“Mola Libera” ha informato i lettori della proroga dei lavori ai prospetti dello storico edificio. Il prof. Simone ne trae spunto per mettere in risalto uno dei miti raffigurati nelle tele di Palazzo Roberti, quello di Diana ed Endimione.
di Dino Simone
Un amore … lunare (a Palazzo Roberti)
In questi giorni sui media locali e sui social si è parlato della proroga di due mesi per il completamento dei lavori di ristrutturazione delle facciate di Palazzo Roberti. Quindi i cittadini molesi non potranno visitare lo storico edificio e dovranno rassegnarsi a vederlo nascosto dall’impalcatura anche nei giorni della prossima Festa patronale.

Palazzo Roberti, Il salone principale
Palazzo Roberti è uno scrigno prezioso che nei suoi saloni conserva decorazioni pittoriche di gran pregio, analizzate da Valeria Nardulli nel libro, scritto con Ursula Annio, Palazzo Roberti Alberotanza – Mola di Bari (Les Flâneurs, Bari 2016).

Tra i miti rappresentati nei dipinti del palazzo mi soffermerò su quello di Diana (o Selene, la Luna) ed Endimione.
Luciano di Samòsata, un autore di cui ci siamo occupati di recente, parla di Endimione in due sue opere: nella Storia vera e in uno dei Dialoghi degli Dei, intitolato Afrodite e Selene.
Sbarcato sulla Luna con la sua nave, sollevata nell’aria da un tifone, Luciano racconta nella Storia vera di aver incontrato il re del luogo: “Ed egli cominciò a narrarci che era anche lui un uomo, di nome Endimione, che un giorno era stato rapito via dalla nostra terra, mentre dormiva, e che, arrivato qui, ne era diventato re; diceva anche che il paese dove ora ci trovavamo era quello che da laggiù vediamo splendere in cielo, cioè la Luna”.
Ecco che cosa l’autore scrive nel Dialogo intitolato Afrodite e Selene (o Venere e la Luna):
“AFRODITE Cos’è, Selene, questa cosa che dicono che tu fai? Ogni volta che sei sulla Caria arresti il carro e te ne stai a guardare Endimione che, da buon cacciatore, dorme all’aperto; e talvolta addirittura lasci a mezzo il viaggio e scendi da lui.
SELENE Domandalo a tuo figlio [Eros, Cupido], Afrodite: è sua la colpa se faccio così.
AFRODITE Lascia stare! È un insolente quello […] Ma dimmi: è bello Endimione? Perché allora la tua sciagura è senza rimedio.
SELENE A me, Afrodite, pare davvero bellissimo, specialmente quando, stesa la clamide sulla roccia, dorme: con la sinistra tiene le frecce, che ormai scivolano via dalla mano […] Allora io, senza far rumore, scendo giù, avanzando in punta di piedi, perché non si svegli e si turbi e … lo sai. Che bisogno c’è che ti dica il seguito? Solo questo ti dico: muoio d’amore” (Dialoghi degli dei, 19, trad. di Lami- Maltomini).
Il mito di Diana (o Selene) ed Endimione, raffigurato su una sovrapporta di Palazzo Roberti , a cui si collegano parecchie altre leggende, si presta a varie interpretazioni.
Endimione (il cui nome Endymiōn in greco significa ”colui che dimora dentro [la grotta]”, oppure, come personificazione del sonno, “che coglie all’improvviso”) era un cacciatore o un pastore della Caria (una regione nei pressi della città di Mileto), di rara bellezza. Giaceva addormentato in una grotta sul monte Latmo, quando Selene lo vide e se ne innamorò perdutamente. Allora scese dal cielo, si sdraiò al suo fianco e dolcemente gli baciò gli occhi chiusi. Per poterlo baciare ogni notte, la dea gli fece dormire per sempre un sonno senza sogni nella grotta del monte Latmo e, non tollerando l’idea che egli morisse, fece in modo che si mantenesse giovane e bellissimo. Secondo altre versioni del mito, fu Zeus, su richiesta di Selene, a concedere al giovane un sonno eterno conservando il fiore intatto della giovinezza, oppure fu il re degli Dei che diede ad Endimione la possibilità di realizzare un desiderio ed egli scelse di dormire per l’eternità senza invecchiare.

Questo mito è da alcuni considerato la rappresentazione della diffusa concezione di una morte prematura dei giovani, che, per la loro bellezza, sono cari agli dei.
Secondo alcuni autori Endimione non si svegliò mai più dal sonno o per sua volontà, poiché lo terrorizzava l’idea di invecchiare, o perché Selene preferiva baciare il suo corpo inerte, anziché essere oggetto della sua troppo feconda passione, dal momento che avrebbe avuto da lui cinquanta figlie, che indicavano i cinquanta mesi che intercorrevano tra un’edizione e l’altra dei Giochi olimpici.
Fra i tanti autori, fa riferimento a questo mito Apollonio Rodio, poeta ellenistico del III secolo. Nelle Argonautiche (IV, vv. 57 e segg. ) la Luna, vedendo Medea uscire di notte dalla reggia del padre Eeta, per fuggire con Giasone, che si era impadronite del mitico vello d’oro, scambiando la sua uscita per un appuntamento galante, dice a sé con malizia:
“Non io soltanto ricerco l’antro di Latmo,
non io soltanto brucio per il bell’Endimione,
io che spesso mi sono mossa per i tuoi astuti incantesimi
nel pensiero d’amore, perché tu celebrassi i tuoi riti
tranquilla nella notte oscura, come a te piace”. (trad. di G.Paduano)
Anche nelle Lettere di Eroine (Heroides) del poeta romano Ovidio c’è un richiamo a questo mito. Leandro, in una delle notti in cui attraversava a nuoto l’Ellesponto, per raggiungere sull’altra riva Ero, la sua amata, invoca la luna: “La luna , per lo più, mi offriva una tremula luce, mentre nuotavo, come una compagna sollecita per il mio viaggio. Levando a lei lo sguardo «Siimi propizia, o dea luminosa» dissi, «e sovvengano al tuo animo le rocce di Latmo. Endimione non ti consente di avere un cuore severo. Volgi, ti prego, il tuo sguardo al mio amore segreto! Tu, una dea, scendevi dal cielo a incontrare un mortale; ah, mi sia lecito dire il vero! Quella che io cerco è anch’essa una dea. Senza parlare della sua indole,degna di un cuore celeste, una bellezza come quella non tocca che alle vere dee»”.(vv 58-68, trad di G. Rosati)
Nel capitolo “Analisi iconografica delle decorazioni nelle sovrapporte” del suo libro, Valeria Nardulli studia attentamente il mito di Endimione nella sua rappresentazione artistica e letteraria.

Palazzo Roberti, Diana ed Endimione
Nell’ovale è raffigurato il mito che stimolò l’immaginazione di molti artisti.
“Secondo l’iconografia tradizionale la dea [che riveste il ruolo dell’amante casta] è ritratta in posa adorante mentre guarda Endimione, oggetto del suo amore, profondamente addormentato, simbolo di bellezza eterna.
Sul capo della dea [qui Diana] splende la falce lunare, elemento iconografico proveniente dal mito greco di Selene, confluito in quello di origine etrusco-latina di Diana.
Accanto al giovane sono visibili l’arco, la faretra ricca di frecce e il cane fedele addormentato. La scena si svolge in un’ambientazione notturna silvestre [come nel dialogo di Luciano] e non nel buio di una grotta secondo il mito tradizionale di Endimione, che è stato più volte ripreso nella letteratura greca e romana ed è diventato fonte di ispirazione per le arti figurative tra Cinquecento e Settecento” (Valeria Nardulli, op. cit., pag 216).
Esiste anche una versione razionalizzata del mito fornita per la prima volta da Plinio il Vecchio, il quale, trattando dei moti della luna e delle fasi lunari, ricorda come Endimione fu il primo tra gli uomini ad occuparsi di queste cose, in sostanza una sorta di astronomo ante litteram. Gli amori della Luna con Endimione sono stati spiegati anche come mitizzazione del fenomeno delle eclissi.
L’Arcadia italiana non poteva ignorare questo mito e tra i primi lavori del Metastasio dobbiamo ricordare l’azione teatrale “Endimione”, che prelude già al melodramma. Da non dimenticare infine il poemetto “Endimione” [Endymion] del poeta inglese John Keats pubblicato nei primi dell’Ottocento.

Corrado Giaquinto (1703-1766), La Luna ed Endimione

Pierre Subleyras (1699-1749), Diana ed Endimione




