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“PIETA’ POPOLARE A CONVERSANO”, IL PREZIOSO LIBRO DI VALERIA NARDULLI

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“Pietà popolare a Conversano – Edicole sacre e immagini devozionali dal Medioevo ai giorni nostri”, Congedo Editore, 2012,  è  una delle opere più impegnative di Valeria Nardulli, docente di Storia dell’Arte al Liceo “San Benedetto” di Conversano. Ecco l’accurata recensione del prof. Dino Simone.

di Dionisio (Dino) Simone

“Pietà popolare a Conversano – Edicole sacre e immagini devozionali dal Medioevo ai giorni nostri”, è un testo di grande valore, costato molta fatica all’autrice, in cui sono analizzate con competenza tutte le edicole e le immagini sacre di Conversano.

Sotto forma di catalogo sono redatte oltre cento schede, che costituiscono una interessante pagina di storia, inedita, come è anche sottolineato nella presentazione della Prof.ssa Caterina Lavarra, Direttore scientifico  del Centro Ricerche di Storia e Arte di Conversano.

Per ogni scultura o immagine dipinta numerosissimi sono i riferimenti artistici e storici, in particolare è analizzata la politica religiosa degli Acquaviva d’Aragona.

Mi è caro questo libro sia perché è il primo di Valeria che ho letto, sia per la dedica che qui riporto: “Al mio carissimo professor Simone (oggi un preziosissimo amico e maestro). Con affetto, Valeria”. È importante anche la data, 30 luglio 2016. È l’anno in cui ho rivisto Valeria, dopo i tempi del Liceo, ed ho cominciato a collaborare con lei alla UTE (Università della Terza Età di Mola).

Il prof. Dionisio (Dino) Simone con Valeria Nardulli, sua allieva

Delle molte effigi presenti nel testo prenderò in esame solo quelle di San Vito e San Rocco, San Michele e san Giorgio e le metterò a confronto.

Nelle edicole votive di Conversano è molto frequente l’immagine di San Vito, raffigurato da solo o con altri santi, soprattutto S. Antonio, mentre regge con una mano la palma, simbolo del martirio, con l’altra il guinzaglio di due cagnolini. San Rocco invece è presente solo nell’ “Apparizione della Vergine con  San Giacinto”. San Rocco, anche se la figura risulta mancante del volto, si riconosce per i suoi attributi iconografici, tra cui il cane ai suoi piedi.

La devozione di San Rocco è molto viva a Mola, nella cui chiesa madre si trovano un altare dedicato al Santo e una statua policroma di legno.

Nell’Annuario 2, 2022, “San Michele e la Civetta – Storia e storie di Mola”, Valeria Nardulli analizza  le immagini di san Rocco e le mette a confronto con quelle di San Vito: l’elemento comune è la presenza del cane (o dei cani).

 “Attributo iconografico che San Rocco ha in comune con il Santo patrono della vicina Polignano a Mare, San Vito, è il cane, che viene accostato ai due Santi con funzioni differenti. Per Il Santo di Montpellier [san Rocco] esso fu il fido amico durante il periodo della sua malattia [la peste], nel caso di San Vito, invece, l’animale ricorda le proprietà taumaturgiche delle reliquie del Santo, che venivano utilizzate per  guarire dai morsi dei cani idrofobi” (da “Le effigi di San Rocco”, sta in  op. cit. pag. 95). Il cane ha inoltre accompagnato S. Rocco nei suoi numerosi pellegrinaggi, in particolare quello a Santiago di Compostela, nella Galizia.

A conferma del diverso significato del cane nelle raffigurazioni dei due Santi, l’autrice fa poi riferimento alla statua policroma di San Vito, collocata su una colonna ottagonale che si trova nella località di San  Vito, l’antica Apaneste, sulla via Traiana. Qui il cane, vicino al Santo, ha il muso non dell’animale fedele ma ringhioso: San Vito veniva infatti invocato da coloro che erano morsi dai cani rabbiosi.

Il libro di Valeria Nardulli è uno scrigno prezioso: le immagini di altri due Santi, San Michele e  San Giorgio, hanno una particolarità in comune, la lotta contro il drago/demonio.

Mentre alla figura di San Michele sono dedicate ben 8 effigi, San Giorgio compare nel testo una sola volta: si tratta di un bassorilievo molto antico, murato nella lunetta del portale sinistro della Cattedrale di Conversano. Il Santo, a cavallo, è raffigurato nell’atto di uccidere con la lancia il drago serpentiforme.

In epoca medioevale la storia di San Giorgio che lotta contro il drago, tratta dalla “Legenda Aurea”, una raccolta di biografie agiografiche (vite di santi), composta in latino da Jacopo da Varagine (o Varazze), frate domenicano e vescovo di Genova, è stata scelta come simbolo della lotta tra il bene e il male.

Le poche notizie biografiche su S. Giorgio, che fu un soldato originario della Cappadocia e che subì il martirio sotto Diocleziano, ci sono pervenute grazie alla “Passio Sancti Georgii”, che però il “Decretum Gelasianum” del 496 considera un’opera apocrifa, quindi non ufficiale.

La “Legenda Aurea” ha fissato per sempre la figura del Santo come  “cavaliere eroico”. La grande diffusione del culto di S. Giorgio, originariamente venerato in Oriente, si ebbe in Europa al tempo delle Crociate e il mondo della Cavalleria vide nella storia del Santo incarnati i suoi ideali.

Anche se nel 1965 la Chiesa Cattolica declassò il culto di San Giorgio nella liturgia e ne rese la memoria facoltativa, la devozione dei fedeli è continuata.

Il nome di San Giorgio era invocato contro i serpenti velenosi, la peste, la lebbra, ecc., mentre la sua croce rossa in campo bianco venne adottata dai Crociati .

L’elemento che unisce le immagini di San Giorgio e di San Michele è l’atto di combattere contro il Male: San Giorgio lotta contro il drago, San Michele contro il demonio che ha forme antropomorfe. In una sola delle effigi riportate il demonio ha le sembianze di drago: è un rilievo policromo posto entro una nicchia in cui San Michele, dalle ali spiegate, è raffigurato come un guerriero con spada e scudo nell’atto di uccidere un drago.

San Michele è sempre stato venerato a Conversano, oltre che come difesa contro la peste, anche come protettore dei raccolti e degli animali.

L’altorilievo che raffigura San Michele un tempo era collocato su una delle porte della città, poi demolita. Il Santo è rappresentato nell’atto di trafiggere il demonio dalle sembianze antropomorfe e dai piedi caprini, poiché sin dal Rinascimento gli artisti hanno raffigurato il demonio non più sotto le spoglie di drago-serpente, ma in sembianze popolaresche.

Tra le altre effigi del Santo c’è anche una piccola statua a tutto tondo, che rappresenta quasi una copia in scala ridotta  della celebre scultura del santuario di Monte Sant’Angelo, opera del Sansovino.

San Michele, il cui culto risale alla fine  del V secolo, dopo le sue apparizioni sulla montagna garganica, divenne soccorritore e difensore degli uomini e combattente contro il male.

Da allora il culto micaelico si affermò in tutte le terre conquistate dai Longobardi e fu poi alimentato dai Normanni e dagli Angioini. Contribuirono a promuoverne il culto anche i benedettini, che istituirono il pellegrinaggio lungo la cosiddetta “via dell’Angelo”. Tale culto si rafforzò durante le pestilenze che colpirono il Regno di Napoli.

1 COMMENTO

  1. Come è scritto nell’articolo, il testo di Valeria Nardulli è del 2012, non è un nuovo libro.
    C’è invece un interessante collegamento fra quest’opera e la relazione, sempre della Nardulli, pubblicata sull’Annuario 2, 2022,
    San Michele la Civetta, Le effigi di San Rocco.

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