fiato che di nuovo mi ha mandato ad Argo a far visita a Danae. «Poi», dice, «di là passa in Beozia e, strada facendo, dai un’occhiata ad Antiope». Insomma non ne posso più! Se solo fosse possibile, avrei chiesto volentieri d’essere messo in vendita, come sulla terra gli schiavi che se la passano male.

MAIA Lascia perdere, figlio mio. Quando si è giovani bisogna obbedire al padre in tutto. […]

 (Luciano, Dialoghi degli dei,  4 (24) “Ermes e Maia”, trad. di  A. Lami e F. Maltomini),

Mercurio, messaggero degli Dei. Particolare del” Concilio degli Dei” nel salone di rappresentanza di Palazzo Roberti

Ermes ha un ruolo di primo piano, in quanto  divino messaggero, negli episodi dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide virgiliana che analizzeremo.

Nel libro XXIV dell’Iliade è lui che, sotto le vesti di un giovane principe, guida il re Priamo attraverso il campo acheo alla tenda di Achille, perché possa ottenere la restituzione del  cadavere del figlio Ettore.

Nel libro V dell’Odissea (cfr. soprattutto i versi 28-148) Ermes va nell’isola di Ogigia per annunciare alla ninfa Calipso l’ordine di Zeus di  lasciar partire Odisseo.

Calipso (dal verbo greco  kalýptο «nascondere»: colei che nasconde) era figlia di Atlante e viveva  nell’isola di Ogigia, che, secondo alcuni autori, corrisponderebbe all’isola di Gozo, nell’arcipelago maltese.

Quando Odisseo, scampato al vortice di Cariddi, approdò sull’isola, la dea se ne innamorò e lo tenne con sé per sette anni, offrendogli invano l’immortalità, che l’eroe insistentemente rifiutava, perchè conservava in fondo al cuore il desiderio di tornare ad Itaca.

Odisseo trascorreva i suoi giorni sulla riva del mare, piangendo e scrutando l’orizzonte.

Sul promontorio era seduto; mai gli occhi

erano asciutti di lacrime, ma consumava la vita soave

sospirando il ritorno (noston), perché non gli piaceva la ninfa (oukéti hēndane nymphē).

Certo la notte dormiva sempre, per forza,

nella cupa spelonca, non volendo, vicino a lei che voleva (par’ouk ethelōn ethelousēi):

ma il giorno, seduto sopra le rocce della riva,

con lacrime  gemiti e pene il cuore straziandosi,

al mare mai stanco guardava, lasciando scorrere lacrime .

(Odissea, vv. 151-158, trad. di Rosa Calzecchi Onesti)

Ma durante l’assemblea degli dèi Zeus così disse a Ermes:

“Ermete, tu sempre sei il messaggero;

alla ninfa dai bei riccioli [Calipso] porta decreto immutabile,

il ritorno del costante Odisseo […]”.

Non fu sordo il messaggero Argheifonte, (uno dei tanti epiteti di Ermes).

Subito sotto i piedi legò i sandali belli (kalà pédila),

ambrosii, d’oro, che lo portavan sul mare

e sulla terra infinita, insieme con il soffio del vento:

E prese la verga con cui gli occhi degli uomini affascina,

di quelli che vuole, e può svegliare chi dorme.

Questa tenendo in mano, volò il potente Argheifonte.

Questi versi (44-49) sono identici ai versi 339-345 del libro XXIV dell’Iliade quando Ermes, ricevuto l’ordine di guidare Priamo senza pericolo nel campo acheo, indossando i suoi elementi caratteristici, giunge d’un balzo all’Ellesponto e a Troia.

Il poeta ripete gli stessi nelle cosiddette “scene tipiche”. Qui però la descrizione formulare si arricchisce di una bella similitudine, a cui segue il motivo del locus amoenus.

Sulla Pieria balzato, piombò dal cielo sul mare;

e si slanciò sull’onde, come il gabbiano (làrōi òrnithi eoikōs),

che negli abissi paurosi del mare instancabile,

i pesci cacciando, fitte l’ali bagna nell’acqua salata;

simile a questo, sui flutti infiniti Ermete correva.

Arrivato sull’isola Ermes trovò Calipso nella grotta dove abitava , “mentre, cantando con bella voce/ e percorrendo il telaio con spola d’oro, tesseva”.

Un’eco lontana del passo omerico è in Virgilio che descrive il canto di Circe (Eneide,  VII,  11-14):

[Enea e i suoi compagni rasentano le coste]

dove la figlia del Sole fa risuonare

di assiduo canto i boschi inviolati, e nel superbo palazzo

brucia alle stelle notturne cedro odoroso

percorrendo con stridulo pettine lievi tele.

Come non pensare alla Silvia di Leopardi (A Silvia,  7-11 e 21 -22):

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie d’intorno, al tuo perpetuo canto,

Allor che all’opre femminili intenta

Sedevi …

Io … porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

In Omero è Ermes, il messaggero divino, ad essere colpito dalla bellezza del canto di Calipso.

Segue, nell’episodio,  il classico locus amoenus , una costante della poesia antica, un luogo ideale, in cui non manca il bosco lussureggiante, dove nidificano  uccelli  “dalle ampie ali”, intorno alla grotta una vite ricca di grappoli; quatto sorgenti di limpida acqua, molli prati, uno spettacolo stupendo che anche un nume rimane incantato a guardare.

Accolto da Calipso con grande senso di ospitalità, dopo aver banchettato, Ermes  le spiega la ragione del suo arrivo:

“Zeus m’ha costretto a venire quaggiù, contro voglia;

…ma certo il volere di Zeus egìoco non può

un altro dio trascurare o far vano.

Dice dunque che un uomo c’è qui, su tutti infelice […]

Questo Zeus ti comanda di far partire al più presto.

Non qui gli è destino morire, lontano dai suoi;

è destino per lui che riveda gli amici e che torni

all’alto palazzo e alla terra dei padri (es patrìda gaîan).”

Rabbrividì a queste parole Calipso, “la dea luminosa” , ma fu costretta ad obbedire: e dunque andrà, se Zeus l’ordina e mi obbliga. (Odissea V, trad. citata).

Calypso, olio su tela di George Hitchcock

Sempre nell’Odissea, ma nel libro X (vv. 275-307), ecco un’altra missione di Ermes, qui chiaramente mandato da Atena, la dea che proteggeva l’eroe.

Ermes mette in guardia dagli incantesimi di Circe Odisseo, deciso a liberare i suoi compagni. Questi, mandati da lui ad esplorare l’isola su cui erano sbarcati, erano stati trasformati dalla maga in porci, perché si erano lasciati attirare nella “bella dimora” dove Circe tesseva una grande tela e armoniosamente cantava.

Ritornano qui tutti i motivi presenti nell’episodio di Calipso e poi nell’Eneide di Virgilio.

Circe offre la coppa ad Odisseo, opera di John William Waterhouse (1849-1917)

La figura di Circe appare per la prima volta nell’Odissea. Era figlia di Elios, il dio Sole, abitava nella mitica isola di Eea, che la tradizione antica fissò nel promontorio del Lazio, poi detto Circeo, e aveva il potere di preparare dei potenti “pharmaka” (filtri magici) con i quali trasformava a sua volontà gli uomini in animali.

Racconta Odisseo:

 “Arrivammo all’isola Eea: vi abitava

Circe dai riccioli belli, dea tremenda

E quando ormai […]

di Circe ricca di farmachi  stavo per giungere al grande palazzo,

allora mi venne incontro Ermete verga d’oro (chrysòrrapis),

…. Simile a un giovane eroe,

cui fiorisce la prima peluria, bellissima è la sua giovinezza” (trad. citata).

      Ermes gli dice di essere lì per aiutarlo, gli dà un’erba benefica, l’erba moly, che funzionerà da talismano, e gli fornisce utili consigli sul modo di neutralizzare i filtri della maga.

Come sempre, compiuta la sua missione il dio torna velocemente sull’Olimpo.

L’incontro di Enea e Didone

Nel IV libro dell’Eneide Virgilio riprende l’episodio omerico di Ermes che si reca da Calipso, ma a ruoli invertiti.  Mercurio prima vola sulle onde e va di persona a portare ad Enea l’ordine di Giove di lasciare Didone e di partire da Cartagine e successivamente gli appare in sogno.

È questo il volere di Giove:  l’eroe non deve dimenticare che ha una missione da compiere, di fondare una nuova Troia.

Allora [Giove] parla così a Mercurio e comanda:

Va’, o figlio, chiama gli zefiri e discendi a volo,

 e parla al capo dardanio che ora si attarda

nella tiria Cartagine, e non bada alle città assegnate

dai fati: porta le mie parole sulle brezze veloci […]

C’è poi la solita scena tipica della vestizione del dio.

Disse. Quello si preparava a obbedire all’ordine

del grande padre; e prima allaccia ai piedi gli aurei

 calzari (talaria aurea), che lo portano in alto con l’ali sia sulle acque

sia sulla terra con slancio al rapido vento.

Poi prende la verga (con questa evoca dall’Orco

le pallide anime, altre ne manda nel triste Tartaro,

dà e toglie il sonno, e dissuggella gli occhi ai morti);

fidando in essa sospinge i venti attraversa le torbide

 nubi; e già volando scorge la vetta e gli aspri

fianche del duro Atlante, che sostiene col vertice il cielo […]

Continua l’imitazione dell’episodio del libro V dell’ Odissea.  Mercurio simile ad un uccello (avi similis) vola a fior d’acqua e raggiunge la Libia.

Appena …scorge Enea che fonda rocche e fabbrica

nuove case subito lo assale e gli comunica l’ordine di Giove.

 “Se nessuna gloria di grandi eventi ti muove

guarda … alle speranze dell’erede

Iulo, al quale spettano il regno d’Italia e la terra

 romana”. Detto questo svanì lontano dagli occhi nell’aria leggera.

(Virgilio, Eneide, vv. 219-278, passim, trad. di Luca Canali)

 Enea, smarrito, dà  ordine ai compagni di radunarsi in silenzio, di preparare la flotta e di dissimulare la causa di quelle operazioni,  ma Didone intuisce tutto (qui fallere possit amantem?  Chi potrebbe ingannare un’amante?) e lo affronta con dure parole, a cui Enea cerca di replicare, senza convincere la regina che alla fine deciderà di togliersi la vita.

Nox erat.  Ecco la ripresa di un classico “notturno” (in particolare dal terzo libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio: è la notte in cui Medea, innamorata di Giasone, decide di aiutarlo nell’impresa di  impossessarsi del vello d’oro, di tradire il padre e di abbandonare la sua terra).

Era la notte, e in terra i corpi stanchi godevano il placido

sonno, e s’erano acquietati i boschi e il mare tempestoso,

quando le stelle si volgono a metà del corso,

e tacciono i campi, le greggi e i variopinti uccelli,

e gli esseri contenuti dalle liquide ampie distese e dalle terre

irte di rovi: composti nel sonno sotto la notte silenziosa

lenivano le pene e i cuori dimentichi degli affanni,

Ma non la sventurato fenicia  ( At non infelix animi Phoenissa)

che mai si abbandona  al sonno […]  (vv.  522-529, trad. cit.)

Joseph Stallaert, La morte di Didone

Contemporaneamente Enea, ormai deciso a partire, essendo ormai già tutto pronto,  prendeva un po’ di sonno. Invece Didone vaga per Cartagine in preda al furor, la follia simbolo della perdita del controllo sull’amato , ed è ormai decisa a morire. Gli dei temono che il gesto estremo che si prepara a compiere la regina possa dissuadere Enea dal partire. Mercurio perciò appare in sogno all’eroe e lo incita a partire subito, nel cuore della notte.

Gli apparve in sogno l’immagine del dio che tornava

con lo stesso volto, e di nuovo sembrò ammonirlo

così, in tutto simile a Mercurio, e la voce e il colore

e i biondi capelli e le membra belle di giovinezza:

 “Figlio della dea, dormi in questo frangente,

e folle non vedi gli imminenti pericoli che ancora ti circondano,

non senti spirare gli zefiri favorevoli? Costei

volge nel cuore inganni e un orrendo misfatto

decisa a morire, e suscita diverse tempeste d’ira.

Non fuggi in fretta di qui?….

Rompi gli indugi. Varia e mutevole cosa  è sempre

La donna”. Detto così, si confuse con la nera notte.  (vv. 556-570, trad.cit)

 Il pius Enea, atterrito dall’apparizione improvvisa, incita i compagni a salpare immediatamente da Cartagine e con la spada taglia gli ormeggi.

Negli episodi dei poemi epici il dio appare solo come messaggero, non ha altri compiti, soprattutto non ha le prerogative di Apollo. l pittori di palazzo Roberti evidentemente avevano presenti altre fonti letterarie.

Palazzo Roberti, Apollo e Mercurio sul Parnaso (Biblioteca)

 

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