In questo elogio di Tommaso Fiore è racchiusa l’essenza di uno dei più grandi intellettuali che Mola e la Puglia abbiano offerto all’Italia dei primi decenni del Novecento. Piero Fabris ne ricorda la memoria in occasione dell’80° anniversario della morte.
PIERO DELFINO PESCE UN FARO DI VALORI CIVILI
A Ottanta anni dalla dipartita di Piero Delfino Pesce (11 dicembre 1939), nel preparare le commemorazioni, si torna a leggere e a riscoprire una figura ecclettica che seppe fare dell’Arte uno strumento di luce, una carezza che volgesse ognuno, secondo le proprie capacità, verso ciò che eleva e serve al bene comune.

Sempre pronto al dialogo, al confronto, fece della sua rivista “Aspasia cronaca d’arte” e Humanitas – Gazzetta Autarchica” un luogo della Cultura dove ogni novità potesse essere accolta quale espressione di un sentire profondo, ma vero, uno spazio delle sensibilità acute e oneste il cui fine è fare opera di bellezza, giardino rispettoso della vita e delle diversità, intese come ricchezza.

A lui bene si addice quel che scrisse Tommaso Fiore: “…il più gentile fra i fiori del sapere”.
E ancora, così si espresse Terenzio Grandi a proposito di Delfino Pesce: “…è uno dei pochissimi… repubblicani della mia generazione, che abbia una forza di pensiero propria, nobile e originale…”.
Fermezza, gentilezza, senso della giustizia e dell’essere tutti fratelli, fecero di quest’uomo un pensatore senza compromessi che si guadagnò il rispetto di tutti.
Nato a Mola di Bari il primo di giugno del 1874, dopo aver conseguito la maturità classica a Molfetta si trasferisce a Napoli per conseguire la laurea in giurisprudenza.

Segue le lezioni di Giovanni Bovio che avrà molta influenza sua formazione. Nella città Partenopea incontra e si confronta con molti intellettuali, artisti del calibro di Niccolò Van Westerhout, Gabriele D’Annunzio in un clima di rinnovamento, di sete di spiritualità autentica che meglio rispondesse a delle esigenze più profonde dell’animo umano soffocato dal verismo, ed è probabile che gli articoli di Matilde Serao non gli fossero passati con indifferenza.
Le righe della giornalista incoraggiavano correnti neo mistiche. Sul “Mattino Supplemento”, con i suoi interventi, la scrittrice denunciava la monotonia di quel metodo che rivelava piattezza umana, riteneva oramai maturo lo sviluppo di un movimento di menti che sapessero leggere in se stesse… e parlare alla folla. La Serao aveva individuato in figure come Anton Giulio Barrili e Antonio Fogazzaro, autentici cavalieri dello Spirito.
Tornato in Puglia dopo la laurea, Piero Delfino Pesce, nel 1899 comincia l’avventura di “Aspasia cronache d’Arte” un’avventura editoriale che è una dichiarazione di intenti.

Aspasia (significato del nome è Benvenuta) prese parte alla vita pubblica di Atene e casa sua era un “centro intellettuale”, punto d’attrazione di scrittori e pensatori: perciò la rivista da lui fondata ambiva a irradiarsi oltre la regione, come offerta ossigenante per l’Italia. Una rivista quindicinale che contemplava sezione per i saggi, sezione per le novelle, sezione per recensioni, sezione per la poesia, una sezione per gli eventi culturali e nuove pubblicazioni e una sezione dedicata alla posta.
Per Piero Delfino Pesce l’Arte vera è l’Eterna generatrice del Bello che sempre innalza le coscienze, mai le manipola e mai scade in fanatismi. Alla base di tutto il suo lavoro vi è l’onestà intellettuale sempre pronta al dialogo, al confronto per Amor del vero, della vita e del bello. “Si possono anche scrivere cose non precise o dare giudizi avventati, oppure errare da ingenui, ma mai prendersi gioco della verità”. Tra i collaboratori troviamo: Luigi Capuana, Salvatore Di Giacomo, Lucio D’Ambra, Guelfo Civinini, Anton Giulio Barrili e Arnaldo Cervesato.
L’intellettuale molese non si limitava a descrivere la realtà, ma a raccontare la vita, ossia a dar spazio all’Essere che è energia edificante; ricordava che il Poeta è chiamato a rendere visibile l’invisibile, a dare nome al bisogno d’Armonia, perché la bellezza rifiorisca e abiti il nostro mediterraneo culla dei suoi valori. Il Poeta è chiamato all’altissimo sacrificio in nome della giustizia e della verità, avendo chiara la visione dell’idealità umana.
In Delfino Pesce il rispetto per i popoli, il rispetto per le differenze culturali è fonte di ricchezza umana. L’Arte ha funzione sociale, ma è aristocratica, perciò non può essere esercitata da tutti, ma migliora la vita di tutti. L’Artista è un privilegiato dalla natura e proprio perché è vate, ovvero colui che parla a nome del Sacro, servo e mai schiavo per una città che si eleva, è costretto a trovare forme ingegnose per la migliore sintonia tra le genti.
Il direttore di “Aspasia” sembra parafrasare Spinoza per il quale la ricerca artistica/aristocratica del pensiero concorra al miglioramento di tutti. Per lui il Mediterraneo è il luogo d’incontro per la cooperazione culturale e la pace. Il Poeta è nel sociale un dono, non un dominatore o colui che porta a se stesso, ma colui che sa andare oltre e guardare lontano in un percorso senza fine. “… egli (il Poeta dall’animo nobile) intuisce nell’opacità dello Spazio di Mezzo le tracce di un ordine appartenenti al mondo Celeste…”.
Nel 1901 Piero Delfino Pesce pubblica delle novelle col titolo di “Macchiette”, con le quali rielabora e mette a fuoco la sua essenza più pura, e l’anno successivo svolge un’intensa attività giornalistica.

Lavora per la rivista romana: “LA NUOVA PAROLA” fondata da Arnaldo Cerversato che gli consente, in qualità di caporedattore, di essere in contatto con collaboratori come Sibilla Aleramo, Giovanni Amendola, Arturo Lancellotti, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini e Emilio Cecchi.
Nello stesso anno manda in stampa la raccolta di liriche dal titolo: PRELUDIO per i tipi dell’editrice Vecchi di Trani. Nel 1904 pubblica con la casa editrice Laterza di Bari il saggio dal titolo: “RIFLESSI- note di critica”, che può definirsi il suo libro migliore, con il quale chiarisce il suo pensiero sull’Arte.
Nel 1905 è eletto consigliere provinciale per il settennio 1905-1912, quelli erano gli anni in cui si stava costruendo l’Acquedotto Pugliese e Delfino Pesce spese tante energie nel consiglio provinciale contro la lentezza dei lavori, gli appalti privati in favore della gestione pubblica dell’acquedotto.
La sua onestà interiore lo rendeva attento osservatore per il buon servizio alla collettività. La sua fedeltà al vero, al giusto per il bene migliore gli procurò la stima dei suoi avversari politici, e non stupisce la notizia che Michele Viterbo, (giornalista, scrittore e politico noto con lo pseudonimo di Peucezio, prima socialista, poi iscritto al fascio), quando gli proposero di divenire podestà della citta di Bari si consultò con l’intellettuale Molese, ovvero con un uomo che dimostrò con i fatti che lo scopo dell’Artigiano del Pensare è la concretizzazione di un’idea e non è affatto staccato della vita reale del proprio paese. Non dobbiamo però dimenticare la sua attività di traduttore di articoli, novelle e libri come il saggio storico dell’arte di John Ruskin dal titolo: “La Bibbia d’Amiens” (1906).
Nel 1907 sposa Caterina Tanzarella e, nel 1911, fonda la casa editrice e la rivista “Humanitas” che rappresenta per la coscienza democratica una fiaccola di libertà.

Il suo giornale era il luogo del dibattito, delle idee senza pregiudizio alcuno. Su quelle pagine trovarono spazio le opinioni diverse di: Terenzio Grandi, Eugenio Chiesa, Napoleone Colajanni, Mario Gioda, Alfonso Leonetti, Dino Fienga, Tommaso Fiore, Anton Giulio Bragaglia, Francesco Meriano, Enrico Cardile, Hrand Nazariantz, Salvatore Quasimodo e Arnaldo Di Crolalanza.
Nel 1922 il partito Repubblicano di Puglia guidato da Pesce aderisce alle iniziative antifasciste, schierandosi contro le sopraffazioni, le violenze: per la tutela delle fondamentali libertà politiche e civili.

Il suo impegno contro il fascismo lo portarono all’arresto e deferimento all’autorità giudiziaria per formazione di banda armata contro i poteri dello stato, istigazione a delinquere e complicità in omicidio. Rimase in carcere per un mese fino a che i magistrati dichiararono infondate le accuse contro di lui.

Nonostante l’arresto le sue posizioni non cambiarono. La sede della casa editrice Humanitas fu più volte devastata e la stessa cosa avvenne per la villa di San Materno nelle campagne di Mola. Nel dicembre del 1924 un’irruzione di squadristi fascisti causa danni irreparabili alla tipografia, cosicché la Gazzetta Autarchica di Piero Delfino Pesce cessa le pubblicazioni.
La chiusura di Humanitas non ferma la sua lotta al sopruso.
Viene successivamente esonerato dall’insegnare perché non ha partecipato alla marcia su Roma. Per le sue scelte politiche è sottoposto a frequenti perquisizioni, umiliazioni.
Ecco il fascicolo personale di Piero Delfino Pesce del Casellario politico centrale (tratto dal sito web Centro di Documentazione Piero Delfino Pesce, curato dal prof. Nicola Fanizza):
(per scorrere il documento, cliccare in basso a sinistra, sulle icone con le frecce)
In questo stato di isolamento prova a fare l’agricoltore, dipinge, suona, scrive senza volgere la penna a compromessi.


Scrive commedie e sembra rinascere. Anton Giulio Bragaglia mette in cartellone, presso il teatro delle Arti di Roma un suo lavoro dal titolo: Partita a Carte. Le sue rappresentazioni che non risparmiano critiche al regime ricevono consensi della critica.

Passa a Miglior vita a sessantacinque anni durante le prove di una sua commedia, sul palco del Teatro comunale dedicato a Niccolò Van Westerhout.

Rimane un esempio di coerenza, di onestà, di amore per la fratellanza e la giustizia. Amore per l’Arte come lievito per il pane di chi ha fame dell’immensità e si volge alla vera bellezza, in attesa di vedere il proprio paese avvolto nel sogno aulico, gestito da animi forti che sanno coniugare cuore e mente con la saggezza dei padri e non con l’istinto della bestia famelica.
Il Centro di Documentazione Piero Delfino Pesce, curato dal prof. Nicola Fanizza, ha il seguente indirizzo internet:
http://www.centrodocumentazionepierodelfinopesce.it






Io vivo all’estero( a Chicago) ma ho saputo di lui leggendo alcuni libri sulla sua vita e la storia di Mola di Bari(il dolce borgo Natio come avrebbe detto Leopardi della sua Recanati). Questi libri mi sono stati regalati da miei paesani che li hanno acquistati a Mola e me li hanno regalati al ritorno della loro vacanza estiva in Puglia.
Sincerely
Vincenzo DeVito
classe 1954.